PIEDIMONTE MATESE. 1978- 2018: L’ASSOCIAZIONE PIEDIMONTE FUTURA ORGANIZZA L’EVENTO ” IN RICORDO DI ALDO MORO ” A QUARANT’ANNI DALLA SUA MORTE

di GIOVANNA PAOLINO

Piedimonte Matese.  A  40 anni  dalla morte dello statista della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, l’Associazione Piedimonte Futura organizza una serie di eventi  con il Patrocinio dell’Amministrazione Comunale.

” In ricordo di Aldo Moro : quarant’anni dalla morte di Aldo Moro  1978 – 2018 ”  vuole essere una riflessione sul suo pensiero per riattualizzarne valori e possibili prospettive in un momento storico in cui la politica sembra avere smarrito ogni orientamento.

Piedimonte Futura, dunque, con il Patrocinio del Comune  ricorda il grande Statista  e propone  tre eventi articolati nei 55 giorni del drammatico sequestro.

A cominciare da mercoledì 21 marzo, alle ore 17:00, presso l’Auditorium comunale dove si terranno riflessioni storiche : un incontro con Vladimiro Satta  autore de ” I Nemici della Repubblica , Storia degli Anni di Piombo ”  al quale interverra’  il Prof. Gianni Cerchia  Docente di Storia Contemporanea presso l’Universita’ degli Studi del Molise .  Modera  il dibattito l’Avv. Enzo Guadagno.

Mercoledì 11 aprile alle ore 19:00, sempre nell’Auditorium Comunale , si svolgera’  la proiezione di un docufilm di Giuseppe Ferrara “Il caso Moro”.  Interverra’ il Prof. Federico Paolini  Docente di Storia Contemporanea presso  l’Universita’ degli Studi della Campania  “Luigi Vanvitelli “.  Modera Emiliano  Pepe.

Per finire mercoledì 9 maggio alle ore 20:00, sempre presso l’Auditorium comunale, verra’ rappresentato   il testo teatrale  scritto ed interpretato da Pierluigi Tortora “Il caso Moro”.

 

Per caso Moro si intende l’insieme delle vicende relative all’agguato, al sequestro, alla prigionia e all’uccisione di Aldo Moro, nonché alle ipotesi sull’intera vicenda e alle ricostruzioni degli eventi, spesso discordanti fra loro.

La mattina del 16 marzo 1978, giorno in cui il nuovo Governo guidato da Giulio Andreotti stava per essere presentato in Parlamento per ottenere la fiducia, l’auto che trasportava Aldo Moro dalla sua abitazione all’Università La Sapienza, fu intercettata e bloccata in via Mario Fani a Roma da un nucleo armato delle Brigate Rosse.

In pochi secondi, sparando con armi automatiche, i brigatisti rossi uccisero i due carabinieri a bordo dell’auto di Moro (Oreste Leonardi e Domenico Ricci), i tre poliziotti che viaggiavano sull’auto di scorta (Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.

Dopo una prigionia di 55 giorni, durante la quale Moro fu sottoposto a un processo politico da parte del cosiddetto «tribunale del popolo» istituito dalle Brigate Rosse e dopo aver chiesto invano uno scambio di prigionieri con lo Stato italiano, Moro fu ucciso.

Il suo cadavere fu ritrovato a Roma il 9 maggio, nel bagagliaio di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure, a poca distanza dalla sede nazionale del Partito Comunista Italiano e da Piazza del Gesù, sede nazionale della Democrazia Cristiana.

Il caso Moro segnò profondamente la storia italiana del dopoguerra. Con il suo assassinio si chiuse definitivamente la stagione del compromesso storico e, con esso, la formula dei governi di solidarietà nazionale.

Il progetto di alleanza con il PCI non era ben visto dai partner internazionali dell’Italia. Negli anni precedenti la sua uccisione, Aldo Moro (che ricoprì la carica di Presidente del Consiglio per l’ultima volta dal 1974 al luglio 1976) cercò di fornire rassicurazioni a Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania Ovest sulla fedeltà dell’Italia all’Alleanza Atlantica anche in seguito a un eventuale ingresso del PCI al governo. Ma il 23 marzo 1976 i Capi di Stato riuniti a Portorico per il summit del G7 gli prospettarono la probabile perdita di aiuti internazionali se il PCI fosse entrato nel Governo. Proprio nel 1976 gli alleati della NATO temevano la vittoria del PCI alle elezioni sulla DC. Il sorpasso non si ebbe: alle elezioni politiche del 1976 la DC raccolse il 38,71% dei voti, mentre il PCI di Enrico Berlinguer si fermò al 34,37%. I due partiti, comunque, non furono mai così vicini prima di allora.

Il 16 marzo 1978, giorno del rapimento, il governo Andreotti IV ottenne la fiducia: votarono contro soltanto Partito Liberale Italiano, Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale, Partito Radicale e Democrazia Proletaria. L’esecutivo fu un monocolore DC che si resse grazie all’appoggio esterno dei comunisti (nell’esecutivo precedente si erano invece astenuti, formando il cosiddetto «governo della non sfiducia»).

