HANDLAB un laboratorio al servizio del Made in Italy

Jacopo Elefante ci racconta delle sue iniziative professionali. Del Fashion Design, della sua visione per il Marketing Design e dell'intraprendenza nell'intercettare il cambiamento.

Per BelvedereNews abbiamo intervistato Jacopo Elefante. 

1) Parlaci un po’ di te Jacopo Elefante.


Sono classe ’90 e credo di aver incontrato la creatività molto prima di riuscire a darle un nome. Sono cresciuto dentro l’arte: mio padre è un pittore e, fin da bambino, la pittura e il disegno sono stati parte del mio quotidiano. Li ho scoperti a pochi anni, quasi come un linguaggio naturale, qualcosa che non aveva bisogno di spiegazioni. Prima ancora di capire cosa fosse il design, avevo già capito che esisteva un modo diverso di guardare le cose, di interpretarle e di trasformarle.

Accanto a questo, ho sempre avuto anche un amore profondo per la matematica e per l’astronomia: mondi apparentemente lontani dalla creatività, ma che in realtà mi hanno insegnato a osservare, a cercare connessioni, a dare un ordine alle idee e a guardare tutto da una prospettiva più ampia. Credo che la matematica sia una disciplina che contiene una grande creatività, perché dietro le formule, i numeri e le strutture esiste sempre un modo di immaginare il mondo, di leggerlo e, in qualche modo, di reinventarlo. Il design, però, è sempre stato ciò che mi ha dato la spinta più forte. Da ragazzo sognavo di diventare designer, anche se credo di aver sempre cercato una strada tutta mia. Forse la sto cercando ancora oggi, ed è proprio per questo che continuo a sentirmi attratto da ciò che non conosco, da tutto quello che mi mette nella condizione di imparare, cambiare punto di vista e rimettermi in discussione. Il Graphic Design è stato il mio primo vero incontro con il lavoro, dopo il percorso di laurea all’Accademia di Belle Arti. Ho iniziato nelle aziende di abbigliamento, prima negli uffici stile e poi nei dipartimenti marketing. In seguito ho lavorato come grafico pubblicitario in diverse agenzie, fino ad arrivare, nel 2014, ad avviare la mia agenzia di comunicazione insieme ai miei soci. Avevo 24 anni e tanta voglia di costruire qualcosa che mi somigliasse. In tutto il mio percorso ho sempre cercato ciò che mi faceva stare bene. Ho sempre vissuto il lavoro anche come un gioco: qualcosa che richiede impegno, responsabilità e visione, ma che deve conservare una parte di entusiasmo, di leggerezza, di scoperta. Fino ad oggi posso dire di essermi divertito nel farlo, e credo sia una grande fortuna. Da poco ho intrapreso anche un nuovo percorso: insegno all’Accademia di Belle Arti di Napoli, nel corso di Fashion Design. È un’esperienza che sento molto preziosa, perché mi permette di restituire qualcosa del mio percorso, ma anche di continuare a imparare attraverso lo sguardo dei ragazzi, le loro domande, la loro energia e il loro modo diverso di immaginare il futuro.

2) Come nasce il tuo rapporto con il design?


