‘O limone
Breve storia del frutto più conosciuto della famiglia delle rutaceae
Di Fiore Marro
Caserta 18 giugno 2018
Nei giardini di Babilonia ci dovevano essere degli splendidi alberi di limoni, portati, sembra, dalla lontana India, dai contrafforti dell’Himalaya, dove crescevano spontanei. Infatti in recenti scavi in Pakistan è stato trovato, nella zona di Mohenjo Daro, uno splendido orecchino ad inequivocabile forma di limone. Teofrasto di Iresia, greco e botanico del VI-III secolo a.C. lo chiamò pomo della Media ed uno dei primi nomi botanici del limone è stato Citrus medica = proveniente dalla Media. Gli Ebrei lo citano nel Levitico dove viene chiamato albero della purezza o albero della vita per il suo essere sempre splendidamente verde e furono i primi che ne iniziarono la coltivazione sistematica.
Nella mitologia greca venne assimilato ai frutti dorati delle Esperidi. Poi ci fu la conquista romana dell’Oriente ed insieme alla cultura e mitologia greca, i romani portarono a casa i dorati frutti dei limoni.
Secondo le leggende greco-romane, i frutti degli agrumi rappresentavano la dote di Era (Giunone), sposa di Zeus (Giove), che, geloso del loro splendore, li custodì in un meraviglioso giardino, situato ai confini del mondo, ad occidente, dove il sole muore ogni giorno e dove vivevano le ninfe Esperidi.
Le Esperidi, le tre sorelle, Aegle per il cedro, Aretusa per il limone, Hesperetusa per l’arancio erano le ninfe che custodivano i “ pomi d’oro” e che Ercole, in una delle sue fatiche, rubò dal giardino e portò agli uomini.
I romani lo tenevano in grande considerazione sia per la bellezza (e lo coltivavano nei loro splendidi giardini), sia per le innumerevoli proprietà. Nella “Casa del Frutteto”, nella Pompei archeologica, sono raffigurate delle inequivocabili piante di limoni.
Con la caduta dell’impero romano il limone fu praticamente dimenticato e toccò agli Arabi riportare gli agrumi nelle terre da loro conquistate, principalmente la Sicilia e l’Andalusia: la loro conoscenza derivava dagli antenati ebrei e prima ancora dai persiani. Nacque così una scienza degli agrumi e la loro coltivazione, l’irrigazione, le potature, gli innesti e le numerose varietà che ne scaturirono. Con l’avvento delle Repubbliche marinare, Amalfi principalmente portò i frutti degli agrumi, insieme agli altri prodotti tipici del Mediterraneo, fino nelle più lontane zone toccate dai commerci. Infatti circa nell’XI secolo i Crociati introdussero in Italia meridionale (costiera Amalfitana e Sicilia) la coltivazione e l’innesto di una varietà di piccoli limoni ed il loro uso in ricette che ancora oggi sono cibo quotidiano degli abitanti del luogo: il sorbetto di limone, l’insalata di fette di limoni ed aranci condita con olio e sale, la cedrata, ecc.
La scuola Salernitana poi, dette indicazioni terapeutiche e mediche sui limoni, rimedi che spaziavano dalla cura per le dissenterie a quella dello scorbuto. Nel Rinascimento la scorza, le foglie ed i fiori dei limoni e degli aranci fornirono la base per distillare profumi ed essenze.
Gli spagnoli ed i missionari lo introdussero nelle Americhe: veniva portato a bordo delle navi per prevenire lo scorbuto. La scoperta data al XV secolo. Lo scorbuto, una malattia gravissima, causata dalla carenza di vitamina C, era caratterizzata dalla comparsa di emorragie in tutto il corpo, sempre più gravi, dalla caduta repentina dei denti, da forti dolori ai muscoli e, nella sua forma più grave portava alla morte, specialmente i naviganti che si cibavano per lunghi periodi esclusivamente di farine, gallette, carni salate e conservate.
Nel XVII-XVIII secolo l’esportazione verso i paesi del Nord era vivissima e un buon guadagno per i produttori italiani.
Oggi, nei luoghi a clima temperato, il limone viene coltivato in tutto il mondo con le sue numerosissime varietà, dal Femminello siciliano allo Sfusato amalfitano, che trovano in queste splendide zone italiane il loro habitat ideale e naturale.
