Al servizio del Borbone come Avvocato e come Patriota. La storia di Giuseppe Maria Tardio brigante cilentano

Al servizio del Borbone come Avvocato e come Patriota. La storia di Giuseppe Maria Tardio brigante cilentano

Di Fiore Marro

Caserta 13 novembre 2018

Il 23 settembre scorso a Piaggine nel Cilento, si è tenuto una giornata in onore del Brigante Giuseppe Maria Tardio, cui ho partecipato come relatore, ma chi era l’eroe borbonico in questione?

“Quando gli uomini si muovono lo fanno perché sono spinti dai loro ideali, dal loro sentimento di patrio spirito e soprattutto dal forte desiderio di libertà. Quando gli uomini si muovono con loro si muovono anche la guerra e la morte. Chissà se l’uomo istruito Tardio pensò a questo, ma le sue ultime parole nel lungo processo di Salerno lasciano in vero un profondo dubbio, sul perché il piagginese Giuseppe volle dar battaglia nella sua terra, ma non come un comune, “volgare malfattore” sostenne. Raggiunse Roma e qui sotto lecita approvazione di Francesco II, l’ultimo Re delle Due Sicilie, raggruppò dei volontari per una spedizione nel Cilento, nella sua terra.”

Eppure sotto il Regno dei Borbone, l’avvocato Tardio, fu arrestato in quanto ebbe a manifestare a favore dei Savoia, scarcerato a metà dell’anno 1860 la sua condanna divenne atto di merito per i piemontesi, cosa che una volta che il governo cambiò gli consentirono di fare domanda come ispettore di polizia.

Qualcosa però accadde a sfavore del giovane avvocato, una congiura ordita probabilmente da borghesi che non vedevano di buon occhio gli appartenenti alla plebe più povera, gli costò un nuovo arresto, stavolta da parte dei Piemontesi. Restò in carcere per circa due settimane, tanto quanto bastò a fargli mutare le sue idee politiche, anche grazie al palese e conveniente schierarsi dei borghesi con il nuovo governo. Tardio allora non poté che trasformarsi nel suo credo ideologico schierandosi a sua volta con coloro i quali desideravano un ritorno dei Borbone. Raggiunse Roma e qui sotto lecita approvazione di Francesco II, l’ultimo Re delle Due Sicilie, raggruppò dei volontari per una spedizione nel Cilento, nella sua terra. Con questo Giuseppe Tardio voleva non solo controbattere e forse vendicarsi per l’arresto avuto a seguito della congiura fatta dai benestanti agrari, ma voleva anche sostenere la spartizione delle terre ai braccianti, togliendola così dalle mani di sfruttatori senza scrupoli.

Avviatosi con il suo gruppo verso Civitavecchia e raggiunto il porto, all’alba del 18 settembre 1861, si imbarcò su una sorta di battello per fare rotta su Agropoli. Una spedizione a dir poco strana considerato i pochi uomini, poco più di trenta, e le scarse armi a disposizione. Qui una volta sbarcati alle prime luci dell’alba del 22 settembre, alcuni uomini dopo quattro giorni di navigazione probabilmente pensarono che quella spedizione non potesse avere successo e quindi scelsero di ritirarsi. Questo però non fece ritrarre l’avvocato cilentano, che sarà poi appellato come il Brigante laureato, dai suoi intendi di assaltare Piaggine, il suo paese d’origine dove si narra volesse uccidere il capitano della Guardia Nazionale e il sindaco, per poi saccheggiare le case dei liberali.

Il piano di Giuseppe Tardio fallì così che quell’azione parve soltanto fumo, sottovalutando Tardio e il suo gruppo che si resero protagonisti di molte imprese ai danni dei liberali e dei possidenti terrieri filo – Savoia. Tempo dopo le sue azioni prendevano forma di racconti nelle case e per le strade; seppe di Tardio e delle sue imprese anche Pietro Rubano, di Piaggine Sottane, già brigante nelle file di Crocco, che si aggiunse al suo gruppo diventandone poi l’uomo di fiducia. I successi dell’avvocato, detto brigante, si susseguivano uno dietro l’altro, così come i paesi cilentani presi di mira dove spesso la popolazione accoglieva festosa il gruppo di ribelli ormai raggiunto a circa 200 unità. Nel 1863 a Campora si consumò anche la fucilazione di Padre Giuseppe Feola, vero nome di battesimo Vito Antonio, un religioso di imponente cultura e generoso nella sua oratoria. Ma queste scorribande del Tardio agli occhi dei Piemontesi non erano da meno da quelle fatte da altri gruppi di briganti del sud. Occorreva che l’esercito si muovesse alla volta di queste terre per annientare la ribellione, note furono le azioni del generale Giuseppe Govone nel sud, sin dal 1860, per sconfiggere definitivamente il brigantaggio, un generale che nel 1872 morì suicida poiché aveva una grave malattia, ma ci fu chi ipotizzò che il rimorso per le condotte di forza fatte ai danni del popolo del sud Italia lo tormentassero.

Ebbene l’esercito Piemontese nel 1862 raggiunse anche il Cilento stringendosi attorno alle forze ribelli e nell’estate del 1863 a Magliano l’ultima battaglia di Tardio e i suoi uomini si concluse con una sconfitta. Giuseppe, l’avvocato sbarcato ad Agropoli con un minuscolo gruppo di uomini per recarsi a Piaggine a da lì intraprendere la sua carriera di brigante del Regno borbonico contro i Savoia, fu catturato. Riuscì però a fuggire rendendosi esule a Roma in una condizione di libertà fino a quando, nel 1870, lo Stato Pontificio fu conquistato dai Piemontesi. Catturato di nuovo, pare a seguito di un tradimento, fu prima rinchiuso nelle carceri romani poi trasferito a Salerno, dove nel 1872 fu processato e condannato a morte. La sentenza però non fu eseguita e quattro anni dopo ottenne la commutazione della pena, ai lavori forzati, e condotto nelle carceri dell’isola di Favignana in Sicilia. E forse aveva ragione nel volersi ribelle “per intendimenti e scopi meramente politici” altro che brigante. Giuseppe Tardio morì a Favignana il 13 giugno 1892.

Oggi a Piaggine c’è una targa che ricorda il suo nome e le sue gesta identitarie, un popolo smette di essere tale quando oblia i suoi coraggiosi figli, a Piaggine non è così per fortuna delle Due Sicilie.