Andrea Mazzucchi alla guida della Federico II

Quando il rettorato incontra la lezione dei classici

L’Università Federico II apre una nuova stagione con l’elezione di Andrea Mazzucchi a rettore, una scelta che, andando oltre il semplice avvicendamento ai vertici amministrativi dell’ateneo, sembra delineare anche una precisa idea di università, nella quale la dimensione del governo istituzionale e quella della formazione umanistica non appaiono come realtà separate, ma come elementi chiamati a dialogare costantemente tra loro. Nel mondo accademico il suo nome è da tempo legato a una presenza costruita con continuità e autorevolezza, non come espressione di una figura improvvisamente emersa nel dibattito universitario, ma come risultato di un’esperienza maturata nel corso degli anni attraverso l’assunzione di responsabilità e incarichi che lo hanno posto progressivamente al centro della vita dell’ateneo. Si tratta di un itinerario professionale e umano che si è sviluppato attraverso il confronto quotidiano, la progettualità e la partecipazione diretta ai processi che accompagnano la crescita di una comunità universitaria e che, proprio per la sua gradualità, sembra oggi trovare nel rettorato il suo approdo naturale. Eppure sarebbe limitante soffermarsi esclusivamente sulla dimensione amministrativa e istituzionale del suo percorso, poiché nel caso di Andrea Mazzucchi esiste un’altra linea che corre parallelamente e che probabilmente costituisce l’aspetto più riconoscibile della sua esperienza accademica, vale a dire quella del docente e dello studioso, in particolare del dantista. Se infatti in un tempo caratterizzato dalla velocità delle informazioni e da una conoscenza sempre più frammentata la figura dello studioso di Dante potrebbe apparire, almeno a uno sguardo superficiale, distante dalle urgenze del presente, è forse vero esattamente il contrario, dal momento che i grandi classici continuano a mantenere intatta la loro capacità di interrogare ogni epoca proprio perché affrontano questioni che non cessano di appartenere all’esperienza umana, dal rapporto con il potere alla ricerca della giustizia, dalle inquietudini individuali al bisogno di attribuire un significato all’esistenza. È anche attraverso questa prospettiva che può essere letta l’attività didattica di Mazzucchi, nella quale l’attenzione filologica non sembra mai tradursi in un esercizio puramente specialistico o erudito, ma si accompagna alla volontà di mantenere aperto un dialogo costante tra i testi e la contemporaneità, mostrando come la distanza cronologica che separa il presente dai grandi autori della tradizione possa essere colmata dalla permanenza delle domande fondamentali che attraversano la storia dell’uomo. Le aule universitarie, del resto, custodiscono spesso esperienze che difficilmente trovano spazio nei curriculum o nelle schede accademiche, poiché ciò che rimane nella memoria degli studenti non coincide soltanto con i contenuti di un programma o con la preparazione di un esame, ma anche con la capacità di un docente di trasformare un testo in una domanda viva, di rendere vicino un autore distante secoli e di mostrare come il sapere possa continuare a rappresentare uno strumento di interpretazione della realtà. La Federico II, una delle università più antiche e prestigiose d’Europa, si trova oggi davanti a sfide complesse che riguardano l’innovazione tecnologica, la ricerca internazionale, le trasformazioni del mondo del lavoro e i nuovi modelli della formazione, questioni che richiedono risposte rapide e visioni sempre più articolate, ma che rischiano di perdere profondità qualora venisse meno quel legame con una più ampia prospettiva culturale entro cui ogni cambiamento dovrebbe trovare il proprio significato. Forse il senso dell’elezione di Andrea Mazzucchi risiede proprio in questo equilibrio, cioè nella possibilità che l’esperienza maturata nel governo delle istituzioni universitarie possa incontrare una concezione della didattica e dello studio dei classici che non considera la tradizione come un esercizio nostalgico rivolto al passato, ma come uno strumento attraverso cui comprendere il presente e immaginare il futuro.