Aversa, Pubblichiamo l’articolo dell’avvocato cassazionista Luigi Massa, che ci offre un punto di vista laico e liberale sul suicidio assistito a partire dalla vicenda di Loris Bertocco. In questa rubrica, accoglieremo altri articoli del dott. Massa. Chiunque voglia replicare o confrontarsi con lui può farlo scrivendogli all’indirizzo mail luigi.massa@icloud.com
“Non si sono ancora depositate le polveri per la bocciatura del referendum sul suicidio assistito da parte della Consulta e dentro di me riflessioni e critiche di accavallano.
Si sviluppa una sorta di guerra tra le varie sensibilità che mi animano.
Il giurista prova ad analizzare e capire, con distacco e oggettività, i motivi della bocciatura.
Il cattolico si contorce davanti al perenne dilemma morale tra diritto alla vita e diritto alla morte, che sembra sempre risolversi a favore del primo in un modo quasi inumàno e cieco.
Il politico argomenta e riflette, avocando solo a se stesso di poter dirimere la complessità di un tema così delicato.
L’attivista polemizza e denuncia l’ennesima occasione persa di un Paese ancora scandalosamente timido e arretrato su alcuni diritti fondamentali di libertà e sulla tutela della diversità, in ogni forma declinata.
Il cittadino semplice resta un po’ frastornato tra sfumature e posizioni di ogni genere, rifugiandosi nel facile alibi di qualcosa che non lo riguarda poi così da vicino.
Come all’esito di ogni tempesta, però, tutto improvvisamente si spegne, si acquieta.
Il silenzio rispettoso invade ogni spazio del cuore e della testa.
Ogni guerra e ogni dilemma si azzerano.
Tutto nell’istante in cui la realtà di una esperienza vera, di occhi reali, di una persona in carne e ossa mi si para inaspettatamente davanti.
E così il percorso e la scelta raccontata in tv di Loris Bertocco, diventano l’unica cosa che importa, l’unica risposta plausibile: nessuno può scegliere se non lui.
Nessuno può arrogarsi il diritto nemmeno di capire, figurarsi di ostacolare chi, con lucidità e senza alcuna superficialità, decida di mettere fine ad una vita che non è più tale.
Tra le lacrime comprendo che quella di Loris è, paradossalmente, una scelta di vita, di celebrazione della vita e del suo inestimabile valore.
Non una scelta di morte.
Perché, dopo tanti anni di atroce sofferenza e di meditato, condiviso dolore, la vera morte sarebbe, per lui, continuare a vivere una vita inesistente, azzerata, monca, terribilmente svuotata di ogni minima scintilla che la renda sensata.
Per lui, ripeto.
Questo è il punto dirimente che spegne ogni conflitto.
Perché è a lui solo che avrebbe dovuto essere riconosciuto il diritto di scegliere.
E di farlo nel suo Paese, nella sua casa, tra gli affetti di sempre.
Non in una clinica all’estero.
Non nella solitudine di un luogo sconosciuto.
Non in un contesto privo di quella familiarità che avrebbe meritato la sua vita, non la sua morte.
Loris ha avuto mezzi e modi per farlo comunque e altrove.
Ma tanti, tantissimi altri sopportano la loro terribile condizione, imprigionati e costretti dall’assenza di diritti certi, chiari e definiti.
E il Parlamento italiano nicchia, rinvia, fa melina, si dedica a ben altre questioni più accattivanti e di immediato consenso.
Così mentre i vivi muoiono, i morti legiferano.
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