ELEZIONI SPAGNA | Exploit dei Socialisti, Popolari in crollo. I nuovi equilibri della politica spagnola ed europea

Partito Socialista al 30 % e probabile il governo con Podemos e i partiti regionali. Il PSOE sarà il traino dei Socialisti europei.

Le prime parole del post-voto, quello che ha visto una delle maggiori percentuali di affluenza dall’epoca costituzionale in poi, sono di Pedro Sanchez, il bel professore matador del Partito Socialista, il trascinatore della sinistra e del pueblo, il leader maximo della contro-rivoluzione. “Ha vinto la Spagna plurale, ha vinto il futuro contro il passato”. La frase epigrafica non lascia spazio a dubbi, Sanchez si prende tutto l’onore e l’onere della vittoria, oltre che la responsabilità di essere il futuro primo ministro: “Assolveremo il nostro compito di governo con responsabilitá”.

In effetti, il risultato del PSOE – al 29% circa – non si vedeva dai tempi di Zapatero, della rivoluzione culturale che investì la Spagna in crescita dei primi anni duemila. Le affermazioni di Sanchez sembrano implicare la condizione sine-qua-non del governo largo a sinistra con gli ormai-alleati di Podemos. La formazione politica di Iglesias, tuttavia, è fortemente indebolita non solo dal responso delle urne (14 % per loro), ma dalla decadenza di quei pilastri ideologici che nel 2014 li avevano portati all’exploit. Una buona fetta di quegli “indignados” che li aveva appoggiati (tanto da far accostare il partito nascente al tricolore Movimento 5 Stelle) si è divisa tra il voto al PS e la scelta di Vox, il soggetto di ultradestra nato da una costola del Partito Popolare. Di certo, Sanchez e Iglesias avranno tirato un sospiro di sollievo, sapendo di poter fare a meno di rivolgersi agli indipendentisti catalani, bastando loro l’appoggio parlamentare di quelle formazioni regionali che per costituzione hanno diritto a dei seggi dedicati. Proprio i catalani, i cui leader sono addirittura in carcere per la questione dell’autonomia, fecero cadere lo scorso governo – formato da PSOE più Podemos – sulla proposta di bilancio.

Soddisfazione anche per Vox, il nostalgico soggetto di ultradestra guidato dal basco Santiago Abascal. Dopo il clamoroso successo nella rossa Andalusia – dove tutt’ora sono al governo con i popolari e Ciudadanos – la formazione neo-franchista entra per la prima volta in parlamento con il 10,3 % dei voti. In crescita sono anche i liberali di Ciudadanos, capitanati da Andres Rivera, con un 15,7 % e una rinfoltita truppa di parlamentari. La grande delusione è invece per il Partito Popolare, che si ferma al 16,7 %, dopo aver egemonizzato la scena politica per molti anni del dopo-Zapatero. I conservatori devono dunque cedere definitivamente il passo ai progressisti di sinistra, dopo un’aspra campagna elettorale segnata da una forte contrapposizione ideologica e dialettica. Il dato che emerge è la fine dei grandi bipolarismi dell’Europa continentale e la vittoria dei partiti non percepiti come vicini all’èlite.

In chiave europea, il declino inesorabile dei popolari, erosi su ben due fronti (dai liberali a sinistra e dai sovranisti a destra) fa perdere un’altra grande sponda – dopo il crollo di Forza Italia – al PPE e alla Signora Merkel. La fine dei popolari rappresenta la fine di quella ricollocazione dei “vecchi arnesi” franchisti, in un lasso di tempo molto più breve rispetto a quello che è avvenuto nella nostra penisola con il crollo della DC. Le forze conservatrici di due paesi molto simili come Spagna e Italia non hanno più la necessità di nascondersi dietro una grande forza di raccolta moderata. Anzi, esse pretendono un’identità ben precisa nel nazionalismo, nel sovranismo, nell’esasperato protezionismo economico. Queste forze, tuttavia, tranne qualche timido accenno da parte di Salvini, non riescono a fare realmente gruppo. D’altronde è chiaro che nella visione egoistica di Orbàn, dello stesso Salvini, di Le Pen, Farage e Abascal non c’è spazio per un’Europa della fratellanza ma solo per un’Europa degli interessi nazionali e di una bellica politica degli equilibri.

Sull’altra sponda, sarà interessante vedere come il Partito di Sanchez saprà rendersi traino dei Socialisti europei nelle prossime elezioni del parlamento di Bruxelles, prendendo il posto di quello che fu il PD di Renzi. La grande sfida di Pedro sarà cambiare il volto della sinistra europea, quindi dell’Europa stessa. Una sinistra che innanzitutto non sia più complice coi popolari nelle politiche di austerity e che quindi sappia porsi come reale alternativa di governo. In un’analisi più lineare, il voto popolare chiede sostanzialmente una forza politica che non sia identificabile con l’establishment. Ci aveva provato Tsipras, coi suoi modi poco concilianti; ci ha provato Renzi, ed ha fallito miseramente   quando si è arenato sul Referendum. Ora ci proverà Sanchez, con la sua capacità di aggregazione e con idee davvero nuove per dare nuovo slancio alle necessarie riforme comunitarie. In ambito nazionale, ripartire dal progetto Spagna sarà la bandiera a cui tutti i progressisti d’Europa, dai morenti socialisti francesi ai catatonici democratici italiani, si richiameranno. A loro, per le prossime elezioni europee, l’arduo compito di seguire Pedro, di seguire il leader, di seguire la Spagna.