Se ne parla da tempo, sempre allo stesso modo: annunci, titoli, promesse di un futuro imminente. Eppure, dietro il progetto di restyling dello stadio Diego Armando Maradona restano molte più domande che risposte. Perché l’intervento non riguarda solo cemento e strutture, ma rappresenta una scelta politica, economica e sociale che incide su un luogo simbolico e su chi lo vive ogni giorno. Il Comune di Napoli accelera per non restare fuori da Euro 2032 e mette sul tavolo un piano da circa 200 milioni di euro. Un investimento che produce effetti prima ancora dell’apertura dei cantieri: studi, analisi di fattibilità e consulenze hanno già un costo certo, che grava sui conti pubblici indipendentemente dall’esito finale. Il Piano di fattibilità tecnico-economica (PFTE), approvato da Palazzo San Giacomo e trasmesso alla Regione Campania, punta ad adeguare lo stadio agli standard Coni e Uefa per ospitare alcune delle poche partite di Euro 2032 in Italia e rispondere alle esigenze del calcio professionistico, anche nel caso in cui la SSC Napoli continui a guardare altrove per il proprio futuro. La ristrutturazione prevista è radicale: demolizione e ricostruzione del primo anello per avvicinare gli spalti al campo e migliorare la visibilità, lavori per fasi per consentire al Napoli di continuare a giocare al Maradona, riposizionamento del terreno di gioco e adeguamento degli impianti. Centrale anche il tema della sicurezza e dell’accessibilità, con nuove vie di esodo, scale a norma, ascensori per persone con disabilità e servizi adeguati agli standard Uefa. Ma il vero punto di rottura è un altro: l’eliminazione della pista di atletica. Una scelta che segna una frattura netta con la storia dello stadio di Fuorigrotta, per decenni conosciuto come San Paolo. Non è un dettaglio tecnico, ma la cancellazione di una funzione pubblica. La pista e le palestre hanno ospitato per anni atleti dilettanti, giovani, adulti e associazioni sportive, tenendo lo stadio vivo ogni giorno, lontano dai riflettori ma al centro dello sport popolare cittadino. Dopo la scomparsa di Diego Armando Maradona, il 25 novembre 2020, lo stadio ha ricevuto un omaggio eterno con il cambio di nome. Inaugurato nel 1959, è oggi il terzo stadio italiano per capienza e ha attraversato ristrutturazioni importanti per gli Europei del 1980 e i Mondiali del 1990, quando furono ammodernati anche la pista di atletica e gli spazi polisportivi. Oltre al calcio, il Maradona è sempre stato un impianto polisportivo: pista a otto corsie, palestre polifunzionali, pugilato, fitness, lotta e arti marziali. Un patrimonio sportivo che oggi rischia di essere sacrificato sull’altare dei grandi eventi e della redditività. Una certezza, però, esiste già: prima ancora dei lavori, il progetto pesa sui conti pubblici. E mentre si inseguono vetrine internazionali come Euro 2032, la storia e lo sport popolare rischiano di restare definitivamente fuori dallo stadio.