Ale.p.a. sulle colline caiatine: artigianalità, territorialità e sostenibilità in un calice di vino

 

I vini naturali hanno un’anima diversa dagli altri vini. E parliamo di anima volendo intendere quel valore che sottende tutto il progetto che un vino intende proporre quando si fa bere per gustare non solo la bevanda ma un territorio, la sua storia, la sua cultura. I vini naturali devono avere certe caratteristiche base; l’utilizzo delle uve e’ al 100% di origine biologica, la vendemmia deve essere fatta manualmente, sono utilizzati dei lieviti indigeni che sono fisiologicamente presenti sulle bucce delle uve e nelle cantine, nella maggior parte dei casi i solfiti sono aggiunti in minima parte e in alcuni non aggiunti affatto. Così possiamo assaporare dal primo sorso tutta la prorompenza del battito naturale della terra che gli ha fatto da covo di gestazione e delle fragranze che non hanno avuto origine se non dall’uva vendemmiata e dall’ambiente materiale dove quella ha fermentato. Nel cuore del comprensorio delle Colline Caiatine che prendono il nome dal centro principale di Caiazzo, a pochi km ad est di Caserta e del complesso dei siti Borbonici tutelati dall’Unesco, affacciata sull’ansa che descrive il Volturno nel suo tratto mediano, scopriamo un’azienda che ha fatto della passione per un vino che sia espressione della natura autentica dei luoghi, dei vitigni e dell’annata la sua filosofia di vita. Parliamo dell’azienda Alepa sotto la sapiente guida di Paola Riccio, pioniere tra quelle nuove generazioni di donne capaci di interpretare con accortezza il duro lavoro del vignaiolo in maniera contemporanea. In un pomeriggio luminoso di questo gennaio intiepidito da temperature dolci inattese, Paola ci ha presentato i vigneti estesi su circa 3 ha, con cura certosina e arricchendoci nella conoscenza del meraviglioso equilibrio sempre inseguito tra natura e uomo lungo lo scrupoloso lavoro del vignaiolo. Mentre la vista spazia sui colli e colline dell’areale che risponde alla denominazione Terre del Volturno IGT, lambiti dai venti che vengono dal fiume e che ritornano rinfrescati dal vicino massiccio del Matese, in lontananza notiamo mucche allo stato brado che preannunciano formaggi di qualità di aziende casearie e dappresso viti di quarant’ anni trattate con i guanti e coccolate con gratitudine come pargoli. In cantina si utilizzano vasche di acciaio inox, barrique di castagno e di rovere di secondo e terzo passaggio, che è una scelta precisa per restituire vini dai sentori piú tenui, con terziari che si coniugano in modo discreto con i profumi primari dell’uva di provenienza e i secondari generati dalla fermentazione alcolica. Intrigati da dolcissimi gatti sornioni e cani affabilmente a proprio agio con gli ospiti, restiamo ammaliati dal paesaggio che circonda la casa, quasi sospesa tra le viti che Paola ci mostra con orgoglio, alcune con quaranta anni di vita che regalano ancora uva preziosa per quella cura della terra volta ad assecondarne le vocazioni e le tradizioni, in un dialogo ideale con la natura che sa rispondere con estrema generosità. Fervono nel campo i lavori di potatura e di legatura delle vigne. I tralci prescelti sono fissati ai fili, così come le viti se necessario sono fissate ai pali. Ma bando alla plastica. Tutti i legacci sono ottenuti dal salice da vimini (Salix viminalis), arbusto di poco più di un metro di altezza lungo il perimetro del vigneto. Tutti i rami sono lasciati in acqua per un paio di settimane, in modo da ammorbidirli e facilitarne la piegatura. E mentre lasciamo il vigneto per portarci intorno alla tavola padronale dove degusteremo il frutto di tanto meticoloso lavoro di zelo e premura, la narrazione tocca inevitabilmente le preoccupazioni e le incertezze che un’agricoltura che vuole essere ad ogni costo eco-sostenibile incontra più sensibilmente di quella tradizionale. Specialmente nell’anno trascorso vissuto da tutte le imprese vitivinicole del Paese in apnea e con una produzione di vino che tocca il minimo storico degli ultimi 60 anni, Paola ci avverte che ha comprato in parte uva quest’anno da altra azienda poco distante dal suo terreno e sempre in regime di coltivazione naturale per sopperire alla drastica riduzione di uva, decimata dalla peronospora che ha imperversato per il clima ricco di piogge nel periodo cruciale della vigna e avendo priorità di intervenire il meno possibile con tecniche di cantina invasive o forzature riparatrici delle malattie in pieno campo. I vini offerti in degustazione hanno raccontato tutta la passione nel preservare l’identità e l’autenticità del terroir che li hanno accompagnati nella nascita ed evoluzione in cantina. Il “Riccio” Bianco Terre del Volturno IGT annata 2020 è un Pallagrello in purezza, da uve pressate in modo soffice e avviato alla fermentazione in serbatoi d’acciaio utilizzando solo lieviti indigeni. Prima dell’imbottigliamento, il vino e’ affinato per 30 mesi in vasche d’acciaio. Il suo colore e’ oro brillante. All’olfatto si apre su delicati profumi di fiori bianchi, erbe aromatiche, aromi di frutta a polpa gialla. Al palato è armonico, di corpo medio con effusione piacevolmente sapida. Il vino successivo è un’altra gustosa sorpresa, il Casa di Campagna, vino storico e primo vino della famiglia Riccio: un blend di uve Greco e Falanghina, limitata produzione, oro antico e voluttuoso nel bicchiere, con finale persistente di mela Golden matura. Privo l’Eretico da Pallagrello bianco, IGT terre del Volturno 2020 e’ il vino che regala altra emozione. La colorata e fantasiosa etichetta, rappresentazione dell’artista ed illustratore Fabio Bonetti, ci svela un bambino che ha il vino all’interno della propria testa, un richiamo agli esordi della giovane vignaiola che nel 2003 decide di impegnarsi a realizzare il sogno di abitare in campagna producendo vino. Non chiarificato, non stabilizzato, zero solfiti, lieviti indigeni da starter preparato con lunga cura. Sette giorni di macerazione, un anno in legno di castagno ed un anno di acciaio. Colore intensamente dorato. Floreale, fruttato, albicocca essiccata, all’assaggio e’ pieno e sapido, persistente. Il nome “Privo” svela il fatto che la fermentazione è del tutto spontanea, senza aggiunta di solfiti. Ultima scoperta in casa Alepa il Privo Campania rosso, un Cabernet sauvignon asciutto, con intenso profumo fruttato che si accompagna a piacevoli note di peperone, erba medica. Elegante, persistente, di moderata tannicità. Lasciamo l’azienda dopo questo viaggio seducente nell’universo di una vera artigiana del vino, che è contadina,cantiniere, agronomo e imprenditrice impegnata a non stancarsi mai nel fare prove e sperimentazioni per rendere il vino l’inconfondibile espressione dell’unicità tipica del territorio in cui vive e di cui vuole essere impeccabile custode.