Un’altra vita spezzata sul lavoro, un’altra tragedia che riaccende il dibattito sulla sicurezza nei cantieri. È morto dopo 24 ore di agonia l’operaio di 67 anni precipitato dal tetto di un capannone nell’area industriale di Benevento, dove stava installando pannelli fotovoltaici. L’uomo, originario di San Lorenzo Maggiore, era stato soccorso dal 118 e trasportato in condizioni gravissime all’ospedale “San Pio”, ma non ce l’ha fatta. Sull’accaduto indagano i carabinieri per chiarire dinamica e responsabilità. La notizia arriva nelle stesse ore in cui si leva forte la voce dell’arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, che durante la messa per la festa dei lavoratori ha lanciato un duro atto d’accusa contro il sistema che continua a produrre vittime. “Non sono incidenti, ma sacrifici umani”, ha dichiarato, rifiutando anche l’espressione “morti bianche”: “Non c’è nulla di pulito in queste tragedie: sono morti che gridano vendetta”. Parole pesanti, che chiamano in causa responsabilità collettive. Secondo il presule, ogni operaio che perde la vita rappresenta “un fallimento della Costituzione e dello stesso Vangelo”, perché “un lavoro che uccide non è lavoro, ma idolatria del profitto”. Un monito chiaro: quando la sicurezza diventa un costo da ridurre, si perde il valore stesso della dignità umana. La tragedia di Benevento si inserisce così in un quadro più ampio e drammatico, fatto di numeri che continuano a crescere e di storie che si ripetono troppo spesso. Morti che non possono essere archiviate come fatalità, ma che chiedono risposte concrete, controlli rigorosi e un cambio di mentalità. Perché dietro ogni incidente c’è una vita, una famiglia, e un diritto che non può essere negoziato: quello di tornare a casa.