16 marzo 1978, Roma, via Mario Fani: alle ore 9:00 un commando delle Brigate Rosse blocca l’auto con a bordo Aldo Moro e quella della scorta, in seguito uccide tutte le guardie del corpo con colpi di arma da fuoco e rapisce il segretario della Democrazia Cristiana. In quell’esatto momento falliva il “Compromesso storico” tra la DC e il PCI di Enrico Berlinguer, che, dopo trentuno anni di opposizione, stava per votare a sostegno dello storico rivale al governo, in quella che avrebbe segnato una svolta per l’intera democrazia italiana, e in generale per l’Europa della Guerra fredda. A questo punto, dopo un breve sunto della vicenda, la domanda sorge spontanea: Qual è la genesi dell’agguato di Via Fani?
DAL DOPOGUERRA AL SESSANTOTTO
Per cominciare a parlare dell’origine del “caso Moro” è necessario partire dal secondo dopoguerra, nel momento in cui l’Italia attraversa il periodo del cosiddetto boom economico, che, nonostante avesse posto il paese in una posizione rilevante come potenza industriale, non aveva agevolato allo stesso tempo le classi subalterne, tra le quali era ancora molto alto il tasso di disoccupazione e sfruttamento. La conseguenza fu una netta spaccatura all’interno della società, che stava ormai repentinamente diventando sempre più consumista e individualista.
In reazione a questi avvenimenti gli anni Sessanta saranno fortemente caratterizzati da numerose proteste, soprattutto da parte degli studenti universitari nei confronti degli esponenti della destra parlamentare. L’anno cruciale è sicuramente il 1968, che fu protagonista di tantissime rivolte all’interno delle grandi città italiane, soprattutto al nord. Uno dei centri urbani più attivi durante il “Sessantotto” è stato sicuramente Trento, nell’ambito della alla Facoltà di sociologia, occupata nel 1966 dagli studenti, che richiedevano il riconoscimento legale della laurea in sociologia, che non aveva ancora ricevuto un Decreto ufficiale del Presidente della Repubblica (poiché l’università di Trento nasce come università libera non istituzionalizzata e riconosciuta dallo Stato). Nel 1967, invece, l’Università viene occupata per la protesta contro la Guerra del Vietnam e l’imperialismo dei paesi della NATO, a ispirare l’occupazione sono le rivolte americane dell’università di Berkeley del 1964, In quegli anni in Italia c’era molta tensione anche a livello politico, infatti, gli studenti protestano molto anche contro il Movimento Sociale Italiano (afferente alla destra più radicale): in particolare è famosa la contestazione ad un comizio dell’MSI all’interno del cinema cittadino di Trento, in cui dovette intervenire la polizia per sedare i manifestanti. Tra i protagonisti della vicenda (e di tutte le altre rivolte sessantottine di Trento) troviamo gli studenti di sociologia Rostagno Mauro (uno dei fondatori di Lotta Continua) e Renato Curcio (fondatore delle Brigate Rosse assieme a Margherita Cagol).
DALL’AUTUNNO CALDO AL MOVIMENTO DEL SETTANTASETTE
Inoltre, il 1969 fu il teatro del cosiddetto “autunno caldo” segnato da manifestazioni, scioperi e occupazioni di fabbriche. In questo senso iniziò un conflitto sociale su vasta scala e l’Italia sembrò inclinarsi sempre più a sinistra. Sentimenti rivoluzionari contro il capitalismo sorsero tra molti studenti e lavoratori. Intanto, i governi e le istituzioni statali divennero sempre più reazionari, pur di arrestare questi sconvolgimenti sociali. A questo punto, i movimenti reazionari e le organizzazioni di estrema destra, temendo un possibile governo comunista, si resero responsabili di numerosi attentati tra i più disastrosi della storia della Repubblica, come, ad esempio, la strage di Piazza Fontana (1969) ad opera del movimento neofascista Ordine Nuovo (anche se inizialmente la colpa fu attribuita all’anarchico Pinelli, la cui tragica fine è ancora avvolta nel mistero), che causò 17 morti e 88 feriti. In questo clima, a ridosso degli anni Settanta, nascono i primi gruppi estremisti di sinistra, che ,visto il rischio della minaccia fascista, (soprattutto dopo il Golpe Borghese), decisero di passare ai fatti: i più importanti furono Potere Operaio, Lotta Continua e le Brigate Rosse (che avevano la particolarità di rivendicare sempre i loro agguati), i quali sostenevano che il PCI aveva tradito la rivoluzione comunista. L’Italia divenne, quindi, un palcoscenico di stragi e omicidi, per cui i due partiti politici al vertice, il PCI e la DC, cercarono un accordo per superare la crisi democratica dando luogo al cosiddetto Compromesso storico.
