La storia della tradizione napolitana dei Carri di Macerata Campania
Le origini di questa festa risalgono alla notte dei tempi. Di Sant’Antuono si cominciano ad avere testimonianze già dal 1100. Le testimonianze di pratiche di musica prodotta dalle botti (bottari) risalgano addirittura al periodo romano tardo-imperiale e sono state rinvenute trovate dal professore Vincenzo Capuano. Si tratta di un rituale presente in popolazione antichissime, dove queste botti, tinelle e falci sostituiscono i tamburi. Dunque, una tradizione prettamente pagana e contadina intesa anche come voce del popolo, un momento per farsi sentire, come per dire “Ce stongo pure ij”. La parte sacra della manifestazione, invece, si riferisce a Sant’Antonio.
Chi era Sant’Antonio? Partiamo dal fatto che Sant’Antonio arriva dall’Egitto e, siccome è stato illuminato da Gesù Cristo, ha deciso come fece Francesco D’Assisi di vivere in povertà, predicando la fede. In quanto persona santa e spirituale rivolge la sua attenzione agli animali, anche loro figli di Dio. In questi giorni la tradizione vuole che si crei un cippo e che si bruci, e dopo o durante l’accensione del cippo, che serve a scacciare le forze maligne, o’ prevete, benedice gli animali tra cui il porco. Il porco nell’immaginario collettivo rappresentava il male, il diavolo in persona e San’Antonio per far vedere la supremazia di Dio, si legò a questo porco esorcizzandolo cioè praticamente si credeva che esorcizzato il porco, si esorcizzava il diavolo, ancora più precisamente lo si cacciava.
Ultimamente, durante la rappresentazione dei Carri, si parla il Napolitano antico in modo da far sì che la gente non dimentichi il proprio passato e la propria identità napolitana. Si, si sta tornando al napolitano antico non per riparlarlo ma per cultura in modo che la gente non si scorda il suo passato, la sua identità napolitana.
Che cos’è la tarantella? Il nome ” tarantella” può derivare dalla parola “Taranto”, dalla parola “Tarantola” o addirittura dalla parola ” Taranta” è il nome di un ragno velenoso, che per neutralizzare il suo veleno, aveva come antidoto la tarantella. E’ riportato anche nella famosa opera di Atanasio Kircher in “Musurgia universalis”, datata 1600. La tarantella era una pratica già presente in Puglia e Calabria, due colonie della Magna Grecia. Infatti i ritmi che tutt’ora noi conosciamo derivano da quelli greci, più precisamente sono delle elaborazioni, cioè creazioni di nuovi ritmi, derivanti da quelli greci, ovvero il dattolo, lo spondio e il tribachio. Esistono tre tipi di ritmi che sono:
1) Ritmo di Pastellessa
2) Ritmo di Battuglia
3)Ritmo di Tarantella
Il primo ritmo rappresenta la nascita, il secondo la morte e il terzo la vita.
Bisogna ricordare che la tarantella non è napoletana doc come molte persone pensano, perchè nata in Puglia prima della nascita del Regno di Napoli, infatti la tarantella napoletana nasce nel 700, sempre derivante dal gigo e salterello, due strumenti di questa tarantella, già presenti in Puglia e Calabria. La tarantella ha un aspetto storico perchè racchiude momenti della tradizione in cui è incluso Ferdinando IV, che venne affascinato, tanto è vero che durante il Regno di Napoli, l’usanza dei bottari, fu ordinata attraverso delle regole che dettassero unitamente la manifestazione.
La preparazione avviene innanzitutto avendo come base un trattore, ma anticamente c’era il carretto trainato dai cavalli, addobbati con delle grandi foglie di palma, che ancora tutt’ora sono utilizzate. GIOVANNI RAIMONDO