IN MORTE DI GIORGIO NAPOLITANO : IL RE E’ NUDO

Persino Papa Francesco si è scomodato per rendere l’estremo saluto alla camera ardente ‘laica’ a Giorgio Napolitano, presso il Senato della Repubblica a Palazzo Madama . Stavolta mi sfugge il significato Pastorale del gesto, benché io sia stato, fin dalla prima ora un estimatore ed un difensore dello stile di leadership impresso dall’attuale Pontefice al suo pontificato. Napolitano, come molti esponenti del partito comunista sono andati sempre fieri del loro ateismo, non agnosticismo, si badi bene, che può benissimo coniugarsi con la fede e la pratica religiosa. Ora cosa ci faccia il Vicario di Cristo in terra, di Gesù figlio di Dio, e Dio egli stesso, ad onorare con la sua presenza un ateo, un senza Dio, anch’io non riesco a coglierne il significato religioso. Sarà stato un gesto di garbo istituzionale da Re a Re morto, Re Giorgio, e l’attributo è tutt’altro che peregrino. Napolitano, che può vantare nel campo della politica, forse unico tra i comunisti, un cursus honorum pari o anche superiore a quello dei cavalli di razzademocristiani, De Gasperi, Fanfani, Rumor, Cossiga, Scalfaro. Moro e persino Andreotti.

Primo comunista a raggiungere il vertice delle istituzioni repubblicane, ed eletto Presidente addirittura due volte consecutive, la seconda con pressanti preghiere di tutti i gruppi politici. Il ‘transito’, per così dire , dal vecchio PCI, al PDS di Occhetto ai DS di D’Alema e Veltroni, non ne hanno minimamente scalfito il comunismo endemico della sua anima ( ma i comunisti hanno un’anima?), connotato dalla ‘volontà di potenza’ e dal costante tentativo di ottenere ‘l’egemonia’: i cardini del comunismo e del marxismo-leninismo. Dopo aver legittimato la repressione nel sangue coi carri armati del Patto di Varsavia , gli insorti ungheresi per la libertà, in nome dell’internazionale socialista, del ‘morte ai traditori controrivoluzionari’ di Imre Nagy, presidente della repubblica ungherese, che fu impiccato, assieme ad altri revisionisti controrivoluzionari, nel 1956, poi , fece ammenda . Trent’anni dopo, però, prendendo per i fondelli non solo i suoi compagni di militanza politica, ma anche quelli che, caduto il muro di Berlino, aveva sancito la sconfitta dell’impero sovietico, non a caso e con una definizione nettamente calzante ‘l’impero del male’.. Era stato seguace di Palmiro Togliatti, il Migliore, come veniva definito dai suoi compagni, e quando si cominciava ad affacciare timidamente nel PCI il ricorso alle correnti che sconfessavano il centralismo democratico, che faceva decidere tutto  al comitato centrale nazionale, senza possibilità di deroghe , che era una emanazione, un corollario del primato del Partito Comunista Sovietico e del suo Comitato Centrale sulle decisioni dei partiti dei paesi fratelli del Patto di Varsavia, Polacchi, Ungheresi, Cecoslovacchi, Tedeschi dell’Est e delle repubbliche appartenenti direttamente al subcontinente sovietic, Azerbaigian, Moldavia, Ucraina, repubbliche baltiche, Bielorussia. Miglioristi li chiamavano i compagni di partito Natta, Cossutta, Ingrao, e tra i più giovani D’Alema. Connotato predominante del ‘migliorismo’ era rimanere con qualsiasi artificio, con qualunque sotterfugio, con qualsivoglia ipocrita voltafaccia,  con qualunque volo pindarico di abilità dialettica, abbarbicati al potere. Si direbbero quasi ‘Andreottiani’ , seguaci del ‘il potere logora chi non ce l’ha..’