A tal proposito David Forgacs in “La strategia mediatica dei terroristi” scrive: “I gruppi clandestini di sinistra cercavano di dare la massima visibilità e pubblicità alla propria presenza, pur cercando di non farsi scoprire apertamente. Rivendicavano quasi sempre gli attentati, firmandoli con il nome dell’organizzazione con slogan e sigle. Utilizzando mezzi poveri, artigianali – fogli ciclostilati depositati vicino ai cancelli delle fabbriche oppure infilati in un cestino dei rifiuti dove, in seguito a un’apposita telefonata, la polizia poteva recuperarli, e fotografie fatte con macchine amatoriali a basso costo – sapendo però che i media, tecnicamente più attrezzati, avrebbero riportato ridistribuito milioni di persone e loro messaggi”.
Nel frattempo, però, in contrasto con il governo Andreotti di stampo democristiano, sorsero ulteriori movimenti di sinistra. Siamo nel 1977, anno in cui si protesta anche contro i sindacati e i partiti di sinistra, i quali erano accusati di non tutelare affatto gli operai e i giovani che avrebbero dovuto rappresentare. I gruppi che si facevano portavoce delle rivolte erano divisi in due grandi blocchi: “coloro che stanno seduti sulle margherite e coloro che sparano solamente”, come racconta uno dei protagonisti Marino Sinibaldi (membro di Lotta Continua). L’evento più caratterizzante di quel periodo, oltre alla sfortunata morte del vicebrigadiere Antonio Custra ad opera di Mario Ferrandi (esponente di Prima Linea, che nasce nel 1976), è sicuramente il “Convegno sulla repressione”, che si tiene a Bologna tra il 23 e 25 novembre 1977, che vede circa 250.000 giovani partecipare e per discutere di varie questioni tra cui la coesistenza delle due anime del movimento, in un’atmosfera di forte tensione muore uno studente di Lotta Continua, Francesco Lorusso.
Come si evince, quindi, anche dalla biografia di Giuseppe Memeo, esponente dei “Proletari armati per il comunismo”, c’è un legame fortissimo tra il Movimento del Settantasette e il terrorismo di sinistra, che tra il 1976 e il 1978 uccide 15 persone tra cui l’avvocato Fulvio Croce, presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino, ucciso nell’androne di casa il 28 aprile del 1977 perché voleva garantire ai terroristi una difesa in aula nel corso del processo, difesa che loro rifiutavano, in quanto si assumevano sempre la piena responsabilità dei loro attacchi. Nel frattempo, i partiti di sinistra cercano di prendere le distanze dai movimenti rivoluzionari, per cui nasce il motto “né con lo Stato, né con le Br”. Il periodo tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80 fu, dunque, di continuo terrore, infatti, a tal proposito il cantautore Enzo Maolucci nel 1978 in Torino che non è New York canta “Si sparano allo specchio per vedere un uomo morto”. Nel frattempo i gruppi terroristici cominciano a colpire anche i giornalisti, infatti, il 2 giugno 1977, Indro Montanelli, direttore del “Giornale Nuovo” viene colpito alle gambe con otto colpi di arma da fuoco.
