Massimo Tagliaferri e la sua visione del mondo attraverso la Polaroid.

La sua visione artistica considera la fotografia come un percorso strettamente parallelo e complementare al pensiero umano.

L’irpino Massimo Tagliaferri è un fotografo italiano nato nel 1977, che vive e lavora ad Avellino. Frequenta corsi con grandi nomi della fotografia tra cui Franco Fontana, Augusto De Luca, Diego Mormorio e Augusto Pieroni. Ha inoltre studiato pittura con l’artista avellinese Antonio Pugliese.

Parlaci un po’ di Massimo Tagliaferri?

Sono nato ad Avellino, dove tutt’ora vivo e lavoro. Amo la musica, la pittura, la fotografia il teatro, ogni forma d’arte capace di suscitare emozioni attraverso l’unicità del pensiero. Ho scelto di dedicarmi alla fotografia perché è la disciplina più semplice da realizzare. Essendo un mezzo meccanico, anche chi non possiede nessuna conoscenza tecnica può realizzare una fotografia. Difficilmente lo stesso può accadere nella pittura o nella musica. Tuttavia quando la fotografia ti entra dentro e ne comprendi l’essenza, paradossalmente diventa la forma d’arte più difficile. Non più una semplice rappresentazione della realtà: attraverso di essa, il fotografo è chiamato a interpretarla e, talvolta, persino a reinterpretarla. Non sono un professionista ma non mi considero nemmeno un fotografo per passione, per me la fotografia è uno stile di vita. È un qualcosa che mi accompagna quotidianamente, un linguaggio, una disciplina, una forma d’arte che cammina parallelamente al pensiero.

 Come nasce il tuo rapporto con la fotografia?

Tutto è nato per caso. Mio padre possedeva una vecchia “Iford Sportman” acquistata in Svizzera. Un giorno l’ho caricata con un rullino e ho iniziato a fotografare le luci dei lampioni all’imbrunire. Non ho idea perché abbia scelto i lampioni come soggetto ma il risultato fu sorprendente. Non avevo alcuna conoscenza di fotografia, ho scattato con tempi lunghi, impressionando sulla pellicola tutti i movimenti dei fasci luminosi dei lampioni stradali. Quella è stata la mia prima idea di fotografia. Poi nel 2000 mi sono iscritto a una scuola di arti visive di Battipaglia (SA) dove ho iniziato a conoscere la tecnica fotografica e a realizzare le mie prime sperimentazioni in camera oscura: solarizzazioni, viraggi, rayogrammi e, soprattutto, ho scoperto il fantastico mondo della polaroid. La lettura de “La Stampa” e de “Il Negativo” di Ansel Adams mi ha portato ad abbandonare il bianco e nero per dedicarmi esclusivamente al colore, inteso come pura astrazione e geometria. È stata una scelta maturata con consapevolezza e rispetto verso un grandissimo autore e verso un linguaggio (quello del bianco e nero) che pur non sentendo mio, ho sempre amato.

Quale è il messaggio che generalmente vuoi comunicare con le performance artistiche?

Credo che una delle regole importanti del vivere sia quella di non prendersi mai troppo sul serio. Il consenso, in fotografia, può piacere a tutti ma non bisogna inseguirlo ad ogni costo. Il mio obiettivo principale è comunicare la mia visione del mondo. Intorno all’anno 2002 ho abbandonato la fotografia per diversi anni perché mi sentivo quasi oppresso da essa…in realtà tutto è nato da una frase di Franco Battiato, che mi ha fatto riflettere tanto “Emanciparmi dall’incubo delle passioni”. Da allora il mio rapporto con la fotografia è cambiato e ora ne ho una visione più matura e consapevole. Ormai fotografiamo qualsiasi cosa, da ciò che mangiamo al posto più insignificante in cui ci troviamo. Credo, invece, che sia necessario ritrovare la giusta misura, il giusto equilibrio nell’approcciarsi alla fotografia. Bisogna imparare a non fotografare tutto. A volte alcune emozioni devono continuare a vivere soltanto nei nostri ricordi. Come dice Sean Penn nel film I sogni segreti di Walter Mitty: “A volte non scatto una fotografia. Se un momento mi piace, non voglio la distrazione della macchina fotografica, dell’obiettivo. Voglio semplicemente esserci dentro.” Credo che la fotografia debba nascere da una scelta consapevole e non da un gesto automatico. Fotografare significa fermarsi, osservare e dare un senso a ciò che si decide di raccontare.

Che tipo di location scegli generalmente per realizzare le tue mostre d’arte?

Non ho un luogo preferito per realizzare le mie esposizioni. Qualsiasi spazio può possedere caratteristiche espressive da poter sfruttare capaci di valorizzare un progetto. Tutto dipende da molti fattori, dal messaggio che vuoi trasmettere, dal momento storico che stai vivendo, dalla voglia di metterti in gioco e, naturalmente anche dalla semplice possibilità di trovare un luogo adatto a una tua esposizione.In realtà non amo mostre fotografiche troppo formali con classiche fotografie delimitate da cornici o orribili didascalie che spiegano nei minimi dettagli quello che la fotografia non trasmette. Credo che spesso le cornici siano un limite espressivo, un elemento estetico che poco mi rappresenta. Ho visto tante mostre con delle cornici stupende ma con fotografie vuote. Amo invece gli spazi abbandonati, dove la luce e il colore riescono far vibrare quegli ambienti, dando senso a tutto il resto ed esaltando il messaggio piuttosto che contenitori vuoti, freddi e troppo formali.

Progetti per il futuro? Quali evoluzioni desideri per la tua operazione artistica?

Ho diverse idee che desidero realizzare. In questo periodo mi sto dedicando a un lavoro in polaroid, dedicato alle donne irpine, donne che con il loro impegno contribuiscono a donare bellezza alla nostra terra e quindi a elevarla culturalmente. Ogni opera raffigura una donna ed è composta da 9 polaroid manipolate, che insieme formano una sorta di mosaico. Nel progetto c’è una pittrice, una stilista, un’imprenditrice, una chitarrista, una barbiera, una poetessa, un’artigiana tessile, un’esperta di cinema, una ristoratrice e una comandante dei vigili urbani. Tutte donne che ringrazio di cuore per la loro preziosa disponibilità. Parallelamente continua la mia ricerca sul paesaggio urbano un percorso che rappresenta una sorta di laboratorio permanente di osservazione , sperimentazione e riflessione.

Quale è il tuo legame con l’Irpinia?

E’ un rapporto di odio e di amore. Credo fortemente nelle grandi potenzialità dell’Irpinia ma allo stesso tempo ho la consapevolezza che c’è da fare ancora tanto. È una terra particolare, non facile da capire dove in alcune zone la vita continua a scorrere lenta. Quella lentezza che, probabilmente, si avvicina al vero senso della nostra esistenza.

Grazie Massimo!

Grazie a Voi!