Silenzio assoluto sull’emergenza carceri: Bonafede parla solo di prescrizione e ragionevole durata del processo

Un detenuto napoletano di 30 anni si è scagliato contro un agente della Polizia Penitenziaria prima spingendolo poi colpendolo con dei calci

In questi giorni di acceso dibattito sulla riforma della giustizia, con il Ministro Bonafede che continua ad attirare l’attenzione su prescrizione e ragionevole durata del processo, è doveroso far luce su un aspetto del nostro ordinamento che più di tutti necessita di un intervento positivo, ma sul quale vige un silenzio assoluto, il problema carceri.

Un detenuto napoletano di 30 anni si è scagliato contro un agente della Polizia Penitenziaria prima spingendolo poi colpendolo con dei calci. Dopo averlo stordito il detenuto gli ha stretto le mani al collo nel tentativo di strangolarlo: la grave aggressione, ultima fra tante, è avvenuta  sabato 11 gennaio 2020 nel carcere napoletano di Poggioreale.

A denunciare l’episodio è Luigi Castaldo, sindacalista dell’Osapp. “Solo grazie all’intervento dei colleghi della vittima è stato possibile evitare il peggio”, spiega. L’agente ha riportato una ferita alla testa e un trauma cranico. “Richiamiamo l’attenzione del Governo su queste problematiche che potrebbero essere affrontate con successo grazie a taser e jammer, attrezzature tecnologiche che farebbero da deterrente ed eviterebbero eventi critici e gravissimi come quello di qualche giorno fa, quando un detenuto ha rischiato la vita per avere ingoiato un microtelefono cellulare per nasconderlo ai controlli. Gesto pericolosissimo scoperto solo grazie a una radiografia in ospedale”.

La riforma dell’Ordinamento Penitenziario sembra ben lontana dagli interessi del governo e della politica in generale. Tuttavia, se un’emergenza c’è nel nostro ordinamento, è proprio quella legata al sistema penitenziario e alle condizioni dei detenuti.

Questi  i dati statistici forniti dall’Osservatorio carceri UCPI:   il 2018 passa alla storia come l’annus horribilis del sistema carcerario.

67 suicidi e 100 decessi, 59.655 detenuti presenti a fronte di 50.581 posti regolamentari (con una presenza media pari a 58.872, la più alta dopo la sentenza Torreggiani e con 1/3 non definitivi), 52 ‘bambini in cella’, un tasso di sovraffollamento medio, sulla carta, pari a 117,94% (in realtà molto di più considerato che, per come ammesso dal capo del DAP di recente, esistono ulteriori 4.600 posti regolamentari per nulla utilizzabili) sono numeri emblematici del drammatico stato dell’Esecuzione penale in Italia“.

Basti pensare che la capienza regolamentare già nel 2018 si era ridotta a 50.550 posti (a cui bisogna togliere almeno altri 4.600 non utilizzabili). Il tasso di sovraffollamento  ha toccato quindi  nel 2018 il 118,94%.

A fare il punto sulla situazione attuale è il rapporto sulle condizioni di detenzione pubblicato dall’associazione Antigone. Al 30 settembre 2019 sono stati calcolati oltre 60.000 reclusi, con un tasso di sovraffollamento del 120% (nello specifico, 60.785 detenuti in meno di 47.000 posti letto).

Tra questi 60.000 detenuti più di un terzo sono stranieri, uno su tre sono persone affette da disturbi psichiatrici, mentre due su tre sono tossicodipendenti o alcoldipendentidenuncia Aldo Di Giacomo, sindacalista del Corpo di Polizia Penitenziaria.

Come è possibile immaginare, sono soggetti che vivono in condizioni non gestibili in un carcere. Necessitano di trattamenti, detentivi e sanitari, appropriati ma le carenze strutturali del sistema impediscono di fare quanto necessario. E ciò avviene nell’indifferenza di chi potrebbe almeno iniziare a pensare di far qualcosa.

Occorre a questo punto ricordare che a subire un forte peggioramento non sono solo le condizioni di vita dei detenuti, ma anche quelle di lavoro dei poliziotti penitenziari. Al drammatico aumento del numero dei suicidi tra i reclusi, bisogna aggiungere quello delle guardie carcerarie, con casi frequenti di liti, abusi e violenze, detenuti in possesso di telefoni cellulari che gli permettono di avere contatti con l’esterno e di commettere altri reati.

Anche la detenzione di sostanze stupefacenti, l’ingresso di farmaci, soprattutto psicofarmaci utilizzati spesso come merce di scambio, sono problemi gravi che passano erroneamente in secondo piano.

E Aldo Di Giacomo dice una cosa importantissima “se metti insieme detenuti con problematiche diverse, il sistema non funziona. L’intera macchina smette di funzionare“.

Data l’attuale situazione delle carceri italiane,  servirebbe prendere come modello il carcere di Rimini. Una struttura detentiva che ha permesso non solo di far rispettare la pena ma anche di curare i tossicodipendenti. E questo ha aiutato notevolmente, perché ha permesso di far calare la recidiva dopo la scarcerazione del 98%“. Vuol dire che in Italia ci sono istituti che rispondono a quell’idea di pena rieducativa, mancano però i fondi da investire per il miglioramento e la riorganizzazione delle strutture.

A questo punto ci chiediamo: perché il ministro Bonafede, nella riforma della giustizia, non considera lo stanziamento di fondi per il recupero delle strutture esistenti o per la costruzione di altre completamente nuove, invece di promettere semplicemente 9.000 letti in più in 5 anni?

Ancora:  dove sarebbero inseriti questi posti letto? In celle dove già si soffre per sovraffollamento? In celle che avrebbero bisogno di ristrutturazione per le critiche condizioni strutturali, causa anche di problemi di salute di chi le occupa? In strutture già di per sé fatiscenti? In strutture dove non c’è possibilità di creare nuovi spazi e attività ricreative? In strutture dove già si vive in condizioni tanto critiche, malsane, anguste e antigieniche nelle quali si aggiunge dolore a dolore, maltrattamento a maltrattamento, malessere a malessere, criminalità a criminalità?