IL RAPIMENTO E LA MORTE DI ALDO MORO
Il culmine di questa strategia si ha il 16 marzo 1978, a Roma, nel giorno in cui era previsto il voto di fiducia per il quarto governo con leader Giulio Andreotti, esponente della Democrazia Cristiana, la quale grazie soprattutto ad Aldo Moro, aveva stretto un patto con il PCI di Enrico Berlinguer, che rappresentava la seconda forza politica del paese. Il dibattito per questa manovra era previsto il 16 marzo alle ore 10:00 alla Camera dei deputati. La scorta di Aldo Moro, quella mattina pochi minuti prima delle 9:00 era in attesa che il segretario della DC salisse a bordo dell’auto, una Fiat 130 blu berlina. Qualche minuto dopo, a Via Fani, Aldo Moro fu rapito da alcuni uomini delle Brigate Rosse, tra cui Moretti Lojacono e Casimirri, e le sue guardie del corpo furono tutte uccise con colpi di pistole mitragliatrici. Tra il rapimento del segretario della Democrazia Cristiana e la sua morte intercorre un periodo di 55 giorni, in cui alcuni esponenti delle Br propongono allo Stato una serie di trattative, con le quali pretendevano scambiare il rilascio dei loro compagni in carcere con la liberazione di Aldo Moro. A questo punto avviene una netta spaccatura anche all’interno della politica, in quanto il PSI accetta la trattativa con le Br, ma la DC e il PCI si rifiutano di trattare con dei terroristi, nonostante le numerose lettere che Moro scrive dalla prigionia addirittura anche direttamente a Giulio Andreotti e a Papa Paolo VI. A questo punto il 24 aprile 1978 arriva ultimatum delle Br, che vedono cadere nel vuoto la liberazione dei loro compagni detenuti in carcere, per cui il 9 maggio dello stesso anno uccidono il politico democristiano e il suo corpo viene ritrovato nel baule di una Renault 4 rossa in via Caetani, a Roma, in un punto a metà strada tra la sede del PCI e quella della DC.
Con la morte di Aldo moro abbiamo la definitiva sconfitta del compromesso storico, in quanto negli anni successivi tra il 1979 e il 1980 altri gruppi terroristici assassinano Emilio Alessandrini e Guido Galli. Nella metà del decennio seguente, poi, il terrorismo rosso verrà quasi del tutto sconfitto, anche grazie al lavoro del Nucleo speciale antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Di seguito, riportiamo una delle lettere che Aldo Moro inviò ai dirigenti della DC (4 aprile 1978)
“Caro Zaccagnini,
scrivo a te, intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti e Cossiga, ai quali tutti vorrai leggere la lettera e con i quali tutti vorrai assumere le responsabilità, che sono ad un tempo individuali e collettive. Parlo innanzitutto della D.C. alla quale si rivolgono accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze che non è difficile immaginare. Certo nelle decisioni sono in gioco altri partiti; ma un così tremendo problema di coscienza riguarda innanzitutto la D.C., la quale deve muoversi, qualunque cosa dicano, o dicano nell’immediato, gli altri. Parlo innanzitutto del Partito Comunista, il quale, pur nella opportunità di affermare esigenze di fermezza, non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che m’ero tanto adoperato a costituire.
È peraltro doveroso che, nel delineare la disgraziata situazione, io ricordi la mia estrema, reiterata e motivata riluttanza ad assumere la carica di Presidente che tu mi offrivi e che ora mi strappa alla famiglia, mentre essa ha il più grande bisogno di me. Moralmente sei tu ad essere al mio posto, dove materialmente sono io. Ed infine è doveroso aggiungere, in questo momento supremo, che se la scorta non fosse stata, per ragioni amministrative, del tutto al disotto delle esigenze della situazione, io forse non sarei qui. Questo è tutto il passato. Il presente è che io sono sottoposto ad un difficile processo politico del quale sono prevedibili sviluppi e conseguenze. Sono un prigioniero politico che la vostra brusca decisione di chiudere un qualsiasi discorso relativo ad altre persone parimenti detenute, pone in una situazione insostenibile. Il tempo corre veloce e non ce n’è purtroppo abbastanza. Ogni momento potrebbe essere troppo tardi.
Si discute qui, non in astratto diritto (benché vi siano le norme sullo stato di necessità), ma sul piano dell’opportunità umana e politica, se non sia possibile dare con realismo alla mia questione l’unica soluzione positiva possibile, prospettando la liberazione di prigionieri di ambo le parti, attenuando la tensione nel contesto proprio di un fenomeno politico. Tener duro può apparire più appropriato, ma una qualche concessione è non solo equa, ma anche politicamente utile. Come ho ricordato in questo modo civile si comportano moltissimi Stati. Se altri non ha il coraggio di farlo, lo faccia la D.C. che, nella sua sensibilità ha il pregio d’indovinare come muoversi nelle situazioni più difficili. Se così non sarà, l’avrete voluto e, lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone. Poi comincerà un altro ciclo più terribile e parimenti senza sbocco.
