Beirut: una strage annunciata, il resoconto

A sovrastare gli edifici della capitale libanese alle ore 18 della giornata di martedì 4 agosto è stata una gigantesca nube a fungo, a seguito di una terrificante doppia esplosione avvenuta nel porto con una serie di microesplosioni fra l’una e l’altra. Ricollegata inizialmente alla pista di un attentato, questa prima ipotesi è stata poi riveduta a sostegno di quella più probabile di un incidente il cui innesco sarebbe da individuare in una fabbrica di fuochi d’artificio interessata da un incendio, anche se poi ad esplodere sarebbero state le 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio confiscato e depositato in un magazzino del porto per sei anni.  Sulla questione del pericoloso carico fermo nel porto era intervenuto l’allora direttore della dogana libanese, Shafik Merhi, che aveva inviato una lettera al giudice con oggetto «questioni urgenti», chiedendo una soluzione. A chiedere assistenza sono stati anche i funzionari doganali scrivendo almeno altre cinque lettere a diversi giudici tra il 2014 e il 2017. Al settembre 2013 risale, infatti , l’arrivo del carico ritenuto pericoloso di cui fu disposto il collocamento nell’hangar 12 del porto. Ciò accadeva in seguito all’attracco a Beirut per problemi tecnici della nave battente bandiera moldava, Rhosus, partita dal porto di Batumi, in Georgia, e diretta in Mozambico. Tre le opzioni che sono state oggetto di considerazione al fine di rimuovere quella mole di materiale: spostare il nitrato di ammonio, consegnarlo all’esercito libanese o venderlo a società private. Un’ ulteriore esortazione a prendere una decisione è contenuta nella lettera del 27 ottobre 2017  con la quale Badri Daher, nuovo direttore dell’amministrazione doganale libanese, si rivolse di nuovo a un giudice in vista del «pericolo di lasciare questi beni nel luogo in cui si trovavano e per coloro che vi lavoravano». È stata pertanto annunciata un’inchiesta da parte del premier per fare luce su una vicenda che esigeva una risoluzione da ben sei anni. Sono nel frattempo agli arresti domiciliari i funzionari responsabili dei magazzini e della sicurezza del porto, in attesa che l’inchiesta faccia il suo corso.  Al riguardo, quattro ex primi ministri libanesi hanno chiesto ,tramite una dichiarazione congiunta, che ad accertare le circostanze e le cause del disastro sia una commissione d’inchiesta internazionale araba, appellandosi anche a tutte le agenzie del porto perché “lavorino insieme per preservare la scena del crimine ed assicurare che non sia inquinata”. Su quanto avvenuto a Beirut, inverosimile è la creazione di un mega deposito di nitrato d’ammonio. Sebbene sia un fertilizzante inerte, deve, per poter reagire, accompagnarsi ad altre sostanze quando usato nella fabbricazione degli esplosivi. È di questa idea il geominerario ed esperto di esplosivistica in Italia, Daniele Coppe, secondo cui ad esplodere sarebbe stato un deposito d’armi e non di nitrato d’ammonio i cui fumi non sono peraltro di colore arancione e rosso, ma giallo. Le autorità hanno dichiarato Beirut “una città disastrata” ed è stato decretato lo stato di emergenza per due settimane.  La spaventosa onda d’urto della doppia esplosione, che è stata avvertita fino a Cipro, ha travolto la città, mandando in frantumi i vetri dei palazzi ad una distanza di diversi chilometri dalla costa. Danneggiati dalle esplosioni il 90% degli alberghi della capitale libanese che negli ultimi anni ha attratto un numero sempre crescente di turisti. Il ministro della salute libanese Hamad Hasan ha consigliato di lasciare la città per gli effetti mortali che con la deflagrazione, lo sprigionarsi dei gas potrebbe avere a lungo termine. Dalla sera del 4 agosto, gli ospedali della città sono stati inondati da gente ferita dopo che ben tre di essi sono andati distrutti e nei restanti si teme il rischio Coronavirus a causa del sovraffollamento. Decine le persone disperse rintracciate a CRI tramite il ricorso ai social media. A questo scopo è nata una pagina chiamata Locating Victims Beirut, dove vengono pubblicate foto e informazioni nel tentativo da parte dei parenti di individuare i familiari che risultano dispersi. Persone in fuga dalle loro abitazioni fortemente compromesse affollano le strade.  In molte, a lasciarle per trasferirsi da parenti o amici.  A rimanere senza una casa saranno circa 300mila persone secondo il governatore Marwan Abboud, che rivede nella tragedia umanitaria in cui è piombata la città, una scena simile a quella di Hiroshima e Nagasaki. I danni provocati dall’onda d’urto hanno coperto una distanza di 6 Km in linea d’aria dall’epicentro. “Qui è tutto distrutto, è uno spettacolo desolante” ha detto Gabriele Natta, dell’ong italiana Avsi in Libano, mostrando a Fanpage. it un’immagine del quartiere del porto di Beirut. In considerazione dell’aggravarsi della già  precaria situazione socio-economica, Avsi ha deciso in queste ore di attivare la raccolta fondi “Love Beirut” per permettere alle persone più svantaggiate di avere di nuovo un posto in cui vivere. Più di 5mila i feriti ed un bilancio di  almeno 137 morti. Proseguono le operazioni di salvataggio con le squadre di soccorso impegnate a scavare fra le macerie. Tra i feriti anche un militare operante nella missione Onu Unifil, comandata dall’Italia, che dal 1978, con una seconda fase iniziata nel 2006, pattuglia la cosiddetta Blue Line, il delicato confine tra Israele e Libano. Si tratta del caporal maggiore dell’esercito italiano, 40 anni, Roberto Caldarulo. Insignito in passato di medaglie al valore, è in servizio dal 2013 ed era assegnato ai servizi logistici di trasporto per le missioni all’estero nell’ambito del “Battaglione Gestione Transito”. Le sue condizioni non sono gravi stando alle parole rilasciate in una dichiarazione a Fanpage.it dal tenente colonnello Marco Mele, portavoce del contingente italiano in Libano ” i nostri militari coinvolti nell’esplosione nel porto di Beirut stanno bene, il militare ferito assieme agli altri soldati sono rientrati in base e il soldato ferito ha riportato una frattura alla mano: niente di preoccupante, un grosso spavento per tutti gli altri militari “. Quasi distrutta dalla doppia esplosione l’Orient Queen, la nave da crociera attraccata al porto e travolta dalla deflagrazione.  A seguito dei danni riportati, era infatti in buona parte affondata davanti al porto. In salvo il direttore della sezione alberghiera, Vincenzo Orlandini, dalla cui testimonianza resa al Fatto Quotidiano si è avuta conferma di quanto accaduto alla nave che “temeva colasse a picco” e delle due vittime accertate, a fronte dei sei feriti che componevano l’intero equipaggio. «L’umanità viene prima di ogni conflitto e i nostri cuori sono con il popolo libanese in questo terribile disastro», scrive il sindaco Ron Huldai su Twitter.