Capua, serata inaugurale al Ricciardi, Godard toglie il respiro

Capua– “Fino all’ultimo respiro” di Godard (vedi nota sotto) apre la stagione  cinematografica e teatrale invernale del Ricciardi, che punta a far rivivere l’atmosfera degli anni ‘90 del cine club “Vittoria” di  Casagiove. La pandemia non ha fermato del tutto l’attività teatrale, che ha continuato a coinvolgere gli interessati attraverso eventi on line. La serata è stata allietata da una piacevole degustazione di vini e formaggi francesi in pendant perfetto con il film. Il Direttore artistico Francesco Massarelli e la giornalista Dalia Coronato hanno presentato a inizio serata il programma del cinema-teatro Ricciardi, che spazia dal classico d’autore alle ultime novità del panorama  cinematografico, strizzando sempre l’occhio alla qualità (Dal 25 al 27 ottobre “Effetto notte di Truffaut, dal 7 al 13 ottobre “Il materiale emotivo” di Castellitto e molti altri consultabili  sul sito) 

Nota su Godard e sul film “Fino all’ultimo respiro”

Jean Luc-Godard è uno dei registi più radicali della storia del cinema. Animatore del gruppo dei Cahiers du cinéma, egli rappresenta appieno l’ideale dell’artista che fonde insieme teoria e prassi, svolgendo il ruolo di critico e di regista. Il suo cinema è il cinema cinefilo par excellence, in cui predomina un sapiente uso del citazionismo, il quale non è mai fine a se stesso, ma si iscrive in quel processo che ne caratterizza la cifra stilistica: la valorizzazione della tradizione e il suo sovversivo tradimento. Per scardinare le regole del linguaggio cinematografico occorre conoscerne <<il passato linguistico>>. Ciò cui mira il cinema di Godard, il cinema simbolo della Nouvelle Vague, è di ridare allo spettatore, secondo le parole di Claude Chabrol, “un nuovo sguardo”. Ciò che conta non il “che cosa”, il messaggio, ma il “come”, la forma. La forma è il messaggio, per riprendere la lapidaria frase di McLuhan. Lo sguardo, come quello di Jean-Paul Belmondo che in À bout de souffle, film-manifesto della Nouvelle Vague, fissa l’operatore/spettatore, coinvolgendolo nel tessuto narrativo, sottraendolo alla sua passività voyeuristica, è il centro dell’opera cinematografica. Proprio nell’opera citata ritroviamo espresso con grande efficacia i punti fermi del cinema godardiano: il ritorno agli elementi primevi del linguaggio cinematografico – immagini, suoni, musica e i loro rapporti -, la rottura della consequenzialità narrativa, della sua statica continuità, al fine di valorizzare ciò che il regista chiama filosoficamente il “vero immediato”: il caso. L’attenzione al caso, dunque all’imprevedibile nulla del divenire, fanno di Godard un bergsoniano inconsapevole. Se per il filosofo francese, premio Nobel per la letteratura nel 1907, il cosiddetto “metodo cinematografico”, di cui è responsabile l’intelletto astratto, consiste nel ritagliare artificiosamente frammenti della “durata” per trasformarli in “stati”, in “frame”, per Godard il “metodo cinematografico” è, all’opposto, la capacità di cogliere la “durata”, il flusso della vita nella sua magmatica casualità e assoluta imprevedibilità. Nessun istante è deducibile dalla serie degli istanti precedenti. Tutto quel che accade sullo schermo è assolutamente nuovo e in, quanto nuovo, è imparentato col “nulla”, con un nulla potenziale, sfondo di tutte le possibilità esistenziali. Questo nulla è, infatti, uno dei temi cardine dell’opera manifesto di Godard.

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