Beni confiscati con vetrina abusiva: benvenuti adArzano paese dove si nega l’esistenza della camorra

Indagini della Polizia municipale: spariti gli atti in comune. Le ombre del clan Licciardi sul comune. Sta facendo discutere, e non poco, l’affidamento dei beni confiscati alla camorra ad alcune associazioni locali da parte dell’ex amministrazione Esposito da qualche mese sciolta per mafia. Paradossale, infatti, che all’esterno di uno dei beni in via Pecchia 1, da poco dato in gestione e aperto al pubblico all’associazione “Matilde Serao”: faccia bella mostra di se una vetrina abusiva mai autorizzata dal comune.

ARZANO – Beni confiscati con vetrina abusiva: benvenuti ad Arzano paese dove si nega l’esistenza della camorra. Indagini della Polizia municipale: spariti gli atti in comune. Le ombre del clan Licciardi sul comune. Sta facendo discutere, e non poco, l’affidamento dei beni confiscati alla camorra ad alcune associazioni locali da parte dell’ex amministrazione Esposito da qualche mese sciolta per mafia. Paradossale, infatti, che all’esterno di uno dei beni in via Pecchia 1, da poco dato in gestione e aperto al pubblico all’associazione “Matilde Serao”: faccia bella mostra di se una vetrina abusiva mai autorizzata dal comune.

E come se nulla fosse, senza nemmeno per un momento avere il dubbio che la stessa occupasse spazi pubblici in modo abusivo, l’associazione l’ha “adottata” insieme al locale. Una gestione, quella dei beni confiscati alla mafia regolamentata sia dalle circolari dell’ANBC (Associazione Nazionale Beni Confiscati) che dalle stringenti norme approvate dai commissari prefettizi dopo lo scioglimento per camorra nel 2015. Ma proprio la gestione e l’affidamento del bene in via Pecchia, sta sollevando un vespaio di dubbi. Sulla vicenda ci sono le indagini dei caschi bianchi coordinati dal comandante della Polizia locale Luigi Maiello che avrebbe deciso di volerci veder chiaro dopo tanto silenzio.

Difatti, molte cose non tornerebbero. Si va dall’iter procedurale che ha visto l’affidamento ad associazioni che poco hanno a che vedere con la lotta al racket, ai lavori di ristrutturazione su cui vige l’obbligo di controllo da parte del comune. Lavori che avrebbero propedeuticamente vedere entro 60 giorni dall’assegnazione del bene il deposito di apposito progetto esecutivo di adeguamento del bene al settore Pianificazione che a sua volta avrebbe dovuto produrre istruttoria e ottenere l’avallo del consiglio comunale (commissario). Obbligatoria anche la convenzione tra comune e assegnatario, cosi come la trasmissione dell’elenco soci, amministratori e personale impiegato a qualunque titolo nelle attività dell’associazione.

Senza contare che la stessa commissione d’indagine ha evidenziato nel DPR del 17 giugno scorso che “la quasi totalità dei beni confiscati alle associazioni camorristiche nel Comune di Arzano era di proprietà di un esponente di spicco della locale associazione camorristica, in stretti rapporti con un amministratore locale (consigliere comunale eletto ndr). Solamente dopo l’insediamento della commissione d’indagine il primo cittadino ha provveduto ad assegnare un immobile, peraltro in violazione della normativa di settore, in quanto l’associazione assegnataria non dispone dei fondi necessari per ristrutturare e utilizzare il bene.

Le circostanze, analiticamente esaminate e dettagliatamente riferite nella relazione del prefetto di Napoli rivelano una “serie di condizionamenti nell’amministrazione comunale di Arzano volti a perseguire fini diversi da quelli istituzionali”. A parte questa specifica situazione oggetto d’indagini, il resto dei beni ancora non trova sbocco in assegnazioni. E capita che mentre un caso si apre, altri sono anni che attendono risposte. Si tratta di un immobile con sede alla via Compagna, consistente in un villino indipendente a due piani; di un immobile sito alla via A. Pecchia 1, consistente in un piccolo locale; di un altro immobile sito alla via Tenente Barone ( tre appartamenti), altezza civico 18, consistente in un corpo di fabbrica di tre unità abitative all’interno di una corte comune e di un locale commerciale su corso D’Amato, già nella disponibilità del Comune dagli anni 90.