Il mio rapporto con il design nasce, prima di tutto, dalla curiosità. Da bambino ero ossessionato dagli oggetti: volevo capire come fossero fatti, da dove nascessero, cosa ci fosse dietro la loro forma e soprattutto come funzionassero. Questa curiosità, a volte, diventava quasi incontrollabile. Aprivo i giocattoli, li smontavo, cercavo di entrare dentro le cose per capirle davvero. Una volta, mentre i miei genitori erano usciti e io ero a casa con mio fratello, arrivai perfino ad aprire la televisione. Al loro ritorno la trovarono smontata. A pensarci oggi sembra assurdo, ma per me era semplicemente il modo più diretto per rispondere a una domanda: “cosa c’è dentro?”. Crescendo, quella curiosità si è spostata dagli oggetti alle aziende. Da adolescente ho iniziato a interessarmi a come funzionassero i brand, a come nascessero i prodotti, a quali processi ci fossero dietro una scelta, una forma, un’esperienza. Questo percorso mi ha accompagnato fino alla tesi di laurea, che ho dedicato al concept store di Apple e a come quel modello avesse cambiato l’approccio alla vendita, trasformando il rapporto tra consumatore e prodotto. In quel momento ho capito una cosa che per me è ancora fondamentale: il design non riguarda solo l’estetica di un prodotto, ma il modo in cui quel prodotto funziona, comunica, viene vissuto. Il design può orientare le scelte, modificare il modo in cui ci avviciniamo a qualcosa, creare una relazione tra le persone e ciò che hanno davanti. Da lì la mia attenzione si è spostata sempre di più verso la comunicazione, la pubblicità e il graphic design. Ho iniziato a vedere il design non soltanto come forma, ma come linguaggio: uno strumento capace di costruire significato, generare desiderio e cambiare la percezione delle cose.

3) Come nasce HANDLAB AGENCY?


Oggi, quando ripenso a tutto quello che c’è dietro HANDLAB, la prima cosa che mi viene da dire è che non è stato facile. Ma è stato, ed è ancora, qualcosa di incredibile. HANDLAB nasce da un sogno condiviso, mio e di Cristiana, con l’aiuto di Francesco, i miei soci. A un certo punto abbiamo deciso di lasciarci tutto alle spalle e provare a costruire qualcosa chef osse davvero nostro: non solo un’agenzia, ma un modo di intendere il lavoro, la creatività e la comunicazione. Siamo partiti da una piccola scrivania. All’inizio ci occupavamo soprattutto di piccole campagne pubblicitarie per brand di abbigliamento, un settore che conoscevamo bene e che ci ha permesso di mettere insieme visione creativa, sensibilità estetica e concretezza. Poi, passo dopo passo, i servizi si sono ampliati: produzioni foto e video, web design, grafica pubblicitaria, strategie marketing, social media marketing, branding, content creation, campagne ADV, direzione creativa, consulenza strategica e progetti digitali più complessi. La cosa bella è che HANDLAB è cresciuta insieme a noi. Ogni progetto, ogni cliente, ogni errore e ogni intuizione hanno contribuito a darle una forma più precisa. Oggi facciamo parte di un gruppo più grande che lavora in tre ambiti principali della comunicazione: agenzia pubblicitaria, digital marketing e media. Anche il team è cresciuto molto: abbiamo una squadra interna di oltre 15 persone e, considerando freelance e collaboratori esterni, lavoriamo con una rete molto più ampia di professionisti. Seguiamo brand nazionali e internazionali, e questa è una delle cose che mi rende più orgoglioso. Penso, ad esempio, ad aziende con sede in Inghilterra che hanno scelto un’agenzia di Napoli per gestire la loro comunicazione in Europa. Per me questo ha un valore enorme, perché dimostra che la qualità, la visione e la capacità di costruire relazioni solide possono superare qualsiasi confine geografico. Oggi HANDLAB continua a evolversi. Il nostro obiettivo è crescere ancora, espanderci, ma senza perde re l’identità con cui siamo nati. Stiamo integrando sempre di più le nuove tecnologie, in particolare l’intelligenza artificiale, sia nei processi strategici sia nella generazione di immagini, video e contenuti. Credo che il futuro della comunicazione sarà sempre più ibrido: fatto di creatività umana, visione, dati, tecnologia e capacità di interpretare il cambiamento. Per me HANDLAB resta questo: una piccola grande avventura nata da una scrivania, diventata nel tempo una squadra, un progetto, una casa creativa. E forse la parte più bella è sapere che abbiamo ancora tantissimo da costruire.


4) In che modo l’intelligenza artificiale sta trasformando il tuo lavoro e, più in generale, il settore della comunicazione e della creatività?


