Due suicidi nelle carceri/ la prof.ssa Giuliano: “la filosofia può salvare”

Due i suicidi , in sole 24 ore, nelle carceri campane. Sono così salite6 le vittime da inizio anno.

In una nota il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello e quello di Napoli Pietro Ioia affermano che

Anche se i suicidi sono ascrivibili a diverse motivazioni, il carcere continua ad uccidere”, affermano i garanti che chiedono al provveditore regionale dell’Amministrazione Penitenziaria e al responsabile dell’Osservatorio Regionale della Sanità Penitenziaria un incontro urgente tra più soggetti coinvolti nel mondo penitenziario “per evitare che in questo periodo la solitudine e il vuoto trattamentale uccidano più di una pandemia”.

Proprio la possibilità di un percorso esistenziale e rieducativo in carcere è stato oggetto dei percorsi di filosofia in carcere della professoressa Giuseppina Giuliano  

Professò io mi voglio salvare”..

Questa l’affermazione di un ristretto della CR di Aversa, al termine di un percorso di -Filosofia in Carcere-.

Anche quest’anno- afferma la professoressa Giuliano-avevamo intrapreso un progetto molto più ampio che, tra l’altro, avrebbe coinvolto molte figure del mondo esterno, tra cui gli studenti dell’Istituto Artistico di Aversa guidati dal prof. Pasquale Vitale e il F.F.M.G. con la dott.ssa Pina Russo.

Molte le figure che si erano rese disponibili alla costruzione di una Rete fatta di Legalità, Bellezza, Arte, Poesia  e Musica. La filosofia avrebbe gettato semi di stupore e di meraviglia. Sessanta i ristretti che avevano fatto richiesta di partecipazione ai percorsi in atto. Poi è arrivato il “Mostro” a bloccare e a spegnere i sogni e le speranze di quanti avevano creduto nel “riscatto”. Frequentare la bellezza li avrebbe portati, in qualche modo, ad accendere la speranza. I corsi di attività riabilitative e rieducative sono come l’aria da respirare, significa frequentare l’esterno, significa confrontarsi con realtà “altre” che accendono speranze e sogni.

Nel carcere si può e si deve sognare, per non morire. Sì, perché di carcere si muore, oggi più di ieri le ragioni sono molteplici. Sicuramente la mancanza di colloqui con i familiari, le uniche certezze affettive vengono, infatti, dalle famiglie e le videochiamate non bastano. Manca il contatto con le mani, manca il toccarsi con le parole che curano. La chiusura di tutte le attività rieducative ha contribuito fortemente all’aumento di casi di depressione e di suicidio tra i detenuti, gli ultimi, qualche giorno fa, nelle carceri di Santa Maria e Poggioreale.

La speranza – continua la prof.ssa Giuliano-è un lumicino sottile che si spegne al minimo soffio di vento contrario e non se ne può fare a meno, va alimentata dal contatto umano e dai ponti che anche il volontariato contribuisce a costruire per offrire ai detenuti un’altra opportunità, un respiro ampio nel quale gonfiare le proprie vele per avere la forza di andare oltre le sbarre e navigare per i mari aperti“

 Quello del sovraffollamento non è l’unica piaga da arginare nelle carceri. I casi di depressione sono aumentati, così le morti per overdose e per forti crisi esistenziali. Vengono sempre più fuori frammenti di intense esperienze che riportano alla natura ancestrale dei rapporti umani, rapporti che molte volte ai detenuti, anche nelle storie che li attraversano, sono stati negati. Spesso non è stata concessa loro neanche la possibilità di sognare.

”Nelle carceri si respira sempre più uno stato di abbandono ed il forte disagio colpisce tutti, anche chi ci lavora come la Polizia penitenziaria ed il personale tutto. Le soluzioni auspicabili sono diverse, tipo il ricorso a misure alternative, senza causare danni per lo Stato, soprattutto per quelli che scontano una pena inferiore a tre anni. Bisognerebbe creare dei corridoi di alternanza carcere-lavoro-studio. Aumentare le attività laboratoriali ed alternative”

Ora la giustizia si è fermata. L’onda anomala del Coronavirus ha spazzato ogni possibilità futura. Facciamo che quel grido soffocato dall’emozione: “mi voglio salvare” non resti una voce disperata che si perde.