Il primo luglio sono stati consacrati quattro nuovi vescovi dalla Fraternità San Pio X, fondata dal vescovo francese tradizionalista francese Marcel Lefebvre, aprendo nuovamente la questione di uno scisma che c’era già stato formalmente nel 1988. Le origini e le cause dottrinali dello scisma affondano nell’opposizione radicale di monsignor Lefebvre alle riforme introdotte dal Concilio Vaticano II (1962-1965). I punti principali di rottura con il Concilio sono il rifiuto della riforma liturgica e della messa nelle lingue locali, la difesa della messa tridentina in latino, l’opposizione totale al dialogo con le altre confessioni cristiane e con le altre religioni, il rigetto delle posizioni conciliari sulla libertà di coscienza e sulla separazione tra Stato e Chiesa.
La storia di questa comunità scismatica comincia nel 1970 quando, per formare sacerdoti fedeli alla tradizione pre-conciliare, il vescovo francese fondò la Fraternità Sacerdotale San Pio X a Écône, in Svizzera. Di fronte al proseguimento delle attività non autorizzate, papa Paolo VI sospese Lefebvre a divinis nel 1976, ma lo scisma vero e proprio avvenne il 30 giugno 1988. Ignorando gli ammonimenti scritti e i tentativi di mediazione intrapresi da papa Giovanni Paolo II, monsignor Lefebvre consacrò autonomamente quattro nuovi vescovi senza il mandato pontificio. L’atto costituì una violazione gravissima del diritto canonico, per cui il giorno successivo scattò la scomunica automatica (cioè senza bisogno di un processo, detta latae sententiae) per scisma per Lefebvre e per i quattro neo-ordinati. Negli anni successivi la Santa Sede cercò di sanare la frattura: nel 2009, papa Benedetto XVI revocò la scomunica ai quattro vescovi tradizionalisti per favorire il dialogo teologico. Nel 2019, papa Francesco concesse ulteriori aperture formali, mantenendo però la Fraternità in una posizione di sospensione canonica (senza un ministero pienamente legittimo nella Chiesa). La tensione è tornata a esplodere in concomitanza con le nuove ordinazioni episcopali indette dalla Fraternità a Écône in questi giorni. Nonostante l’appello epistolare accorato lanciato alla vigilia da papa Leone XIV per chiedere di fermare i mandati e salvaguardare l’unità cattolica, i vertici lefebvriani hanno proceduto all’ordinazione di quattro nuovi vescovi. Questo passo ha consumato una seconda e speculare replica dello strappo del 1988, ponendo la Fraternità nuovamente fuori dalla piena comunione gerarchica con Roma.
La consistenza del movimento è piuttosto ridotta. La Fraternità San Pio X conta nel mondo circa 733 sacerdoti, centinaia di religiosi e religiose e circa mezzo milione di fedeli distribuiti in vari paesi. Per la comunità lefebvriana il rifiuto del cambiamento non è una semplice preferenza rituale, ma costituisce il pilastro cardine dell’identità stessa della vera fede cattolica, in quando si pongono come unici difensori del dogma antico. Inutile dire che questo atteggiamento strettamente conservatore e tradizionalista attira le simpatie di numerosi partiti politici di estrema destra in Europa.
I punti di contrasto tra il movimento lefebvriano e la Chiesa cattolica ufficiale derivano, come detto, interamente dal rifiuto dei documenti e dello “spirito” del Concilio Vaticano II (1962-1965). Monsignor Lefebvre, che partecipò al Concilio, riteneva che esso avesse introdotto dottrine moderniste ed eretiche, allontanando la Chiesa dalla sua vera tradizione. Con la Riforma Liturgica (della Messa e degli altri sacramenti) del 1969, la Chiesa ha introdotto il Novus Ordo Missae (la messa moderna), celebrata nelle lingue locali, con il sacerdote rivolto verso il popolo e una maggiore partecipazione dei fedeli. La posizione lefebvriana è di rifiuto totale di questa messa, considerata filoprotestante e irrispettosa del mistero divino. La Fraternità celebra esclusivamente la Messa Tridentina (in latino, con il sacerdote rivolto verso l’altare e le spalle ai fedeli), considerandola l’unico rito pienamente cattolico.
Ma i punti di contrasto non si fermano a questi elementi liturgici. Il documento conciliare Dignitatis Humanae afferma che ogni essere umano ha il diritto civile alla libertà religiosa e che nessuno può essere forzato a professare una fede contro la sua coscienza. Lefebvre considerava questo principio un errore gravissimo (derivato dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese). Secondo la Fraternità, solo la verità cattolica ha diritti, mentre l’errore non ne possiede. Di conseguenza, lo Stato dovrebbe essere confessionalmente cattolico e non neutrale.
Il Concilio (con il decreto Unitatis Redintegratio e la dichiarazione Nostra Aetate) ha promosso il dialogo e la preghiera comune con i cristiani non cattolici (ortodossi, protestanti) e il rispetto per le altre religioni (ebraismo, islam). La posizione lefebvriana rifiuta ogni tentativo di equiparare o dialogare alla pari con altre confessioni. Per i lefebvriani esiste un’unica vera Chiesa al di fuori della quale non c’è salvezza (Extra Ecclesiam nulla salus, al di fuori della Chiesa non c’è salvezza). I gesti ecumenici (come gli storici incontri di preghiera ad Assisi voluti da Giovanni Paolo II) vengono etichettati come apostasia o sincretismo religioso.
Il Vaticano II ha valorizzato la “collegialità”, ossia l’autorità dei vescovi uniti insieme al Papa nel governare la Chiesa. La Fraternità accusa questa visione di indebolire l’autorità suprema del Papa. Tuttavia, nella pratica, i lefebvriani rifiutano l’obbedienza all’autorità del Papa attuale e dei vescovi locali su questioni di fede e disciplina, sostenendo che l’obbedienza alla Tradizione della Chiesa di sempre sia superiore all’obbedienza al Papa “modernista” del momento e, in linea teorica, sarebbero propensi all’obbedienza di un papa che la pensasse come loro.
Questi i punti di dissenso, che non sembrano al momento componibili, per cui la frattura è destinata a protrarsi nel tempo. Non è un bel vedere tutto questo, perché mina l’unità dei cristiani. Del resto questo è solo l’ultimo scisma di una Chiesa che nel corso dei secoli ne ha avuti anche altri, e ben più consistenti dal punto di vista numerico, a cominciare da quello con la Chiesa Ortodossa del 1054, per continuare con quello della Riforma protestante del XV secolo, solo per citare i più importanti. L’auspicio è che, pur nella diversità di vedute che esistono e perdurano, si possa attuare un riavvicinamento delle diverse posizioni, cosa che attualmente fa il Movimento ecumenico, che trova la sua massima espressione nella settimana dell’unità dei cristiani, che si svolge ogni anno dal 18 al 25 gennaio di ogni anno. Questo per realizzare il comando di Gesù quando parla dei suoi discepoli prima di affrontare il calvario della morte, la sua preghiera per l’unità dei discepoli: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me». (Giovanni 17,21).