di Giovanni Luberto
SAPEVATELO. “La Legge fondamentale di uno Stato non deve imbalsamare la vita dei popoli ma offrire gli strumenti adeguati ad affrontare le sfide per il loro futuro.” Ecco spiegato dall’autore di un articolo de “Il Primato Nazionale”, Carlo Vivaldi, perchè per uscire dalla crisi attuale ci serve una nuova Costituzione.
L’Italia è divenuto uno dei paesi più ingovernabili di tutta l’Europa, e il fallimento direttivo dello Stato si sarebbe manifestato già nella Prima Repubblica ai tempi della Democrazia Cristiana, dove lo stesso partito assieme ai socialisti e i comunisti avrebbe cercato di aggirare le proprie incapacità governative zittendone l’attenzione delle critiche attraverso lo spartizione consociata di poltrone, poteri, onori e posti statali. Il tutto anche grazie al manuale Cencelli, una delle principali cause della corruzione in generale e del progressivo declino della società italiana.
“Dalla Seconda Repubblica in poi, (e qui non mi pare il caso di ripercorrere pagine ben note) – dice il Vivaldi – la vittoria del Centro-Destra fece illudere che qualcosa di sostanziale potesse cambiare, con piccoli accenni di apporti correzionali alla Costituzione, respinti però in seconda fase referendaria. Nel 2016 ci ha riprovato il Renzi ma con lo stesso aborto fallimentare e rigettato. Una cosa è certa. La più evidente analogia fra la Terza Repubblica Francese e la Prima Repubblica Italiana, è che entrambe sono figlie di una sconfitta militare. Tenendo conto di simili precedenti, mi sono proposto di oltrepassare i limiti del costituzionalismo classico e ho cominciato a dedicarmi allo studio dei problemi relativi alle regole di funzionamento del sistema politico italiano.
Cominciamo da Roma. Se le istituzioni dell’antica Roma fossero meglio comprese potrebbero rappresentare ancora oggi una guida preziosa. Ma la domanda che per prima mi sono posto è stata: ‘quando cambiano le costituzioni?’ Rispondere richiederebbe un intero saggio che si sforzi di condurre un’indagine storica dei fenomeni sulle evoluzioni sociali, economiche ed etiche. Una tesi che mi sovviene, ed è molto apprezzata – dice l’opinionista – è quella di Cicerone il quale consiste nel conciliare armonicamente le istanze più nobili delle tre forme di governo più in naturale contrasto fra di loro: monarchia, aristocrazia e democrazia. In essa si amalgamano le rivendicazioni delle diverse classi sociali e si esalta la figura dell’uomo di Stato, capace di ordinare al meglio questa concordia ordinum che rappresenta l’aspetto migliore della tradizione giuridica e filosofica romana: uomo politico come riassunto del completo controllo e perfezionamento di se stessi attraverso il modello di splendore d’animo e di vita essenziale per disporre agli altri un esempio da imitare. […] Malgrado che Roma non abbia mai posseduto una vera e propria legge fondamentale, le sue istituzioni si sono sempre adeguate ai mutamenti sociali in atto.
Prima ho citato la Francia, adesso cito gli USA, e nel contempo continuo a rispondere a quella domanda principale che vi ho posto in ante. – continua V. – La celebre ‘Dichiarazione d’Indipendenza’ degli Stati Uniti d’America del 4 luglio 1776 definisce: «Tutti gli uomini sono uguali e sono dotati dal creatore di diritti inalienabili fra i quali quelli alla vita, alla libertà, al perseguimento della felicità; che per salvaguardarli vengono istituiti fra gli uomini i governi, i quali derivano i giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una forma di governo tende a distruggere questi fini è diritto del popolo modificarla o abolirla e istituirne una nuova.» L’esperienza ci mostra che l’umanità è disposta a soffrire finchè i mali sono tollerabili. Ma quando una lunga serie di abusi ed arbitrii perseguono invariabilmente lo stesso scopo, la rivendicazione sociale del popolo oppresso è (e resta) uno stato di diritto.
E’ dal 1791 che qui nel nostro paese il susseguirsi di fazioni politiche diverse – spesso l’una opposta all’altra – ha portato a fittissime revisioni costituzionali, sistematicamente rimodellate a proprio uso e consumo. […] Arrestare questa corsa verso l’abisso è forse ancora possibile, ma bisogna ripartire dalle fondamenta. Quelle regole condivise che soltanto una nuova costituzione può statuire. Una svolta Presidenziale e maggioritaria potrebbe curare i mali del partitismo. Tutela delle autonomie amministrative, ma soltanto nella salvaguardia di un’Unità Nazionale; inserimento di un articolo che preveda la progressiva applicazione di istituti partecipativi e di autogestione, sia nel settore pubblico che in quello privato; elezioni degli organi costituzionale con criteri analoghi a quelli previsti per le Camere; elezione diretta del Capo dello Stato.
Qualora fossero realizzate qui in Italia – conclude C.V. – queste revisioni, il Paese diverrebbe l’ineluttabile protagonista di una rivoluzione di enorme portata, capace di costituire un esempio anche per molti altri Paesi e sistemi sociali.”