. Fu eletto Presidente della Repubblica per il rotto della cuffia alla prima votazione con maggioranza semplice, credo sia la quinta, in cui bastava avere la maggioranza dei votanti, che, non lo dimentichiamo, erano i 630 deputati, i 315 senatori , i senatori a vita altri 5, almeno, i presidenti di regione o loro delegati 20, in totale 970 votanti circa, la maggioranza semplice è di 485 voti, lui ne ottenne una ottantina in più, frutto di equilibrismi parlamentari, di veti incrociati, soprattutto da parte di democristiani ex o non, ma pur sempre democristiani. Prima della sua elezione alla Presidenza della Repubblica, invero molto prima, già con la Presidenza Cossiga, il picconatore, era stato fatto a fette dalla prassi che la massima carica dello Stato fosse una carica puramente rappresentativa, onorifica, quasi notarile. In realtà dismessa da tempo la pretesa e presunta neutralità del Capo dello Stato, questi, già con Pertini, interveniva coi suoi ‘moniti’ che risultavano quasi sempre , non solo una esortazione al corretto agire, ed un richiamo all’impegno fattivo, nel caso di calamità, di crisi economico-finanziarie, di problemi legati a crisi internazionali, ma indicavano una precisa linea politica nei comportamenti istituzionali, il che, secondo la Carta Costituzionale, spettava al Capo del Governo. Ma guardando ai poteri concreti del Presidente della Repubblica, che è Capo dell’esercito, e nel caso ricorra, deve firmare la Dichiarazione di Guerra , benché sia già stata deliberata dal parlamento su impulso del capo del governo.

Inoltre non è automatico, nel sistema proporzionale che chi ottiene la maggioranza alle elezioni politiche generali, sia esso partito, lista o coalizione debba ottenere per il proprio capo politico l’investitura  a formare il nuovo governo. Bensì il Presidente della Repubblica , sulla scorta delle consultazioni con tutti i capi politici delle formazioni presenti in Parlamento, una volta ravvisata l’esistenza di una maggioranza parlamentare che pure non corrisponda  affatto al risultato elettorale ed agli schieramenti politici, e che questa maggioranza fatta in parlamento, segnali al Capo dello Stato un nome da incaricare quale presidente del consiglio, il Presidente della Repubblica può procedere senza nessuna remora ad incaricare questa persona, che può essere un parlamentare o meno, un esponente di qualche partito o lista, oppure un nome della società civile. Possiamo dire in sintesi, per rendere evidenti le contraddizioni, il popolo sovrano elegge un parlamento, fatto di deputati e senatori che rappresentano la volontà popolare, ma poi, gli equilibri che determinano la designazione del capo del governo e la sua formazione dipendono esclusivamente dal Capo dello Stato, purché, poi, ovviamente , il capo del governo ed i ministri, una volta che hanno giurato fedeltà alla repubblica ed alla CC, si presentino in parlamento ottenendo la fiducia di entrambe le camere, deputati e senatori. Ma con quello che oramai prassi consolidata , per cui, anche una lettura rigorosa degli esiti elettorali, quasi mai, con tutte le leggi che si sono succedute, anche con il cosiddetto ‘mattarellum’, ideato dall’attuale Capo dello Stato, anch’egli, secondo nella storia, ad essere eletto una seconda volta alla Presidenza della Repubblica. L’elemento maggioritario, nonostante l’indicazione dei nomi dei candidati alla presidenza del Consiglio sulle schede e sui simboli dei partiti, non ha mai attecchito in quanto non esiste affatto un obbligo per il Presidente della Repubblica di nominare per forza Presidente del consiglio incaricato , il politico indicato dalle formazioni vincenti, singole liste o coalizioni. Ci vuole sempre la liturgia e le pantomime delle consultazioni, nelle quali il Presidente della Repubblica in carica ha potere di vita o di morte. Al punto che se non riesce ad ottenere un nome che metta d’accordo una maggioranza parlamentare sicura e praticabile, può addirittura sciogliere le camere ed indire nuove elezioni, benché queste, magari, si siano svolte da pochissimo tempo. Arriviamo poi al veto sulla promulgazione delle leggi, benché queste abbiano ottenuto la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Il Presidente della Repubblica può inviare alle Camere una legge fino a due volte, corredando il rinvio con sue note solitamente di carattere costituzionale, e chiedendo al Parlamento di farsi interprete di quelle note ed espungendo dalle leggi in fieri, quelle parti che potrebbero non passare al vaglio della Corte Costituzionale . Se poi aggiungiamo