di FIORE MARRO
E’ capitato in questi giorni, di dovermi muovere con il treno, Caserta – Napoli e ritorno, per ragioni di lavoro, cosa rara quella di spostarmi usando le Ferrovie Statali, ma il caldo di questi giorni, mi ha fatto optare per il viaggio ferroviario, meno stressante; quando mi succede di viaggiare in questo modo, di solito mi munisco di qualcosa da leggere, così che in mia compagnia in questi spostamenti stavolta c’era L’Alfiere, il caro Pino Lancia di Carlo Alianello. Libro che conosco a memoria, ma che riesce sempre a provocarmi emozioni e a trasmettere nuovi spunti su come proseguire la lotta identitaria duosiciliana.
Capita di imbattermi, durante questi viaggi nella fauna più svariata di passeggeri, spesso extracomunitari, di mattina presto alla stazione di Caserta si ha la sensazione che probabilmente un serbo sentiva aggirandosi per le strade del Kossovo, ospite in casa propria, ci si imbatte qualche impiegato assonnato, alcune ragazze probabilmente studentesse, che raggiungono qualche università della capitale sebezia; si chiacchiera di tante cose, talvolta anche piacevoli.
Ieri mattina è stato uno di quei giorni: di fRonte a me, una persona distinta, barba e capelli curati, vestito in modo casual, all’improvviso con il un forte accento emiliano mi dice : ah bene, finalmente un borbonico. Vedo che legge libri che parlano della storia delle Due Sicilie. Ahe questo adesso attacca il “pippone”, dico fra me e me, prima di assentire. “ Si è uno dei libri cui sono in assoluto più legato, per come racconta gli eventi accaduti nelle nostre contrade” ho detto più per cortesia che per attaccare bottone. “Quel libro l’ho letto sa? Insegno musica a Napoli, in un istituto superiore -avanza il tizio- adoro il periodo borbonico, di solito prima di recarmi all’istituto dove lavoro faccio la spola tra Napoli a Caserta in treno, per ammirare Palazzo Reale, prendo qualche mezzo, quando si trova, per arrivare fino a San Leucio. Quando ho più tempo prendo la mia auto e mi reco a Capua, a Carditello, a San Nicola la Strada, tutto affascinante, sono stati grandi i vostri Borbone”. Incalza “Quelli che vi hanno governato. Sinceramente da quello che vedo e che ho letto , devo dire la verità, questi luoghi erano davvero una meraviglia all’epoca, non meritavano il trattamento avuto, specie da voi”. L’interlocutore affonda il colpo : “Però, non riesco a comprendere come avete fatto a ridurvi così come adesso, che brutta fine …”, ha commentato da ultimo mentre il treno fermava davanti alla stazione.
“ Che fine?” Rispondo un poco inquieto.
Il professore presunto, rincara la dose : “A me in verità non è mai accaduto nulla di male, insegno qui da 10 anni, ho preso moglie, però veniamo a conoscenza spesso quel che si racconta in giro. Da capitale che reggeva il confronto con Londra e Parigi per cultura e per primati d’Europa, come avete fatto a finire così in basso?” .
Ho riposto il libro , in una sacca, mentre cercavo di trovare una risposta non troppo da “tifoso”: “È una brutta storia, fatta di soprusi e di tradimenti, un’invasione manu militare, storia lunga da ridurre in due minuti”. “Si, mi dice sorridendo, colpa di Garibaldi, dei giacobini, del Piemonte”, mi dice sarcasticamente, con un sorriso furbo. Mi ero allontanato di soli due passi, quando mi ha richiamato: «Senta sarà colpa della Juventus?”.
Mi giro e lo fisso un poco basito, con un fare interrogativo, lui continua, “ Mo pure al Pipita si sono presi, state tutti così avvelenati verso di lui, che proprio a Torino non doveva andare, eh questi piemontesi … Però una soluzione stavolta la potete prendere, senza scatenare briganti o cose del genere, dite a De Laurentis di restituire i soldi agli Agnelli e riprendetelo”.
Stavolta sono io che rispondo deciso” Bhe a chillo tenitavillo stritto, a nuje nu serve, magari i piemontesi potrebbero restituirci indietro i soldi che si sono fottuti quando sono arrivati qui con la scusa di essere nostri fratelli, quelli si che pesano ancora, quelli si che ci hanno ridotto come dice Lei nello stato in cui versiamo..”.
Il mio interlocutore sparisce tra la folla della stazione napoletana, lo immagino sorridente, mentre pregusta il fatto di avere toccato corde, in me, che suscitano sempre sussulti di dignità.