Giovani senza voce, diritti senza difesa

L’editoriale di AL

Come il disarmo sociale, le compatibilità economiche e le nuove strette
repressive hanno indebolito il conflitto democratico e lasciato soli studenti
e nuove generazioni
La condizione giovanile e studentesca in Italia continua a essere raccontata attraverso una narrazione
comoda per chi governa e rassicurante per chi, negli anni, ha rinunciato a rappresentare il disagio
sociale. Si parla di apatia, di individualismo, di disaffezione, quasi che il problema risieda nei giovani e
non nel contesto economico, culturale e politico che li ha accompagnati nella crescita. È una lettura
falsa e funzionale ad assolvere responsabilità che appartengono invece a chi ha governato,
amministrato e rappresentato il Paese negli ultimi decenni.
I giovani italiani affrontano salari bassi, precarietà strutturale, difficoltà crescenti nell’accesso alla casa,
una scuola pubblica impoverita da anni di sottofinanziamento e un’università sempre più onerosa e
selettiva. Sono la generazione che accumula titoli di studio e competenze senza vedere corrispondere a
questo investimento prospettive di vita migliori. Eppure, di fronte a questo scenario, il rimprovero più
frequente non è rivolto a chi ha prodotto tali condizioni, ma a chi le subisce.
La presunta apatia giovanile non nasce dal disinteresse. Ha una causa politica e culturale che viene da
lontano. Per decenni il conflitto sociale è stato sistematicamente delegittimato. Le manifestazioni sono
state rappresentate come un problema, gli scioperi come un ostacolo, le occupazioni come un’anomalia
da reprimere e non come uno strumento attraverso il quale porre questioni sociali e democratiche. Si è
diffusa l’idea che la buona cittadinanza coincidesse con l’accettazione delle compatibilità economiche
esistenti e che ogni tentativo di metterle in discussione fosse irresponsabile.
In questo processo nessuno può dirsi innocente. Certamente le destre hanno fatto della retorica
dell’ordine uno dei propri riferimenti culturali, ma una parte significativa della sinistra istituzionale e
riformista ha progressivamente smesso di anteporre il disagio sociale alle compatibilità economiche. Ha
sostituito la rappresentanza del conflitto con la gestione dell’esistente, l’ambizione del cambiamento
con l’amministrazione dei vincoli. Ha chiesto moderazione a chi protestava mentre intere generazioni
vedevano peggiorare le proprie condizioni materiali. Ha lasciato soli studenti, precari, lavoratori e
movimenti nel momento in cui avrebbero avuto bisogno di un sostegno politico forte e riconoscibile.
Su questo terreno già indebolito si sono inserite le scelte dell’attuale governo. Norme restrittive,
approcci securitari e una crescente centralità dell’ordine pubblico hanno ulteriormente ridotto gli spazi
del dissenso. Il messaggio che ne deriva è chiaro: il conflitto sociale non viene considerato una
componente fisiologica della democrazia, ma un’anomalia da contenere e scoraggiare.
Naturalmente ogni episodio di intemperanza va condannato senza esitazioni. Nessuna battaglia sociale
trae forza dalla violenza o dalla sopraffazione. Ma è impossibile non osservare come troppo spesso
episodi marginali e numericamente irrilevanti rispetto alle migliaia di partecipanti vengano trasformati
nel racconto principale delle mobilitazioni. Una tensione, una contestazione accesa, un gesto isolato
finiscono per occupare l’intero spazio mediatico, mentre scompaiono le ragioni che hanno portato
studenti e giovani a manifestare. La scuola che arretra, l’università sempre meno accessibile, il lavoro
povero, la precarietà e la crisi abitativa vengono oscurati da una narrazione costruita per svilire il
significato politico delle proteste. Si condannano giustamente gli eccessi, ma troppo spesso gli eccessi
diventano il pretesto per non affrontare le cause.
Nel frattempo il Paese viene orientato verso scelte che privilegiano il riarmo e l’aumento delle spese
militari. Quando si parla di scuola, università, welfare, diritto alla casa, trasporti e sanità vengono
continuamente richiamati i limiti delle risorse e le compatibilità di bilancio. Quando invece si parla di
armamenti e spese militari, quelle compatibilità sembrano diventare improvvisamente più elastiche. È
una contraddizione politica che molte ragazze e molti ragazzi percepiscono con chiarezza: mancano
risorse per garantire diritti sociali fondamentali, ma le risorse si trovano quando la priorità diventa la
preparazione a scenari di conflitto e di competizione internazionale.
Accusare i giovani di non protestare dopo aver delegittimato per anni il conflitto sociale e aver
abbandonato chi provava a organizzarlo rappresenta il punto più alto di questa ipocrisia. Non si può
lamentare l’assenza di partecipazione e, nello stesso tempo, guardare con sospetto ogni forma di
partecipazione che metta in discussione gli assetti esistenti. Non si può chiedere impegno civile e poi
lasciare soli coloro che si mobilitano per difendere la scuola pubblica, il diritto allo studio, il lavoro
dignitoso, la casa e la pace.
La verità è che il disarmo sociale non è avvenuto per caso. È stato il prodotto di precise scelte politiche e
culturali. Per questo nessuno può chiamarsi fuori e nessuno può dichiararsi innocente, soprattutto
quelle forze che avrebbero dovuto rappresentare il disagio e che invece hanno finito per subordinare le
ragioni sociali alle compatibilità economiche. Oggi, però, non basta individuare le responsabilità.
Occorre tornare a costruire partecipazione, organizzazione e mobilitazione. Occorre restituire dignità al
conflitto democratico e legittimità a chi difende i beni comuni.
Perché la risposta alle strette repressive non può essere il silenzio. La risposta all’economia di guerra
non può essere la rassegnazione. La risposta all’impoverimento sociale non può essere l’attesa. Se la
politica ha contribuito ad affievolire la forza del conflitto, spetta alla società ricostruirla. Nelle scuole,
nelle università, nei luoghi di lavoro, nei territori. Non per alimentare divisioni, ma per difendere diritti,
democrazia e giustizia sociale. Le conquiste collettive non sono mai state un regalo. Sono sempre state
il risultato di una partecipazione consapevole e organizzata.