I centri commerciali alla prova del covid19

Di Vincenzo Giaquinto

Gli eventi di questi ultimi mesi ci portano a riflettere su come riorganizzare le attività sociali e produttive presenti nelle nostre città. Da questa riflessione emerge un primo dato che è quello relativo alle attività produttive che negli ultimi decenni, sotto la spinta della globalizzazione, aveva visto il proliferare di strutture di dimensioni sempre maggiori, spesso fuori dai centri abitati, diventate ricettacolo degli oligopoli dei grandi marchi commerciali. La fruibilità di queste strutture aveva reso sempre più necessaria la disponibilità di un’autovettura in quanto aveva cannibakizzato strutture dimensionalmente minori ma con una maggiore e più diffusa presenza sul territorio urbano, quali potevano essere le cosiddette attività di vicinato. In tempi non sospetti, se da un lato queste grandi strutture avevano la capacità di intercettare un gran numero di potenziali utenti e consumatori, doveva, per contro, essere in grado di sostenere costi notevoli dovuti alla gestione ed alla manutenzione delle strutture stesse.

Ma le effettive criticità relative alle dimensioni dei centri commerciali le ha messe in evidenza proprio la pandemia di questi ultimi mesi. L’eterogeneità delle tipologie merceologiche e la loro concentrazione, rendono praticamente ingestibile l’afflusso dell’utenza. Un accesso adeguato alle nuove esigenze dovrà essere adeguatamente regolamentato e ciò sta già avvenendo in tutte quelle strutture già presenti nell’ambito urbano, che i cittadini raggiungono agevolmente anche a piedi, in quanto non distanti dalle proprie abitazioni. Potremmo dire che il problema di questi ultimi mesi ci abbia voluto suggerire una soluzione che per anni non avevamo considerato: la maggiore fruibilità delle piccole/medie realtà commerciali, magari con qualche servizio in più.