Le lacrime all’ingresso del carcere di Bollate e quel videomessaggio affidato ai social prima di varcare il cancello hanno trasformato il caso di Mario Roggero in un cortocircuito sociale che va ben oltre le aule di tribunale. La condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi per il gioielliere settantaduenne ha aperto una ferita profonda nell’opinione pubblica italiana, divisa tra il rispetto formale della legge e un diffuso sentimento di frustrazione e rabbia. Nelle piazze virtuali e nelle discussioni dei cittadini non c’è spazio per i tatticismi dei partiti: a confrontarsi sono due visioni opposte della giustizia e della sicurezza quotidiana. Il sentimento prevalente tra commercianti, artigiani e comuni cittadini che esprimono solidarietà a Roggero ruota attorno a un paradosso percepito come inaccettabile. “Non si possono misurare i secondi di terrore vissuti da chi vede minacciata la propria famiglia con il bilancino del diritto” è il commento che si sente più spesso. Per una larga fetta di italiani, l’inseguimento e gli spari in strada – l’azione che legalmente ha fatto crollare la tesi della legittima difesa – restano la reazione, seppur tragica, di un uomo esasperato da anni di rapine e violenze. Emerge una forte critica al sistema giudiziario, accusato da molti cittadini di garantire tutele legali ferree ai criminali, lasciando chi lavora da solo a gestire il trauma e le conseguenze di un’aggressione. Vedere un uomo di 72 anni in cella per aver reagito a un sopruso genera, in questa parte di opinione pubblica, un profondo senso di solitudine e la sensazione che il “patto sociale” con lo Stato si sia rotto. Di contro, una parte altrettanto ferma di cittadini difende il verdetto della Cassazione, scindendo l’empatia per la vittima della rapina dal giudizio sull’atto finale. Il ragionamento di questa parte dell’opinione pubblica si fonda sulla difesa dello Stato di diritto: “Se si giustifica l’esecuzione in strada di rapinatori in fuga, si sdogana la giustizia privata e il far west”. Per queste persone, la legge deve rimanere uguale per tutti, e la condanna – pur dolorosa per l’età dell’uomo – è considerata l’unico argine per evitare che la vendetta personale sostituisca la giustizia istituzionale. Mentre la difesa tenta le ultime carte legali per far uscire l’anziano gioielliere da Bollate, il Paese resta a guardare una vicenda in cui, come notano in molti, non ci sono vincitori, ma solo un cumulo di vite spezzate e una profonda, diffusa amarezza.