CASOLLA DI CASERTA. E’ MORTO GIANNI VANORE (INNARONE ) : IL RICORDO DI GIUSEPPE VOZZA

CASOLLA  di CASERTA. Il telefonino è vero che uno strumento dannatissimo, ma serve, serve sia per le cose belle che brutte. E queste, soprattutto queste non vorresti mai né sentirle, né leggerle. Un sintetico messaggio mi avvisa: “È morto Gianni Innarone”.

Ti fermi. Non pensi più a nulla. Guardi nel vuoto, ma non riesci a percepire la ‘pienezza’ del vuoto. Davanti agli occhi ti passano mille immagini, di quando si era bambini, si andava a scuola, giovincelli, adulti, sposati, figli, lavoro, interessi culturali.

Stringi le mani per inveire contro di te, perché erano più di venti giorni che non lo vedevi ed hai sempre rinviato, certo, sempre per giustificatissimi motivi, ma adesso non puoi più. E ti interroghi sulla limitatezza dell’essere umano. Sull’impotenza insita in ognuno di noi. Ma ora bisogna andare oltre. Acceleri tutto quel che stai facendo ed elimini altri impegni, importanti o meno che fossero. Ora bisogna andare a salutare Gianni.

Entri nel cortile di casa sua. Respiri di nuovo quella sua aria familiare, dove ti sei trovato sempre a tuo agio. La moglie Maria, i figli Francesco e Daniele, con le proprie fidanzate, la figlioletta Chiara chissà dove si trova, il fratello Mauro, i nipoti, i cugini, tra i quali Peppino. Poi entri nella stanza dove lui ha iniziato a dormire serenamente per l’eternità. Gli accarezzi la fronte. È il tuo ultimo contatto. Guardi le dita, cercando di imprimere nella tua mente impercettibili segni fisici.

Innarone, così abbiamo sempre chiamato Gianni Vanore. Dal nome del suo ristorante. Il suo ristorante, punto di incontro tra tante persone della più diversa provenienza geografica, sociale, economica, culturale. Il ristorante era la sua vita. Gli era stato trasmesso dai suoi genitori e lui passo dopo passo lo aveva ingrandito, lo aveva posto all’attenzione di tutti. Del resto teneva ben presente dell’antichità del suo ristorante. Il più antico di Caserta. E per ovvi motivi.

Infatti, Innarone è sorto sulla via San Pietro ad Montes che consentiva, fino ai primi quattro-cinque decenni del Novecento, l’accesso più semplice e più immediato da Casertavecchia a Caserta. La via più antica, più storica, più lunga dell’intero territorio comunale, sulla quale hanno transitato di sicuro non solo tutti gli abati dell’abbazia benedettina di San Pietro ad Montes e prima i sacerdoti del tempio di Giove Tifatino, ma anche i feudatari di Caserta, lo stupor mundi Federico II di Svevia, la cui figlia Violante era la sposa di Riccardo conte di Caserta, gli eretici ed umanisti amici di Giovan Francesco Alois, che aveva casa proprio a poche centinaia di metri, gli scrittori come Salvatore Di Giacomo e Pier Paolo Pasolini, che, durante le riprese del Decameron, girato a Piedimonte di Casolla e nel palazzo Cocozza di Montanara, amava recarsi ogni giorno da Innarone per mangiare le gustosissime merende di pane e prosciutto crudo o la sempre apprezzatissima pettule ‘e fasule.

Gianni era cosciente di tutto ciò e cercava in tutti i modi di testimoniare questa grande ricchezza storico-culturale. Così insieme ad altri tre-quattro di noi è stato il socio fondatore dell’Associazione San Rufo rinasce onlus, che come obbiettivo principale ha la rinascita della millenaria chiesa di San Rufo in Piedimonte. Amava collezionare pezzi di storia sacra e si dava da fare per patrocinare restauri. Ospitava nel suo locale incontri culturali e presentazione di libri. Sempre disponibilissimo. E lo faceva sempre in punta di piedi, con discrezione e riservatezza, senza mai cercare l’apprezzamento altrui. Ma va ricordata anche e soprattutto la sua immensa bontà. Molte volte quando si stava a tavola con lui nel suo locale, quasi con un tono incomprensibilmente basso diceva di scusarlo perché andava a vedere una cosa. Non ci ha mai detto che cosa fosse la ‘cosa’. Ma in base a diversi indizi avevamo ricostruito che la ‘cosa’ era andare a vedere se l’ospite o soprattutto i suoi ospiti fossero soddisfatti, ospiti che andavano da lui perché non potevano regalarsi un tozzo di pane, ma che lui paternamente rimpinzava di ogni leccornia. E questo lo faceva sempre. E sempre nel più assoluto silenzio, nella sua innata ed incommensurabile bontà.

Un Uomo umano, veramente umano, di quelli che ne nascono uno ogni cento anni. Un Uomo che non riusciremo mai a dimenticare, perché ha sempre fatto del bene, perché già stare a dialogare con lui faceva stare in uno stato di serenità. Un vero Uomo.

Giuseppe Vozza