Caro vita, l’autunno presenta il conto alle famiglie

Settembre ha una caratteristica che lo rende diverso dagli altri mesi. Non inventa nuove spese, ma le concentra, e il momento in cui le famiglie ricominciano a pagare insieme ciò che durante l’estate era rimasto sullo sfondo. Scuola, trasporti, bollette, spesa quotidiana, attività sportive, libri, carburanti. E tutto questo avviene mentre il reddito disponibile, per una parte consistente degli italiani, non ha seguito la stessa traiettoria dei prezzi. È per questo che il nuovo dato sull’inflazione dovrebbe preoccupare più di quanto suggerisca una semplice percentuale.
Ad agosto-secondo i dati ISTAT- i prezzi al consumo sono aumentati del 3,3 per cento su base annua, contro il 2,9 per cento di luglio. È il livello più elevato da quasi tre anni e la componente energetica è tornata a spingere con particolare forza.
Ma il punto politico non è soltanto che l’inflazione sia tornata a salire, ma è che arriva dopo anni nei quali le famiglie hanno già assorbito aumenti consistenti.
Un prezzo può smettere di correre senza tornare indietro, è questa la differenza che spesso scompare nel linguaggio della politica economica. Se l’inflazione rallenta, significa che i prezzi aumentano più lentamente, non che tornano al livello di qualche anno fa. E così, anche quando l’emergenza sembra superata, il carrello della spesa, l’affitto, l’energia e i servizi continuano a costare più di prima. Il ritorno alla normalità, per molte famiglie, coincide infatti con un aumento delle uscite, e quando la normalità diventa più costosa, il problema non riguarda più soltanto l’inflazione, ma  la qualità della vita. La prima vittima è spesso il consumo non essenziale, si rinvia una visita, si cambia supermercato, si riducono le uscite, si compra un prodotto meno costoso, si rimanda la sostituzione di un elettrodomestico. Sono comportamenti apparentemente individuali che, sommati, raccontano però un’economia nella quale le famiglie stanno diventando più prudenti perché hanno meno margine.
Da una parte si continua a parlare di crescita, dall’altra si chiede alle famiglie di sostenere una parte crescente dell’incertezza economica con il proprio portafoglio. Se il salario rimane sostanzialmente fermo mentre il costo della vita cresce, la conseguenza è inevitabile. Non occorre che lo stipendio diminuisca per diventare più poveri, è sufficiente che compri meno.
Si è discusso molto di bonus, sconti temporanei, interventi sulle accise e misure per contenere le emergenze. Molto meno di come restituire stabilmente potere d’acquisto ai redditi da lavoro. L’emergenza energetica è certamente una delle cause della nuova accelerazione. Le tensioni geopolitiche hanno ripercussioni immediate sulle materie prime e l’energia è il primo canale attraverso cui queste crisi arrivano nelle economie nazionali, ma fermarsi qui sarebbe troppo semplice, perché  l’energia cara diventa trasporto più caro, produzione più costosa, servizi più onerosi e, alla fine, prezzi più elevati. Il problema italiano è quindi anche strutturale, un Paese che dipende fortemente dall’esterno per l’approvvigionamento energetico rimane esposto a ogni crisi internazionale. E ogni volta che il prezzo dell’energia sale, lo Stato è costretto a rincorrere l’emergenza con nuove risorse pubbliche. La risposta che manca è quella che non produce effetti immediati sui titoli dei giornali, ma potrebbe modificare davvero il problema:una politica energetica di lungo periodo, una riduzione della vulnerabilità delle famiglie, salari più dinamici, una fiscalità più favorevole ai redditi medio-bassi e una maggiore attenzione alla formazione dei prezzi lungo le filiere.Non tutto, infatti, può essere spiegato con la guerra, il petrolio o il gas, quando  un prezzo aumenta lungo una filiera, sarebbe necessario capire quanto di quell’aumento dipenda dai costi effettivi e quanto da dinamiche commerciali e margini. La trasparenza sui prezzi dovrebbe diventare una politica economica, non soltanto una questione affidata alle associazioni dei consumatori.

Anche perché l’inflazione non colpisce tutti nello stesso modo, per  chi dispone di un reddito elevato, un aumento della spesa può significare semplicemente risparmiare un po’ meno. Per chi arriva a fine mese con un bilancio già tirato, lo stesso aumento può significare rinunciare a qualcosa. È qui che il caro prezzi diventa una questione sociale prima ancora che economica. E proprio per questo la risposta non può essere soltanto quella di invitare gli italiani a consumare meno o a cercare il prezzo più conveniente. La capacità di risparmiare sulla spesa è certamente utile, ma non può diventare la politica economica di un Paese. Non si può chiedere indefinitamente alle famiglie di essere più efficienti, più prudenti, più attente, mentre il sistema continua a trasferire sui loro bilanci gli effetti delle proprie fragilità. La vera sfida dell’autunno sarà allora capire se il nuovo aumento dell’inflazione resterà una fiammata legata all’energia oppure diventerà qualcosa di più persistente, ma la risposta politica non dovrebbe arrivare soltanto quando il dato sarà diventato ancora più preoccupante. Perché il problema del caro prezzi non comincia quando arriva una bolletta più alta, comincia molto prima, quando un lavoratore scopre che dopo un anno di lavoro il suo stipendio gli permette di fare meno cose di dodici mesi prima. Settembre, in fondo, non presenta agli italiani un conto nuovo, presenta il conto di ciò che non è stato risolto