Report SVIMEZ: “Un Paese, due cure”.

È stato pubblicato, il 7 febbraio scorso, l’ultimo rapporto dello Svimez  (acronimo per Associazione per lo SViluppo dell’Industria nel MEZzogiorno) dal titolo “Un Paese, due cure”, in cui emerge   il pesante divario Nord – Sud nel diritto alla salute. Il Mezzogiorno è l’area del Paese caratterizzata dalle peggiori condizioni sanitarie. La speranza di vita più elevata si registra nella P. A. di Trento, dove le donne vivono mediamente fino a 86,3 anni e gli uomini fino a 81,9 anni, mentre la regione con la più bassa aspettativa è la Campania: 83,1 anni per le donne (contro una media nazionale di 83,7) e 78,8 per gli uomini (il dato nazionale è di 80,5). In media al sud si vive un anno e mezzo in meno rispetto al resto del paese

Anche la mortalità per tumore è più elevata al Sud, in quanto nel Mezzogiorno si fa meno prevenzione oncologica. Nel 2020, il tasso di mortalità (per 10.000 abitanti) era dell’8,8 nelle regioni meridionali (8,2 per le donne e 9,6 per gli uomini), significativamente più alto rispetto alle altre aree del Paese: 7,8 nel Centro (7,4 per le donne e 8,3 per gli uomini) e nel Nord-Ovest (7,2 per le donne e 8,3 per gli uomini), 7,1 nel Nord-Est (6,6 per le donne e 7,6 per gli uomini). A questo proposito è stato creato un video emblematico con le storie immaginarie di due donne, una calabrese e una emiliana, che affrontano la stessa patologia oncologica.

Storie che riflettono la realtà dei divari Nord-Sud nella qualità dei Sistemi Sanitari Regionali (SSR) e della conseguente “scelta” di molti cittadini del Mezzogiorno di ricevere assistenza nelle strutture sanitarie del Centro e del Nord, soprattutto per curare le patologie più gravi. Il 22% dei malati oncologici del Sud si fa curare al Nord. È la Calabria a registrare l’incidenza più elevata di migrazioni: il 43% dei pazienti si rivolge a strutture sanitarie di Regioni non confinanti. Seguono Basilicata (25%) e Sicilia (16,5%). Al Sud, i servizi di prevenzione e cura sono dunque più carenti, la spesa pubblica sanitaria è inferiore, le distanze da percorrere per ricevere assistenza più lunghe.

Differenze sperequative nella spesa sanitaria per regione

 

Avvalendosi della collaborazione di Save the Children, si ribadisce come le disparità territoriali siano evidenti già a partire dalla nascita. Secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili, il tasso di mortalità infantile (entro il primo anno di vita) era di 1,8 decessi ogni 1000 nati vivi in Toscana, ma era quasi doppio in Sicilia (3,3) e più che doppio in Calabria (3,9). Già prima della pandemia, il numero dei consultori familiari si era andato assottigliando, con la conseguente carenza di presidi territoriali di prossimità fondamentali per sostenere la salute e il benessere materno-infantile.

I LEA, Livelli Essenziali di Assistenza, dovrebbero essere erogati nel rispetto del principio di equità nazionale, in base al quale ciascun cittadino dovrebbe ricevere il medesimo livello e qualità di cure e di servizi sanitari indipendentemente dal luogo in cui risiede. Correggere il metodo di riparto regionale del finanziamento della sanità sulla base non della spesa storica, ma di ciò che effettivamente manca affinché il diritto alla salute sia garantito in egual misura in tutto il territorio nazionale, rafforzerebbe le finalità di equità del SSN.

Con il progressivo spopolamento delle aree meridionali appare evidente che l’assegnazione dei fondi per la salute in base a criteri demografici porterebbe ad una progressiva diminuzione di finanziamenti al sistema sanitario regionale delle regioni con minore popolazione.

Oggi la spesa sanitaria pubblica per cittadino è più bassa al Sud. Dai dati regionali sulla spesa pro capite in sanità di fonte Conti Pubblici Territoriali10 riferiti al 2021, emergono importanti differenze tra territori, sia per la spesa destinata alla gestione corrente che per quella in conto capitale. A fronte di una media nazionale di 2.140 euro, la spesa corrente più contenuta si registra in Calabria (1.748 euro), seguita da Campania (1.818 euro), Basilicata (1.941 euro) e Puglia (1.978 euro). Per la parte di spesa in conto capitale, i valori più bassi si ravvisano nuovamente in Campania (18 euro), Lazio (24 euro) e Calabria (27), mentre il dato nazionale si attesta su una media di 41 euro.

Tale situazione sarebbe ulteriormente aggravata dal progetto di autonomia differenziata, in quanto si determinerebbe una ulteriore differenziazione territoriale delle politiche pubbliche in ambito sanitario. Con l’autonomia differenziata si rischierebbe dunque di aumentare la sperequazione finanziaria tra SSR e di ampliare le disuguaglianze interregionali nelle condizioni di accesso al diritto alla salute.