SAN NICOLA LA STRADA – Da oltre due mesi le attività produttive della Nazione sono chiuse ed hanno ridotto su lastrico migliaia di famiglie. Anche nella Città di San Nicola la Strada sono numerosi le attività commerciali che sono ancora chiuse e mi riferisco in particolare: Bar, ristoranti, pub, barbieri, parrucchieri per signora, estetiste, erboristerie, pizzerie, pasticcerie, lavanderie, e, sino a pochi giorni orsono anche i negozi di cartolibreria.
“In questi ultimi due mesi” – ha affermato Pio Vincenzo FEOLA – “gli esercenti non hanno potuto guadagnare neppure un euro, eppure hanno dovuto pagare il canone di fitto, l’energia elettrica, e sono obbligati anche a pagare le tasse e tariffe comunali. Nella fattispecie” – fa presente Feola – “sono costretti a pagare la TARI (Tariffa dei Rifiuti) sia sulle loro attività commerciali che su quelle delle abitazioni. Però, mentre a casa si produce umido e/o indifferenziato, sulle attività commerciali che sono chiuse da due mesi non si è prodotto nulla.
A questo punto” – propone Pio Vincenzo Feola – “l’Amministrazione comunale di San Nicola la Strada dovrebbe ridurre la TARI di queste attività commerciali per due/dodicesimi al fine di venire incontro a questi piccoli imprenditori facendo loro sentire che il Comune non è insensibile ai loro drammi lavorativi”. La lodevole proposta di Pio Vincenzo Feola, però, si scontra contro una normativa legislativa senza cuore.
Sotto il profilo generale dobbiamo osservare che il prelievo sui rifiuti, sia esso articolato sotto forma di tributo (TARI) o di prelievo avente natura corrispettiva (Taric), deve garantire l’integrale copertura dei costi del servizio rifiuti. Dispone, infatti, l’art. 1, comma 654, della legge n. 147 del 2013 che “in ogni caso deve essere assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio relativi al servizio”.
Il comma 660, della legge n. 147 del 2013, introduce PERÒ un’eccezione a tale regola, prevedendo che il Comune possa deliberare “ulteriori riduzioni ed esenzioni” rispetto a quelle già previste dalla normativa (ed elencate nel comma 659). Su questa base si è determinata un’ampia gamma di riduzioni ed esenzioni, che devono ovviamente devono sottostare ai principi generali di ragionevolezza e non discriminazione tra contribuenti. Si tratta quindi di “riduzioni atipiche” di tariffa, ovvero agevolazioni che non hanno specifica attinenza con il servizio rifiuti. Tra queste figurano, ad esempio, quelle collegate all’ISEE e, più in generale, alle condizioni di disagio sociale riguardanti in prevalenza – ma non esclusivamente – le utenze domestiche.
Circa la modalità di copertura delle “riduzioni atipiche”, sebbene non si registri uniformità di pensiero a causa della imprecisa formulazione del comma 660 della legge n. 147 del 20133, la stessa norma è sufficientemente esplicita nel dire che “può essere disposta attraverso apposite autorizzazioni di spesa e deve essere assicurata attraverso il ricorso a risorse derivanti dalla fiscalità generale del comune”, ovvero – in altri termini – a carico del bilancio comunale.
Si deve dunque ritenere che esse debbano essere iscritte nel bilancio comunale come autorizzazioni di spesa, la cui copertura è assicurata da risorse diverse dal prelievo sui rifiuti relativo all’anno di riferimento. Si può dunque ritenere che le riduzioni, rivolte a specifiche categorie economiche o a fasce di utenza domestica colpite dalle conseguenze dell’emergenza, possono essere finanziate con entrate proprie del bilancio dei Comuni, derivanti da eventuali maggiori entrate riscosse a seguito dell’attività di contrasto dell’evasione (su Tari o su altre fonti di entrata), ovvero da altre risorse proprie del Comune, quali l’avanzo di amministrazione e altre disponibilità, anche straordinarie, dell’ente.
Resta ovviamente ferma la necessità (ribadita in questi giorni dall’ANCI) che, a fronte della profonda crisi economica che si va profilando a seguito dell’emergenza da COVID-19, le riduzioni in questione trovino un sollecito sollievo in termini di partecipazione dei Comuni al sostegno che lo Stato sta via via definendo, anche attraverso un significativo aumento delle spese finanziabili mediante un – ben motivato – aumento del deficit pubblico.
