CASERTA: “IL LAVORO DI VIVERE” IN SCENA AL TEATRO PARRAVANO

di RAFFAELE RAIMONDO

CASERTA  – “Il lavoro di vivere” – scritto dal drammaturgo israeliano Hanoch Levin, nato in piena seconda guerra mondiale – andrà in scena martedì 24 gennaio (ore 20,45) al teatro comunale Parravano. Il testo, tradotto dall’ebraico e adattato da Claudia Della Seta e Andrée Ruth Shammah, sarà interpretato da Carlo Cecchi, Fulvia Carotenuto e Massimo Loreto; con allestimento scenico di Gianmaurizio Fercioni, le luci di Gigi Saccomandi, i costumi di Simona Dondoni e le musiche di Michele Tadini, per la regìa elegante e raffinata dello stesso Shammah.
“Il teatro di Levin è irriverente: la poesia si nasconde dentro le situazioni più imbarazzanti, i suoi testi sono una commistione di spiritualità nobile e cruda realtà; dalla critica alla cultura borghese ai contrasti tra carne e spirito, “arte e culo”, perché il meschino sogna di stare sotto il riflesso della luce della felicità altrui.
Così avviene anche per Il lavoro di vivere, una storia d’amore fra due persone di mezza età, in cui l’amore appare a barlumi folgoranti, in mezzo a un mare di insulti, parole durissime e rimpianti. Lo spettatore ride di gusto, senza accorgersi che sta ridendo di se stesso.

Prematuramente scomparso nel 1999 a cinquantasei anni, l’israeliano Hanoch Levin è un autore molto rappresentato in Europa, meno in Italia.

Il lavoro di vivere è uno dei suoi testi migliori: conflittuale, spietato, tra i più incisivi della sua copiosa produzione, commedia crudele e beffarda, dal ritmo secco e sincopato.

Carlo Cecchi e Fulvia Carotenuto sono i due battaglieri protagonisti: incapaci di amare ancora, si sentono scaduti.

Una notte l’uomo si alza inquieto, si interroga su chi gli dorma al fianco, fantastica su improbabili fughe con altre donne, poi infierisce sulla moglie, vomita rancori repressi, la butta a terra. Dal nulla spunta un visitatore, un amico: vuole un’aspirina, forse vuole solo parlare, ma è investito dal rancore dei due.

Se ne va, non prima di aver dimostrato che è la paura della solitudine ad averli inchiodati per trent’anni l’uno all’altra, abbandonandoli alla loro amarezza, in una stanza da letto che è quasi un ring.

Con punte di umorismo spietato, Il lavoro di vivere è un testo solo apparentemente lineare, ricco di riferimenti interni, dal più scontato Pinter a Ionesco, Bernhard, Brecht: dalla miseria esistenziale però scaturisce la commedia, in bilico tra sarcasmo e disperata ironia. Il teatro di Levin non ha più spazio per gli eroi, ma per i perdenti con un vena poetica che li rende indimenticabili”.

In Italia, immediatamente predecessori di Levin, l’ermetico Eugenio Montale (per il suo “male di vivere”), Primo Levi il più tormentato oppositore della Shoah (sconvolto dagli orrori nazisti eppur fiducioso che almeno l’autunno della sua vita fosse “lungo e mite”) e lo scrittore/saggista Cesare Pavese (che, dieci giorni dopo aver scritto ulteriori allarmanti parole – «Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò» – confluite nel postumo “Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950”, alfin cedette staccando la spina con altissima dose di sonnifero). Ma, sebbene simili le radici delle parallele sciagure intellettuali ed esistenziali, il dissidio di Levin che si proporrà al pubblico del Parravano narra una diversa storia, forse o certamente riconducibile ad un mistero della vita del mondo di cui gli Ebrei furono e saranno imperituramente Maestri. (Info: 0823.44.40.51).