Nel 1978 Aldo Moro sarebbe stato il probabile candidato DC alla presidenza della Repubblica. Sembra chiaro che, dal Quirinale, avrebbe favorito l’alleanza DC-PCI. Eliminato Moro, le BR continuarono a demolire la corrente morotea all’interno della DC, colpendo o intimorendo in diverse città italiane i suoi dirigenti locali. I vertici istituzionali del partito furono fatti segno di una campagna di stampa accusatoria: Giovanni Leone, Presidente della Repubblica, fu costretto a dimettersi. Alle elezioni presidenziali vinse un socialista, Sandro Pertini. Perso il Quirinale, di lì a pochi anni la Democrazia Cristiana perse anche la presidenza del Consiglio.

Sandro Pertini conferì l’incarico a esponenti DC fino al 1981. In questi tre anni ottennero il mandato Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e Arnaldo Forlani. Il governo Andreotti nacque con la formula della «solidarietà nazionale», ma già un anno dopo la sua funzione fu considerata esaurita. Si andò ad elezioni anticipate. Alla consultazione elettorale del 1979 la DC rimase stabile mentre il PCI subì un brusco arretramento, come era avvenuto alle elezioni amministrative del 14 maggio 1978: questo esito segnò la fine dei governi di solidarietà nazionale e la possibilità di un’entrata dei comunisti nell’esecutivo.

Nel 1980 la DC si riunì a congresso: furono le prime assise dopo la morte di Aldo Moro. Prevalse una linea anti-comunista: Flaminio Piccoli divenne nuovo segretario sconfiggendo il candidato moroteo Benigno Zaccagnini. Accadde proprio ciò che Moro aveva previsto nelle sue lettere dal carcere: con lui fuori gioco, fu interrotto il rapporto con Enrico Berlinguer. Nessuno dei leader DC che guidarono il partito dopo la sua morte volle raccogliere l’eredità di Moro nel rapporto con i leader comunisti.

Nel 1981 Giovanni Spadolini ricevette da Pertini l’incarico di formare un nuovo esecutivo e ottenne la fiducia del Parlamento, diventando così il primo «laico» a guidare il Paese dal 1945. Negli anni successivi altri tre «laici» diventarono Presidenti del Consiglio: Bettino Craxi[66] (socialista, dal 1983 al 1987), Giuliano Amato (socialista, tra il 1992 e il 1993) e Carlo Azeglio Ciampi (indipendente, tra il 1993 e il 1994). La formula adottata fu quella del pentapartito.

Lettere dalla prigionia
« Caro Zaccagnini, scrivo a te, intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti e Cossiga ai quali tutti vorrai leggere la lettera e con i quali tutti vorrai assumere le responsabilità, che sono ad un tempo individuali e collettive. Parlo innanzitutto della D.C. alla quale si rivolgono accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze che non è difficile immaginare. Certo nelle decisioni sono in gioco altri partiti; ma un così tremendo problema di coscienza riguarda innanzitutto la D.C., la quale deve muoversi, qualunque cosa dicano, o dicano nell’immediato, gli altri. Parlo innanzitutto del Partito Comunista, il quale, pur nella opportunità di affermare esigenze di fermezza, non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che m’ero tanto adoperato a costituire. »

(Lettera a Benigno Zaccagnini recapitata il 4 aprile.)
« Il papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo. »

(Lettera alla moglie Eleonora del 5 maggio 1978[25].)
« Siamo ormai credo al momento conclusivo… Resta solo da riconoscere che tu avevi ragione… vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della DC con il suo assurdo e incredibile comportamento… si deve rifiutare eventuale medaglia… c’è in questo momento un’infinita tenerezza per voi… uniti nel mio ricordo vivere insieme… vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo. »

(Lettera alla moglie Eleonora del 5 maggio 1978[25].)
Durante il periodo della sua detenzione, Moro scrisse 86 lettere ai principali esponenti della Democrazia Cristiana, alla famiglia, ai principali quotidiani e all’allora Papa Paolo VI (che avrebbe poi presenziato alla solenne messa funebre di Stato nella basilica di San Giovanni in Laterano, peraltro celebrata senza il feretro del cadavere, negato dalla famiglia in polemica con la conduzione della vicenda). Alcune arrivarono a destinazione, altre non furono mai recapitate e vennero ritrovate in seguito nel covo di via Monte Nevoso. Attraverso le lettere Moro cerca di aprire una trattativa con i colleghi di partito e con le massime cariche dello Stato.

È stato ipotizzato che in queste lettere Moro abbia inviato messaggi criptici alla sua famiglia e ai suoi colleghi di partito. In una lettera domanda: «Vi è forse, nel tener duro contro di me, un’indicazione americana e tedesca?» (lettera di Aldo Moro su Paolo Emilio Taviani senza destinatario, recapitata tra il 9 e il 10 aprile e allegata al comunicato delle Brigate Rosse n. 5); lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia, ipotizza che nelle lettere medesime Moro avesse l’intenzione di inviare agli investigatori messaggi sulla localizzazione del covo, per segnalare che esso (almeno nei primi giorni del sequestro) si trovasse nella città di Roma: «Io sono qui in discreta salute» (lettera di Aldo Moro del 27 marzo 1978, non recapitata a sua moglie Eleonora Moro). La stessa moglie, sentita come testimone durante il processo, disse che in alcuni passaggi Moro faceva capire di trovarsi nella capitale.

