LETTERA – DENUNCIA alle istituzioni nazionali, regionali e locali.
Per trenta giorni Napoli e una vasta area del suo hinterland potranno assaporare qualcosa che dovrebbe essere assolutamente normale, ma che per tanti residenti è diventato quasi un lusso: il silenzio. Niente rombi assordanti sopra i tetti, niente improvvise interruzioni delle conversazioni, niente finestre che tremano al passaggio degli aerei, niente risvegli bruschi nel cuore della notte o alle prime luci dell’alba. Dalla collina del Vomero fino alla piana di Casalnuovo, passando per i quartieri che circondano Capodichino, c’è chi sta vivendo questa temporanea chiusura dello scalo come una vera e propria liberazione. E c’è chi, comprensibilmente, arriva persino a parlare di miracolo. Ma dietro questo mese di tranquillità si nasconde una domanda che non può più essere ignorata: quanto costa alla salute e alla qualità della vita dei cittadini mantenere un aeroporto internazionale nel cuore di una città densamente abitata? Capodichino non è uno scalo lontano dai centri abitati, circondato da ampie zone di rispetto. È un aeroporto inserito in un tessuto urbano complesso, circondato da abitazioni, scuole, attività commerciali e quartieri popolosi. Ogni giorno decolli e atterraggi si intrecciano con la vita quotidiana di migliaia di persone, che non hanno scelto di vivere dentro una pista aeroportuale, ma si ritrovano a convivere con le conseguenze della sua presenza.
IL RUMORE NON È UN FASTIDIO: È UNA QUESTIONE DI SALUTE
Il problema dell’inquinamento acustico non può essere liquidato come una semplice lamentela di cittadini insofferenti. Quando in una casa diventa difficile parlare senza alzare la voce, quando una famiglia non riesce a conversare tranquillamente durante la cena, quando il sonno viene interrotto ripetutamente dal rumore dei motori, siamo davanti a un problema concreto di vivibilità. A Napoli sono state documentate situazioni di forte pressione acustica, con rilevazioni che hanno raggiunto anche gli 80 decibel in contesti particolarmente rumorosi. Un dato che richiama l’attenzione sulla necessità di distinguere e misurare le diverse sorgenti: traffico stradale, attività notturne, fuochi d’artificio e traffico aereo. Il rumore persistente può compromettere il riposo, aumentare lo stress e incidere sul benessere psicofisico. Eppure, troppo spesso, chi denuncia questi disagi viene lasciato solo con le proprie finestre chiuse e con la speranza che il prossimo aereo passi in fretta.
E POI C’È L’ARIA CHE RESPIRIAMO
Accanto all’inquinamento acustico c’è quello atmosferico, una questione ancora più delicata. Le attività aeroportuali, insieme al traffico stradale e alle altre fonti presenti nell’area urbana, contribuiscono alle emissioni di inquinanti. Tra questi vi sono gli ossidi di azoto e il particolato, la cui presenza deve essere valutata attraverso monitoraggi specifici e continuativi. In un territorio già sottoposto a molteplici pressioni ambientali, non è accettabile ignorare le possibili conseguenze sulla salute pubblica. Sono state sollevate preoccupazioni anche sulla distribuzione territoriale delle patologie oncologiche, in particolare in aree come San Pietro a Patierno. È necessario che queste preoccupazioni siano affrontate con studi epidemiologici rigorosi, capaci di verificare eventuali correlazioni senza attribuire automaticamente all’aeroporto responsabilità non ancora dimostrate. Ma una cosa è certa: i cittadini hanno diritto a conoscere i dati, a pretendere controlli indipendenti e a sapere quali sostanze respirano ogni giorno.
TRENTА GIORNI CHE POTREBBERO DIVENTARE UN ESPERIMENTO NATURALE
La chiusura temporanea di Capodichino offre un’occasione che le istituzioni non dovrebbero lasciarsi sfuggire.
