FRANCOLISE: DUE ANNI CON PENA SOSPESA PER CHI PALPEGGIA UNA DONNA

L'arte della misericordia giudiziaria

Francolise, 24 agosto 2024. Una giovane barista, nel proprio luogo di lavoro, viene attirata con l’inganno nel bagno del locale. Lì, secondo quanto ricostruito, viene spinta dentro da un cliente di 24 anni, che la palpeggia. A fermare l’aggressione sono alcuni clienti, allertati dalle urla. L’uomo fugge tra le campagne, ma viene arrestato poco dopo. Fine della storia? Macché: inizia il capitolo che più interessa il nostro Stato di diritto — la risposta giudiziaria.

 

La Procura di Santa Maria Capua Vetere, con evidente senso del dovere, aveva chiesto sei anni di reclusione. Il Tribunale, tuttavia, ha scelto la via del perdono giudiziario: due anni con pena sospesa. Nessun giorno di carcere. Nessuna misura cautelare. Nessun affidamento in prova. Solo un auspicio: che “non lo rifaccia più”.

 

La vicenda si iscrive nel sempre più affollato album delle sentenze che sembrano suggerire — più con i fatti che con le parole — che l’incolumità psicofisica delle donne non meriti una protezione reale, ma solo simbolica. Una tutela enunciata nei codici, ma disattesa nella prassi.

 

Il riferimento normativo è l’art. 609-bis c.p.: “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da sei a dodici anni”. È la norma che dovrebbe tutelare le vittime. In questo caso, la richiesta della pubblica accusa era coerente col dettato. Ma la condanna, pur riconoscendo il fatto, si ferma a un quarto del minimo edittale — e con sospensione della pena.

 

Come sia stato possibile, tecnicamente, è materia da addetti ai lavori: attenuanti generiche, rito abbreviato, incensuratezza, buona condotta. Ma una domanda rimane: cosa comunica questo alla vittima? Che chi la palpeggia in bagno potrà cavarsela con poco più di un richiamo formale. Che la sua paura, le sue urla, la violenza subita valgono due anni di reclusione teorica. Una sentenza di carta. Un’illusione di giustizia.

 

In un Paese che dice di voler “educare al rispetto” e “combattere la cultura dello stupro”, questa è la contraddizione più feroce: leggi severe, ma applicazioni accomodanti. Si processa l’imputato, ma si pesa la vittima. Si parla di giustizia, ma si pratica indulgenza.

 

È forse tempo di dirlo chiaramente: non servono nuovi articoli nel codice, ma coraggio nell’aula. Non servono leggi “esemplari” se poi i processi finiscono con la mano sulla spalla e il “vai, e non peccare più”.

 

La barista tornerà a lavoro. L’aggressore, probabilmente, anche. Ma la differenza è che lei dovrà dimenticare in fretta. Lui, invece, potrà farlo con comodo.

 

E forse, oggi, questa è l’unica vera condanna: per noi tutte.