L’editoriale di AL
La scissione tra diritti civili e diritti sociali non nasce oggi e non nasce per caso. La storia italiana mostra che culture politiche diverse hanno saputo camminare insieme quando hanno riconosciuto che libertà e uguaglianza non sono obiettivi separati ma parti della stessa battaglia. Il referendum sul divorzio del 1974 fu vinto grazie alla mobilitazione congiunta di mondi che non erano affini ma che compresero la necessità di una libertà nuova. La legge 194 del 1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza fu possibile perché la pressione sociale e la forza parlamentare agirono insieme pur partendo da visioni differenti. La legge sull’obiezione di coscienza del 1972 nacque da un confronto duro ma capace di produrre un risultato condiviso. Sono momenti storici certificati che mostrano come la sinistra, quando non si divide tra chi difende la libertà e chi difende l’uguaglianza, riesce a produrre avanzamenti che cambiano la vita delle persone. È necessario interrogarsi sulla svolta della Bolognina del 1989 non per giudicarla ma per capire se sia stata una scelta autonoma o il risultato di fattori più grandi della politica italiana. La fine del blocco sovietico, la crisi delle grandi fabbriche, la delocalizzazione industriale, la nascita del terziario avanzato, la finanziarizzazione dell’economia, la rivoluzione digitale, la costruzione dell’Unione Europea su basi economiche e non sociali, la pressione verso la liberalizzazione dei mercati, sono elementi che hanno trasformato il contesto. È necessario chiedersi se la sinistra abbia creduto che non ci fosse alternativa alla modernizzazione neoliberista o se abbia semplicemente accettato un ordine economico che sembrava inevitabile. Le privatizzazioni degli anni Novanta, il pacchetto Treu del 1997 che introdusse forme di lavoro flessibile, la riforma Bassanini che territorializzò sanità e assistenza, le liberalizzazioni economiche della stagione D’Alema e Bersani, il Jobs Act del 2015 che cancellò l’articolo 18 per i nuovi assunti, sono fatti certificati che mostrano come la sinistra abbia progressivamente indebolito i diritti sociali mentre difendeva solo una parte dei diritti civili. È necessario chiedersi se questa rinuncia sia stata una scelta o una conseguenza. È necessario chiedersi se la sinistra abbia perso il rapporto con i lavoratori poveri, con i precari, con gli sfruttati, con i migranti, con i giovani senza prospettive, con le periferie urbane, perché non ha voluto o perché non ha saputo. È necessario chiedersi se la sinistra abbia iniziato a rappresentare i ceti urbani istruiti e le professioni garantite perché era più semplice, più compatibile con il nuovo ordine economico, più vicino ai centri di produzione culturale. Oggi questa scissione è diventata una frattura che impedisce alla sinistra di essere riconoscibile. Da un lato una sinistra che difende i diritti civili ma non parla più di redistribuzione, di fisco progressivo, di potere economico, di disuguaglianze, di lavoro stabile, di salario dignitoso. Dall’altro una sinistra che parla di lavoro ma non parla più di libertà, di cittadinanza, di discriminazioni, di diritti individuali. In mezzo una sinistra istituzionale che non rappresenta nessuno dei due mondi. È necessario chiedersi se questa frattura sia irreversibile o se sia possibile ricostruire un terreno comune che non appartenga a un leader, a un partito, a una corrente, ma a una comunità politica dal basso. Una comunità che non ha un proprietario, che non ha un capo, che non ha un marchio, che non ha un recinto, che non ha paura di mettere insieme ciò che la storia ha già dimostrato che può camminare insieme. Libertà e uguaglianza. Diritti civili e diritti sociali. Emancipazione e redistribuzione. Una sinistra che non riscrive la storia ma ricostruisce sé stessa. Solo camminando interrogandosi si possono cogliere risposte che non hanno lo scopo di riscrivere il passato ma di ricostruire la sinistra oggi.