Il Mercante di Venezia, Dante e l’ICQRF: il valore della fiducia nel commercio del cibo Dalla Venezia di Shakespeare ai moderni controlli agroalimentari: un viaggio tra cultura, diritto e tutela del Made in Italy di Salvatore Schiavone

VENEZIA – C’è un filo invisibile che attraversa i secoli e unisce il mercato di Rialto, le pagine di William Shakespeare, la Divina Commedia di Dante Alighieri e l’attività quotidiana dell’ICQRF, l’Ispettorato Centrale della tutela della Qualità e Repressione Frodi dei prodotti agroalimentari.
È il filo della fiducia.
Perché il commercio del cibo, ieri come oggi, non si fonda soltanto sul valore economico delle merci, ma soprattutto sulla credibilità di chi produce, di chi vende e di chi controlla.
La Serenissima Repubblica di Venezia comprese molto presto che il commercio rappresentava una forma di potere. Attraverso il porto e il mercato di Rialto transitavano spezie, cereali, vino, olio, sale e tessuti provenienti da tutto il Mediterraneo. Garantire la qualità delle merci significava tutelare non solo gli interessi economici della città, ma anche la sua reputazione internazionale.
È proprio in questa Venezia che William Shakespeare ambienta Il Mercante di Venezia, opera resa nuovamente attuale dalla trasposizione cinematografica diretta da Michael Radford nel 2004.
Un contratto che racconta il valore della fiducia
Interpretato magistralmente da Al Pacino nel ruolo di Shylock e da Jeremy Irons in quello del mercante Antonio, il film racconta una vicenda nella quale un contratto commerciale diventa una riflessione universale sulla giustizia, sulla misericordia e sulla responsabilità.
Antonio garantisce un prestito di 3.000 ducati per aiutare l’amico Bassanio. In cambio, Shylock pretende una clausola destinata a diventare una delle immagini più potenti della letteratura mondiale: una libbra della carne del debitore in caso di mancata restituzione del denaro.
Quella clausola non rappresenta soltanto la crudeltà del personaggio, ma pone una domanda ancora attuale: cosa accade quando il diritto perde il contatto con l’etica?
Una domanda che riguarda anche il nostro tempo, nel quale la sicurezza alimentare e la trasparenza commerciale costituiscono elementi essenziali della fiducia dei consumatori.
Il cibo come luogo della relazione
Nel film di Radford il cibo accompagna continuamente la narrazione.
Banchetti, taverne e feste diventano luoghi nei quali si costruiscono alleanze, si concludono affari e si intrecciano relazioni sociali.
La raffinata colonna sonora di Jocelyn Pook rafforza questa atmosfera, mescolando musica sacra, tradizione ebraica e sonorità rinascimentali.
Anche oggi il cibo continua a rappresentare molto più di un semplice nutrimento: è identità culturale, economia, territorio e fiducia.
La frode: un peccato prima ancora che un reato
Molto prima della nascita delle moderne legislazioni alimentari, le grandi tradizioni religiose avevano già individuato nella frode una delle violazioni più gravi della convivenza umana.
Il Corano dedica un intero capitolo – la Sura Al-Mutaffifin – a coloro che alterano pesi e misure, mentre un celebre detto del Profeta Maometto afferma:
«Chi ci inganna non è uno di noi.»
Anche il Cristianesimo condanna con forza ogni forma di inganno commerciale.
San Tommaso d’Aquino considera la frode una corruzione della ragione, mentre Dante Alighieri colloca i fraudolenti nelle Male bolge, riservando loro una pena persino più severa di quella inflitta ai violenti.
Non è casuale.
La frode rompe il rapporto di fiducia che rende possibile la vita sociale.
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BOX – La frode nelle due sponde del Mediterraneo
Aspetto Tradizione arabo-islamica Tradizione cristiana
Origine del divieto Corano e Sunnah Dieci Comandamenti e Vangeli
Natura del peccato Violazione dell’onestà e della giustizia comunitaria Violazione della ragione e dell’amore verso il prossimo
Gravità Peccato maggiore (Kabirah) Dante la considera più grave della violenza
Riparazione Pentimento e restituzione del danno Confessione e riparazione dell’ingiustizia
In entrambe le tradizioni la frode rappresenta un tradimento della fiducia e non soltanto una violazione della legge.
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Dalla morale al diritto
L’Italia trasformò questi principi etici in norme giuridiche già con il Regio Decreto-Legge 15 ottobre 1925, n. 2033, dedicato alla repressione delle frodi nella preparazione e nel commercio dei prodotti agrari.
Fu una delle prime grandi riforme europee in materia di controlli alimentari, introducendo campionamenti ufficiali, analisi di laboratorio e verifiche sistematiche sulla qualità dei prodotti.
Una visione sorprendentemente moderna, che anticipava una consapevolezza oggi sempre più diffusa: mangiare è un atto agricolo.
Come avrebbe scritto molti anni dopo lo scrittore americano Wendell Berry, ogni consumatore partecipa alla vita della terra attraverso le proprie scelte alimentari.
Proteggere il cibo significa quindi proteggere il lavoro degli agricoltori, la salute dei cittadini e il patrimonio culturale dei territori.
I quarant’anni dell’ICQRF
Da quella intuizione legislativa nasce il percorso che conduce all’attuale ICQRF.
Fondato il 18 giugno 1986, l’Ispettorato celebra nel 2026 i suoi quarant’anni di attività.
In questo periodo è diventato uno dei principali organismi europei di controllo nel settore agroalimentare, contrastando sofisticazioni, contraffazioni, Italian Sounding e frodi commerciali attraverso competenze scientifiche, laboratori specializzati e moderne tecnologie di tracciabilità.
Il suo lavoro tutela non soltanto i consumatori, ma anche gli agricoltori, gli allevatori e tutte le imprese che operano nel rispetto delle regole.
Una lezione ancora attuale
Rileggere oggi Il Mercante di Venezia significa comprendere che il vero valore del commercio non risiede nel denaro, ma nella fiducia.
Dietro ogni prodotto agroalimentare esiste un patto invisibile tra chi coltiva, chi trasforma, chi distribuisce e chi acquista.
È lo stesso patto che le religioni hanno difeso, che Dante ha trasformato in poesia, che il legislatore ha tradotto in diritto e che oggi l’ICQRF continua a garantire attraverso il proprio lavoro quotidiano.
Perché la qualità non nasce soltanto dalla terra.
Nasce dall’onestà.
Ed è proprio questa fiducia, costruita giorno dopo giorno, il vero patrimonio dell’agroalimentare italiano.

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