Fatto il mio dovere d’informare e richiamare, mi raccolgo con Iddio, i miei cari e me stesso. Se non avessi una famiglia così bisognosa di me, sarebbe un po’ diverso. Ma così ci vuole davvero coraggio per pagare per tutta la D.C., avendo dato sempre con generosità. Che Iddio v’illumini e lo faccia presto, com’è necessario.
Affettuosi saluti”
LA POLITICA DELL’EPOCA NELLA CULTURA DI MASSA: IL CINEMA
Come abbiamo ampiamente visto nel corso della ricostruzione storica che ha portato alla morte di Aldo Moro, gli anni 70 in Italia sono stati caratterizzati da un ingente violenza politica: questo coinvolgimento totalizzante emerge soprattutto nel cinema militante, un tipo di produzione cinematografica politicamente impegnate volte a denunciare e a documentare l’ideologia del tempo.
Uno dei primi esempi è “Giù la testa” di Sergio Leone, che utilizza le parole del leader cinese comunista Mao Tse-Tung: “La rivoluzione è un atto di violenza” per raccontare la rivoluzione messicana scoppiata nel 1910. La volontà di utilizzare il passato per denunciare i mali del proprio tempo, in Italia, è riscontrabile anche nelle scelte di Gian Maria Volontè, soprattutto nel film “I sette fratelli Cervi” di Gianni Puccini, nel quale sono chiare le influenze del Sessantotto.
Gian Maria Volontè, dunque, in quegli anni diventa il volto del cinema di denuncia, che non utilizza più il passato per criticare il presente, ma documenta il presente stesso: gli anni Settanta. Infatti, tra il 1978 e il 1979 escono due capolavori: “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e “La classe operaia in paradiso”, entrambi del regista Elio Petri. L’attore Gian Maria Volontè nella prima pellicolainterpreta un poliziotto e nella seconda un operaio, che rappresentano due personaggi diametralmente opposti che hanno, però, in comune una montante alienazione che sfocia a tratti nel delirio. A tal proposito l’attore stesso in un’intervista al “Corriere dell’informazione” dichiara: “Se in un film non ci credo, non lo faccio. Non si possono fare dei film astratti dalla loro significato politico e sociale. Io accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione del cinema. E non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico, cui non credo, perché ogni film, ogni spettacolo, è generalmente politico. Il cinema apolitico è un’invenzione dei cattivi giornalisti. Io cerco di fare i film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano alla certa ricerca di un brandello di verità. Essere un attore è una questione di scelta che si pone in anzitutto livello esistenziale: quasi esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario tra l’arte e la vita”.
ALDO MORO NELLA LETTERATURA: L’AFFAIRE MORO DI LEONARDO SCIASCIA
Leonardo Sciascia pubblica l’Affaire Moro appena cinque mesi dopo la morte del segretario della DC. Del testo esistono due edizioni, la seconda contiene una relazione scritta dallo stesso Sciascia, in quanto membro della commissione di inchiesta sul caso Moro. Nella stesura dell’opera l’autore si propone di raccontare la realtà dei fatti accaduti dal periodo dello stragismo all’assassinio di Aldo Moro. Il libro è una via di mezzo tra una vera e propria indagine storiografica e una sorta di romanzo, in cui l’autore analizza e commenta le lettere che Aldo Moro ha inviato alla sua famiglia e agli esponenti della DC nel periodo della sua prigionia. Inoltre, Sciascia si sofferma anche sui comunicati delle Brigate Rosse, tra cui anche la telefonata del 9 maggio che comunicava il luogo del ritrovamento del corpo del politico italiano. La tesi che avanza l’autore è che dietro il rapimento e alla morte di Aldo Moro ci siano anche i servizi segreti statunitensi (CIA), in quanto Moro poteva contare sull’appoggio del Partito Comunista di Berlinguer, ovviamente non gradito agli Stati Uniti e agli estremisti di sinistra.
Leonardo Sciascia non è il solo chi teorizza un intervento dei servizi segreti americani all’interno delle vicende italiane, in quanto anche Pierpaolo Pasolini in un articolo del Corriere della Sera del 14 novembre 1974, afferma che tra i responsabili delle stragi di Milano, Brescia e Bologna e dietro il golpe del 1969 ci fosse la CIA e i colonnelli greci della mafia, i quali avrebbero prima creato una crociata anticomunista, a tamponare il Sessantotto, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione dei servizi segreti americani, si sono di costituiti una “verginità antifascista”, a tamponare il disastro del referendum.
Di seguito un estratto:
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.