Nacque a Napoli il 19 settembre 1959 dove vi morí 26 anni dopo, assassinato dal suo coraggio e dalla paura della camorra, perchè quando non si può fermare la penna, quando non si può far spegnere il PC è sulla vita che certe organizzazioni spengono le luci.
12 anni di indagini e tre pentiti per giungere ad una conclusione che lascia “senza parole“.
Attenzionava gli appalti pubblici per la ricostruzione delle aree colpite dal terremoto dell’Irpinia nel 1980, oltre a tutti i lavori d’inchiesta e da giornalista.
Figlio della media borghesia napoletana, già alle superiori partecipava ai movimenti studenteschi del 77 . Da universitario iniziò a collaborare con alcuni periodici napoletani interessandosi alle fasce sociali più disagiate dove girava il motore della criminalità (molto ben) organizzata.
Proprio in quegli anni fondò assieme Gildo De Stefano e Antonio Franchini il Movimento Democratico per il Diritto all’Informazione. I suoi primi lavori furono per “Il Lavoro nel Sud” e successivamente per Il Mattino di Napoli.
Attivista del Partito Radicale durante la segreteria di Giuseppe Rippa, curava inchieste che andavano “troppo” a fondo; fù proprio lui ad accusare il clan Nuvoletta di voler rendere alla giustizia Valentino Gionta, boss ritenuto scomodo e pericoloso per l’organizzazione.
Le indiscrezioni ottenute da un carabiniere furono successivamente pubblicate e gli costarono 10 colpi alla testa da due pistole. In quell’articolo Siani aveva solo scritto di come l’arresto di Gionta era dovuto a notizie lasciate “trapelare” dagli stessi esponenti del clan Nuvoletta.
L’articolo, come spesso ACCADE, infastidì i Nuvoletta che, tinti d’infamia, il 23 settembre 1985 fecero cadere la penna scomoda.
Indagini e processi, mandanti ed esecutori, colpe e responsabilità che ricadono inevitabilmente sulle spalle e sulle penne di tutti noi che, quotidianamente, e nel nostro piccolo, facciamo cadere intellettualmente idee e parole perché privi di forza e convinzioni.
Laddove la storia insegna coraggio ancora l’uomo pratica omertà. E per ogni pena che cade, uragani di parole dovrebbero alzarsi in nome di una libertà divina che nessun uomo potrà mai togliere ad un altro un uomo.