Instasophia-La filosofia che trasforma: docenti e studiosi a confronto sulla didattica

A cura di Nunzia Capasso

Nella splendida cornice del Palazzo Serra di Cassano, che dal 1983 ospita l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, sabato 24 gennaio il palazzo ha preso vita il secondo evento pubblico ufficiale della neonata Società Scientifica Italiana di Didattica della Filosofia: Questioni didattiche nel filosofare, titolo significativo e coinvolgente.

Dopo i saluti del prof. Biscuso, referente dell’attività formativa dell’Istituto, è Luca Illetterati ad avviare i lavori. Con un tono limpido e deciso, il presidente della Società richiama l’urgenza di riportare l’insegnamento della filosofia al centro del discorso educativo. Non come un gesto nostalgico, ma come una necessità del presente: un presente fragile, complesso, attraversato da trasformazioni che interrogano profondamente il nostro modo di pensare e di educare.

In questo scenario, ripensare radicalmente la didattica della filosofia non appare più un compito tra gli altri, ma un atto di responsabilità culturale. Un gesto di cura verso il futuro. Un invito a restituire al filosofare la sua forza trasformativa, quella capacità di aprire mondi e di convertire lo sguardo.

Questo slancio vitale attraversa immediatamente il primo intervento, quello della prof.ssa Rossella Fabbrichesi (Università degli Studi di Milano), che evoca la nozione platonica di psicagogia: la filosofia come cura dell’anima, come pratica che accompagna l’esistenza dandole una direzione verticale. Il richiamo alla filosofia antica, sorprendentemente attuale, ricorda quanto la dimensione pedagogica sia intrecciata da sempre con il cuore stesso del filosofare.

Il suo discorso si muove con eleganza tra testi, esempi, riferimenti alle pratiche filosofiche. Fabbrichesi, allieva di Carlo Sini, ricorda che ogni insegnamento, e ancor più quello filosofico, diventa significativo solo quando il docente non si limita a orientare verso il Bene, ma interroga con insistenza – a costo di essere petulanti e pungenti come Socrate – la maniera di vivere. Perché “non può esserci verità teoretica senza una dimensione etica”. È un pensiero che non lascia indifferenti: chi ascolta sente che lì, in quella frase, pulsa una responsabilità condivisa.

Se Fabbrichesi incanta con la profondità del suo argomentare, l’intervento di Paolo Vidali (Facoltà Teologica del Triveneto di Padova) irrompe con un’energia diversa, complementare. Vidali porta l’attenzione su ciò che spesso diamo per scontato: le idee comuni che usiamo ogni giorno senza pensarci. La filosofia, dice, diventa davvero trasformativa quando torna a mettere in questione l’ovvio, quando scava sotto la superficie, quando ci restituisce la capacità di vedere ciò che credevamo di conoscere. Questo accade quando in classe portiamo gli strumenti del ragionare: quelli che permettono di costruire o smontare un’argomentazione, di riconoscere e denunciare le fallacie che ci attraversano ogni giorno. È un esercizio quotidiano, condiviso, che sgretola le apparenze e apre spazio a un senso nuovo. Una pratica che ci educa a considerare l’altro punto di vista, perché la realtà non è mai definitiva: è un’opera collettiva.

E solo quando questi strumenti diventano davvero nostri, immaginare mondi possibili smette di essere un gioco astratto e si trasforma in un’esperienza formativa concreta, viva, quasi palpabile.

Al termine dell’incontro, i presenti — in sala e da remoto — colgono con interesse ed entusiasmo la sfida che la Società e i docenti che ne fanno parte hanno scelto di lanciare. Raccogliere il guanto va ben oltre il ripensamento della didattica, perché sono la nostra paideia e le nostre antropotecniche a dover essere ristrutturate. In una società volta interamente all’orizzontalità del produrre, del fare e dell’accumulare, la scelta di credere nel valore pedagogico della filosofia significa sperare nella costruzione di una società in cui gli uomini e le donne possano superarsi nell’essere persone migliori, gareggiare nella virtù e nell’ascolto reciproco.