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Covid-19/ Un nuovo studio fa luce sul meccanismo della risposta immunitaria e l’acquisizione dell’immunità

Comprendere la modalità con cui il sistema immunitario risponde all’infezione prodotta dal covid-19  non può che rivestire un ruolo decisivo nella lotta alla pandemia, sulla base delle misure da adottare a tutela della salute pubblica parallelamente allo sviluppo e alla somministrazione di trattamenti e vaccini. Puntando a chiarire questo meccanismo e l’ impatto a lungo termine del virus sull’organismo, assume un carattere rilevante la necessità di condurre studi cellulari che vadano a definire tutti gli aspetti legati all’acquisizione dell’immunità.  Essa, infatti, non scaturisce necessariamente dalla risposta immunitaria all’infezione naturale da covid-19.  Ad evidenziarlo un nuovo studio che associerebbe un’ immunità duratura alla presenza di una “robusta” risposta immunitaria da parte dei linfociti T, nella loro capacità specifica di aggredire le cellule infettate dal virus, rispondendo in modo più rapido ed efficace nei confronti di agenti infettivi già incontrati ( memoria cellulare).  Una maggiore risposta immunitaria da parte di questa popolazione cellulare, fa registrare una protezione che perdura almeno nei sei mesi successivi all’infezione.  A darne riscontro, l’esito della ricerca effettuata su 100 persone risultate positive al Covid-19 con sintomi lievi o assenti. Il risultato di tale ricerca, nell’ambito dello studio Coronavirus Immunology Consortium del Regno Unito, ha mostrato, dopo sei mesi, una risposta immunitaria più importante in chi aveva sviluppato i sintomi della malattia. Se ne deduce che i sintomatici sarebbero, probabilmente, meno esposti nel futuro ad eventuali reinfezioni.  “Potrebbe avere un impatto significativo sullo sviluppo del vaccino Covid e la ricerca sull’immunità” dice Ladhani, un consulente epidemiologo presso la Public Health England, ritenendo l’immunità cellulare “un pezzo complesso ma importante del puzzle Covid-19”, soprattutto in considerazione del rapido calo degli anticorpi nel tempo alla luce di recenti studi. “Se l’infezione naturale con il virus può suscitare una risposta robusta dei linfociti T, questo significherebbe che lo stesso potrebbe fare un vaccino” ha dichiarato la professoressa Fiona Watt, presidente esecutivo del consiglio per la ricerca medica del Regno Unito.