LAVORO A NERO ANCHE PER QUALCHE ‘BIG’ DELLA POLITICA

«Ho lavorato con Antonio Di Maio nel periodo tra il 2009 e il 2010. Sempre al nero e, come me, lavoravano almeno altri 3-4 operai rispetto ai 7-8 dipendenti totali. Ero pagato sempre in contanti, 1200 euro al mese, per otto ore giornaliere dal lunedì al venerdì» racconta Pizzo, padre di tre figli e disoccupato. Tutto, spiega l’operaio, viene fuori dopo un suo infortunio ad un dito, in un cantiere di una casa in via Corradino 43 a Pomigliano. La descrizione è circostanziata e ripetuta: si trattava di lavori «in casa del dottore Maione». Un collega lo soccorre, mentre il sangue esce a fiotti. Viene avvisato Antonio Di Maio, che arriva sul posto e propone di andare al pronto soccorso dell’ospedale di Nola.

Qui Salvatore Pizzo è duro: «Voleva andare lì perché un suo cognato vi lavora da funzionario e poteva coprire la cosa. Aveva timore della denuncia al pronto soccorso e, quando andammo poi al Cardarelli, mi raccomandò di non dire che lavoravo senza contratto né contributi».

Il vicepremier Di Maio è al centro di una bufera mediatica dopo che si è scoperto che un capanno nella terra di famiglia non sarebbe stato accatastato. Da li in poi, a ruota, sono venute fuori tutte le beghe dell’azienda di famiglia e ora anche del suo passato prima di entrare nella politica con il Movimento cinque stelle. Alcuni ex colleghi di Di Maio hanno dichiarato che il vicepremier ha lavorato in nero per un anno intero.

A raccontare questa storia ai giornali sono stati proprio gli ex colleghi del ministro che, dopo aver visto l’inchiesta delle Iene riguardante le beghe della famiglia Di Maio, hanno deciso di svelare altri particolari riguardo il suo passato. L’ espierenza di lavoro in pizzeria di Di Maio, inoltre, non sarebbe stata incentrata solamente sul servizio a tavola ma anche ad altre opere d’ingegno come la realizzazione del sito web del locale . Il tutto sarebbe avvenuto senza chiedere in cambio denaro: “Lo faceva a livello amichevole, lui faceva le foto delle pizze e poi le pubblicava” raccontano gli ex colleghi al Fatto Quotidiano. Anche se fosse stato a livello amichevole, per legge, il lavoratore doveva essere regolarmente inquadrato e con una posizione aperta presso l’INPS.

Da un’inchiesta effettuate da altri giornali, testae giornalistiche di una certa rilvanza tra cui il Corriere della Sera è emerso che il padre del ministro, Antonio Di Maio, compilava le buste paga dei dipendenti con cifre non veritiere: faceva risultare un importo più basso così da pagare meno tasse e poi il rimanente lo pagava “in nero”. Questo fatto lo raccontano direttamente gli ex dipendenti della ditta Ardima Costruzioni al giudice civile a cui l’operaio specializzato Domenico Esposito si era rivolto per farsi riconoscere le ore come da contratto.