L’intelligenza artificiale sta avendo un impatto enorme sul nostro lavoro, e credo che siamo solo all’inizio di questo cambiamento. È qualcosa che, inevitabilmente, sta riscrivendo le regole del settore, ma non nel senso di sostituire la creatività: piuttosto nel modo in cui la esprimiamo e la sviluppiamo. Nel nostro lavoro l’abbiamo vissuta prima come una curiosità, poi come uno strumento, e oggi sempre di più come una vera e propria alleata. Ci permette di velocizzare processi che prima richiedevano molto tempo, di esplorare più direzioni creative in meno tempo, di testare, sbagliare e migliorare con una rapidità che fino a qualche anno fa era impensabile. Allo stesso tempo, però, credo che abbia reso ancora più centrale il ruolo umano. Perché se è vero che oggi tutti hanno accesso agli stessi strumenti, la differenza non la fa più solo “saper fare”, ma saper pensare. Avere visione, gusto, capacità di interpretare unbrand, di costruire una strategia, di dare un senso a quello che si crea. In HANDLAB stiamo integrando sempre di più queste tecnologie, sia nella parte strategica che in quella produttiva, soprattutto nella generazione di immagini e video. Abbiamo anche sviluppato un nostro tool proprietario che integra oltre 18 sistemi di intelligenza artificiale diversi, con l’obiettivo di rendere questi processi più strutturati, veloci e consapevoli. Allo stesso tempo, credo che oggi la formazione abbia un ruolo fondamentale. I giovani devono essere messi fin da subito nelle condizioni di conoscere questi strumenti, capire come usarli davvero e come integrarli alle proprie capacità. Il futuro che vivranno sarà sempre più orientato verso un mondo fatto di macchine: per questo è importante che l’uomo resti protagonista, imparando a conoscerle e dominarle, senza fars i dominare. Credo che il futuro della comunicazione sarà proprio questo equilibrio: tra creatività e tecnologia, tra intuizione e dato, tra velocità e profondità. E per chi fa questo lavoro, è una sfida enorme, ma anche un’opportunità incredibile.

5) Che consiglio daresti a un ragazzo che oggi vuole entrare in questo settore?


Il primo consiglio che darei è di non avere fretta di arrivare, ma di avere molta fame di capire. Questo è un settore in cui le cose cambiano continuamente, quindi più che inseguire una posizione, ha senso costruire una mentalità aperta, curiosa, pronta a evolversi. Direi anche di non fermarsi alla superficie. Oggi è facile imparare a usare uno strumento, ma la vera differenza la fa la capacità di pensare: capire perché si fanno certe scelte, come funziona un brand, cosa c’è dietro una campagna, quale logica guida una strategia. Il “come” è importante, ma il “perché” lo è molto di più. Un altro aspetto fondamentale è sperimentare. Provare, sbagliare, rifare. Non aspettare il progetto perfetto o il cliente giusto per iniziare. Anche i progetti personali hanno un valore enorme, perché sono quelli in cui costruisci davvero il tuo linguaggio. Questo è un percorso fatto di tempo, relazioni, fiducia. Non succede tutto subito, ma se costruisci qualcosa di autentico, prima o poi trova il suo spazio. Una grande volontà viene prima di un grande talento. E forse la cosa più importante: scegli questo lavoro solo se ti diverte davvero. Perché è un lavoro che richiede tanto, ma se riesci a viverlo con passione, riesce anche a restituirti molto.

6) Progetti per il futuro?

In realtà non sono una persona che vive proiettata troppo nel futuro. Non ho mai avuto un approccio rigido al “progettare” ogni cosa. Mi piace vivere il lavoro e la vita per quello che mi danno, momento per momento, cercando di cogliere le opportunità e di costruire strada facendo. Allo stesso tempo, però, ho una grande curiosità verso quello che verrà. Mi affascina capire come cambieranno le dinamiche, come evolverà il nostro settore, quali saranno i nuovi linguaggi, i nuovi strumenti, i nuovi modi di comunicare. Più che avere un piano preciso, ho una forte voglia di vedere il futuro arrivare. Di esserci dentro, di capirlo, di interpretarlo. Non vedo l’ora.

Grazie Jacopo.

Grazie a Voi.