Perché non installare, proprio adesso, centraline di monitoraggio della qualità dell’aria e fonometri nei quartieri maggiormente esposti? Perché non rilevare i livelli di rumore e di inquinamento durante la sospensione delle attività aeroportuali e confrontarli, con gli stessi strumenti e nelle stesse condizioni, con quelli registrati dopo la riapertura? Perché non coinvolgere ARPAC, ASL, Comune, Regione e università in un’indagine pubblica, trasparente e scientificamente verificabile? Sarebbe un modo concreto per capire quanto incide l’attività aeroportuale rispetto alle altre fonti di inquinamento presenti sul territorio. Non servono slogan, né rassicurazioni generiche. Servono numeri, misurazioni, dati accessibili e risposte.
CHI DIFENDE IL DIRITTO DEI CITTADINI ALLA SALUTE?
Mentre i residenti attendono risposte, il dibattito sul futuro di Capodichino continua a ruotare intorno a investimenti, sviluppo, aumento dei passeggeri e nuovi progetti di ampliamento, con il Masterplan 2035 al centro della discussione. Ma sviluppo per chi? Un aeroporto può rappresentare una risorsa economica e un’importante infrastruttura per il territorio. Nessuno nega il valore dei collegamenti, del turismo e dell’occupazione. Ma il progresso non può essere misurato soltanto dal numero di passeggeri, dai voli movimentati o dai risultati economici. Deve essere misurato anche in termini di salute, sostenibilità ambientale e qualità della vita. Ed è proprio qui che nasce la questione più scomoda: chi rappresenta concretamente gli interessi delle persone che vivono sotto le rotte aeree? Chi verifica che i limiti acustici siano rispettati? Chi controlla l’impatto delle emissioni? Chi ascolta le famiglie che da anni segnalano disagi? Chi valuta seriamente alternative per alleggerire uno scalo collocato in un’area urbana così densamente abitata? Il confronto su un eventuale secondo scalo, come l’ipotesi di Grazzanise, dovrebbe essere affrontato senza pregiudizi, attraverso valutazioni ambientali, economiche e infrastrutturali trasparenti. Non è una soluzione da proclamare senza studi, ma un’alternativa che merita di essere discussa seriamente.
IL SILENZIO DI QUESTO MESE NON DEVE ESSERE DIMENTICATO
C’è qualcosa di profondamente significativo nel fatto che tanti cittadini accolgano con sollievo la chiusura temporanea dell’aeroporto. Significa che il rumore è entrato nella normalità delle loro giornate, che il disagio è diventato un’abitudine e che il diritto a vivere in un ambiente salubre rischia di essere considerato secondario rispetto alle esigenze di una grande infrastruttura. Ma non può essere così. Non si può chiedere a un’intera popolazione di adattarsi indefinitamente a rumori, emissioni e disagi in nome dello sviluppo, senza prima dimostrare che tutte le misure di tutela siano state adottate e che non esistano alternative meno impattanti. Questi trenta giorni non devono essere soltanto una parentesi di tranquillità. Devono diventare l’inizio di una verifica seria, pubblica e indipendente. Quando Capodichino riaprirà, il rumore tornerà. Ma non deve tornare anche il silenzio delle istituzioni. Perché una città non può essere considerata moderna soltanto perché accoglie più aerei e più passeggeri. Una città moderna è quella che tutela anche chi ci vive, chi ci cresce i figli, chi lavora e chi vorrebbe semplicemente dormire la notte senza essere svegliato dal rombo di un motore. La domanda, allora, è una sola: dobbiamo continuare a considerare normale che migliaia di persone paghino ogni giorno il prezzo di un aeroporto nel cuore della città, oppure è arrivato il momento di mettere al centro il diritto alla salute e alla vivibilità?
Il silenzio di questi trenta giorni ci sta dando una risposta. Ora spetta alle istituzioni avere il coraggio di ascoltarla.