Le briglie borboniche tra passato e futuro

Le briglie borboniche tra passato e futuro

Di Fiore Marro

Caserta 3 agosto 2018

Escursione tra storia e natura.

Carlo Afan de Rivera, direttore generale del Corpo di Ponti e Strade, Acque, Foreste e Caccia del Regno delle Due Sicilie, progettò un grandioso ed efficiente sistema di bonifica, manutenzione e rimboschimento dell’intero territorio tra Napoli e il complesso Somma-Vesuvio, risolvendo il problema direttamente a “monte” con l’utilizzo delle Briglie e anche a “valle”, con i Regi Lagni.

Briglie che restano ancora maestose: alte più di quindici metri e lunghe venti, erano potenti mura di contenimento in pietra lavica, capaci di correggere la pendenza dei torrenti e trattenere il materiale portato giù dalla furia delle acque, mentre si provvedeva a rimboschire il territorio e bonificare le paludi. Almeno cinquanta vasche di colmata accoglievano le acque, ripulendole dai detriti; quelle di assorbimento, invece, diventavano l’ultima dimora dei torrenti che morivano sulla montagna, senza mai raggiungere il mare. Le campagne caratterizzate da maggiore pendenza furono difese da argini contenitori che ostacolavano la discesa dei detriti e il letto dei torrenti venne protetto da catene e briglie di fondo per evitare che si corrodessero e le loro sponde si sgretolassero. Neppure finì qui. Venne istituita la fondamentale figura del “Sorvegliante idraulico”, vera sentinella del Vesuvio che faceva il giro di tutti i sentieri, aveva specifiche mansioni di controllo e manutenzione delle opere idrauliche e comminava multe ai contadini che non rispettavano le regole.

Historia magistra vitae, dicevano gli antichi. E così dovrebbe essere soprattutto oggi quando, nella pletora di interventi ambientali spesso inutili se non dannosi, il paesaggio nostrano viene continuamente deturpato e svilito dall’incuria dei cittadini e dall’assenza delle Amministrazioni competenti. Cosicché , in un’ottica di valorizzazione del patrimonio culturale duosiciliano e nel tentativo di riconquistare, metro per metro, il territorio, molti addetti del settore propongono in questa stagione estiva, un importante coinvolgimento dei cittadini nostrani e soprattutto di turisti, partendo, appunto, dalla storia.

Sensibilizzare e promuovere la conoscenza di ciò che si è dimenticato, deve essere l’intento di tutti noi innamorati delle Due Sicilie, perché il progresso, che non sempre è sinonimo di miglioramento, spesso avanza polverizzando ciò che di buono e utile è stato costruito.

Non molti sanno, infatti, che, nascoste spesso tra i rifiuti, ci sono tra le più rilevanti opere idrauliche di epoca Borbonica: le Briglie, parte di un’eccezionale e avanguardistica attività di bonifica locale. Le briglie di ritenuta montana sono potenti opere contenitive, progettate per trattenere tronchi e massi e per arginare il flusso d’acqua e fango dei torrenti. Hanno spesso salvato coltivazioni e vite umane, hanno dato lavoro e sostentamento alla popolazione locale, hanno preservato la natura dei luoghi. I nostri luoghi sono meravigliosi proprio perché architettura e ingegneria in passato si sono sapute armonizzare con la natura, senza piegarla, senza svilirla.

Al sole agostano, tra papaveri e campanule, ginestre e vigneti di Catalanesca, i turisti e gli escursionisti vari possono apprezzare quanto intelligente e deferente può essere l’opera dell’uomo. A dispetto dell’abusivismo, della manutenzione ormai inesistente, del proliferare del degrado, le Briglie Borboniche resistono al tempo e a noi, e ci insegnano che non sempre è necessario guardare avanti, basta voltarsi indietro, e non di molto, per capire che  valorizzando il passato possiamo creare occupazione (sul piano turistico e ambientale), arginare il consumo insensato del territorio, proteggerlo e vivere meglio.

E’ per questo che iniziative di questo tipo vanno estese a tutti e non solo agli interessati;  proposte come quelle di questo genere, risultano essere doppiamente importanti in quanto realizzano un impiego del tempo piacevole e costruttivo, ma al contempo sviluppano la conoscenza , quindi l’amore, per ciò che siamo stati e che potremmo ancora essere. Suggerisco, in sostanza, una nuova concezione per amore del proprio territorio: perché un futuro arcaico possa rinascere dalle cenere di un glorioso passato