Nella lettera recapitata l’8 aprile scaglia un vero e proprio anatema: «Naturalmente non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente ad una carica, che, se necessaria al Partito, doveva essermi salvata accettando anche lo scambio dei prigionieri. Sono convinto che sarebbe stata la cosa più saggia. Resta, pur in questo momento supremo, la mia profonda amarezza personale. Non si è trovato nessuno che si dissociasse? Bisognerebbe dire a Giovanni che significa attività politica. Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro».

La lettera scritta a Zaccagnini era indirettamente rivolta al PCI, in quanto c’era anche scritto: «I comunisti non dovevano dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che mi ero tanto adoperato a costruire».

Pochi mesi dopo l’uccisione dell’ostaggio copie di alcune lettere non ancora note furono trovate dagli uomini del generale Carlo Alberto dalla Chiesa (ucciso dalla mafia nel 1982) in una casa che i terroristi utilizzavano a Milano (nota come «covo di via Monte Nevoso») mentre altre furono trovate nello stesso appartamento nel 1990, durante i lavori di ristrutturazione dell’abitazione.

Buona parte del mondo politico di allora riteneva, tuttavia, che Moro non avesse piena libertà di scrittura: le lettere sarebbero state da considerarsi, se non dettate, quantomeno controllate o ispirate dai brigatisti. Anche alcuni appartenenti al «comitato degli esperti» voluto da Cossiga, tra cui il criminologo Franco Ferracuti, in un primo tempo affermarono che Moro era stato sottoposto a tecniche di lavaggio del cervello da parte delle BR. Certe affermazioni di Moro, per esempio i passaggi in cui parla di scambi di «prigionieri», al plurale, fanno supporre che le Brigate Rosse gli avessero lasciato intendere di non essere l’unica persona sequestrata. È possibile che l’ostaggio ritenesse che anche alcuni uomini della sua scorta o forse altre personalità rapite altrove, fossero nelle sue medesime condizioni e che quindi gli eventuali tentativi di accordo per la liberazione che cercava di portare avanti dovessero riguardare tutti gli ipotetici sequestrati. Cossiga ammetterà tuttavia, anni dopo, di essere stato lui a scrivere parte del discorso tenuto da Giulio Andreotti in cui si affermava che le lettere di Moro erano da considerarsi «non moralmente autentiche».

Giovanni Spadolini cercò di giustificare il tono e il contenuto delle lettere, sostenendo che erano state scritte sotto imposizione, ma dalle inchieste e dalle testimonianze è emerso che Moro non fu mai torturato o minacciato durante il sequestro, e a tal proposito Indro Montanelli criticò severamente gli scritti del presidente democristiano durante la prigionia, affermando che «tutti a questo mondo hanno diritto alla paura. Ma un uomo di Stato (e lo Stato italiano era Moro) non può cercare d’indurre lo Stato ad una trattativa con dei terroristi che, oltre tutto, nel colpo di via Fani avevano lasciato sul selciato cinque cadaveri fra carabinieri e poliziotti».

 

La morte di Moro non colpì solo il sistema politico italiano. Anche l’apparato industriale pubblico subì le conseguenze della fine del presidente democristiano. L’industria di Stato, rinata nel dopoguerra in virtù di un compromesso tra democristiani e sinistra, raggiunse grandi dimensioni e diede un forte contribuito allo sviluppo del Paese. Dopo il 1992 fu smembrata e venne ceduta in gran parte alle banche d’affari internazionali.

Lo Stato sconfisse le BR senza ricorrere a leggi di emergenza e senza mediazioni politiche, ma con la giustizia ordinaria e le leggi vigenti. Furono istruiti regolari processi, con la presenza di avvocati in difesa dei brigatisti e la previsione dei gradi di appello. I brigatisti rifiutarono la difesa e il processo, proclamandosi prigionieri politici e invocando il diritto di asilo. Attraverso l’applicazione ai brigatisti della legge dello Stato come a qualunque cittadino, senza riconoscere alle BR uno «status privilegiato», anche la giustizia ordinaria contribuì al loro disconoscimento politico. Mario Moretti constatò che gran parte delle loro aspettative non ebbe successo, aggiungendo che quell’esperienza si era esaurita ed era irripetibile.

La DC rimase partito di governo fino al 1994: alle elezioni politiche del 1992 scese per la prima volta sotto il 30% dei voti a causa dell’avanzata della Lega Nord nell’Italia settentrionale, e in seguito alle inchieste di Tangentopoli che coinvolsero anche i partiti alleati (più il PCI, rinominato PDS, coinvolto a livello locale) continuò a perdere consensi. All’inizio del 1994 il partito democristiano si sciolse, cambiando nome e diventando Partito Popolare Italiano.