che il Presidente della Repubblica è anche il Presidente del Consiglio superiore della magistratura, capiamo subito che, abbandonato da tempo lo stile ‘notarile’, il Presidente della Repubblica italiana, in un regime parlamentare assomma su di sé un potere enorme, quasi da Repubblica Presidenziale, mancando solo l’elezione diretta dello stesso a suffragio universale. Ed in queta temperie istituzionale il Presidente Giorgio Napolitano ha esercitato il massimo del suo potere, sia nella nomina dei presidenti del consiglio, anche quando vi sono stati in parlamento, ma non nel paese sommovimenti per i quali la maggioranza era diventata opposizione; sia quando la transumanza trasformistica di interi gruppi rompeva completamente gli equilibri politici in parlamento e nel paese, oppure al contrario quando ad una maggioranza cui veniuvano a mancare i voti , però, questi stessi venivano soppiantati da altri deputati e senatori che sceglievano di sostenere il governo e non determinarne la caduta. Il caso più clamoroso fu quello dell’ultimo governo berlusconi, in cui, nonostante la diaspora Finiana di AN, e l’acquisto, si disse in maniera prezzolata, ma questa è dietrologia, di altri deputati e senatori che mantenevano al governo la maggioranza parlamentare, maggioranza ottenuta con specifico voto di fiducia nel dicembre 2010, le pressioni europee, lo spread, ed il pressante appello del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, lo stesso Berlusconi fu costretto alle dimissioni, ed anche qui la dietrologia racconta di pressioni di tipo giudiziario con minacce di nuove incriminazioni. Poi Re Giorgio inflisse a tutti gli italiani il governo del Prof. Mario Monti, quale presidente, non prima di averlo nominato, ipso facto, senatore a vita, così poteva attraversare indenne le pronosticabili turbative del suo governo del ‘sangue, sudore e lacrime, cui contribuì la Prof.ssa Fornero con l’aumento dell’età pensionabile a 67, che , oltre ad allungare la vita lavorativa di una generazione da tempo pronta  ad andare in pensione ed invero esausta, creò i cosiddetti esodati 300000 secondo il Ministero del lavoro, molti di più, secondo i sindacati, di gente che si trovò senza lavoro e senza pensione  dalla sera alla mattina. L’ultima perla di Re Giorgio fu l’incarico di formare il governo dato a  Matteo Renzi, che, divenuto segretario del PD, coi voti nei gazebo, senza alcun controllo, soppiantò Letta presidente del consiglio in carica dello stesso partito a non più di due anni dalle elezioni. Re Giorgio aveva imparato come far rendere al massimo la sua posizione all’interno di un sistema politico  che alla sua massima carica, non chiedeva altro di essere comunque eletto dal solo Palazzo del potere, senza rendere, durante il suo mandato, nessun conto ai cittadini elettori e contando su una immunità assoluta nell’esercizio delle sue funzioni, tant’è che non fu possibile nemmeno sentirlo come persona informata sui fatti sulle vicende giudiziarie che riguardavano i soldi provenienti dall’Unione Sovietica direttamente al PCI, l’affare MYTROKIN, mentre tutti gli altri partiti storici erano stati decapitati e fatti a brani, con molti esponenti indagati, arrestati e processati dall’inchiesta ‘mani pulite’. La strada italiana al socialismo, non l’aveva trovata Berlinguer, ma Giorgio Napolitano, in barba a tutto ed a tutti. Questo fu Giorgio Napolitano. Massimo esercente dell’egemonia e della volontà di Potenza. Si raccomandava alla realizzazione delle riforme, magari al cancellierato alla tedesca, lasciando la presidenza della repubblica così com’è , un despota democratico eletto nel palazzo come il segretario del PCUS. Mai intervenuto (per carità!) a favore dell’elezione diretta del Presidente della repubblica che coniugasse, è una tendenza sentita a livello mondiale da tutte le democrazie e non, il potere con la reale rappresentanza del paese e degli elettori…..questo fu Napolitano , un convinto comunista, un convinto comunista usque ad mortem.