di GESUALDO NAPOLETANO
MADDALONI – “Santa Maria del Carmelo” e “Sant’Agnello Maddalonese” sono due pubblicazioni che vanno a collocarsi in quello che è un percorso altamente qualificato nella storia dell’arte locale. Nelle pagine dei suoi libri, l’autrice Dora Barletta, archeologa e studiosa di Storia dell’arte, riesce egregiamente a far parlare la sua natura “da tigre”, denunciando la mancata volontà di preservare il patrimonio artistico-culturale da parte dello Stato e della Chiesa. Dopo il terremoto dell’80 nessuno si è preoccupato di preservare i magnifici edifici architettonici della bella Maddaloni. Solo degrado e indifferenza a vantaggio di un ritorno personale (Stato-Chiesa). Questo e quanto emerge dall’intervista fatta a Dora Barletta, di seguito riportata.
“Sant’Agnello Maddalonese” e “Santa Maria del Carmelo”, due pubblicazioni che riguardano una forte denuncia contro l’incuria di due edifici sacri che “parlano” di storia vissuta. Un’esigenza da studiosa di Storia dell’arte oppure da cittadina cultrice del buon agire?
“Non nascondo affatto di essere stata spinta da un desiderio personale, connaturato, frutto dei miei attenti studi e della ricerca d’archivio nella quale mi sono specializzata in questi ultimi anni. Ovviamente la componente emotiva non può assolutamente mancare. Ho vissuto la mia infanzia a Maddaloni, nella beatitudine affettiva e nella spensieratezza del podere dei miei nonni; ho iniziato fin da piccola ad amare la campagna e i fantastici agrumeti della mia bella città. Ciò che mi ha portata a lavorare su queste due pubblicazioni è sicuramente la coscienza sviluppata attraverso lo studio. Mi riferisco all’enorme bellezza e al potenziale artistico che Maddaloni possiede”.
In “Santa Maria del Carmelo” cosa intende dire quando scrive:<<E tutte le moschee che continuano a sorgerci intorno mi mettono tristezza>>?
“In me insorge un grande disappunto nel momento in cui vedo che continuano a sorgere moschee tutt’intorno. Non ultimo a San Marcellino, è sorto un punto di raccolta importante della cultura islamica, un centro di preghiera molto ben articolato. Il paragone con i nostri edifici non è di tipo architettonico, perchè naturalmente questi sono semplicissimi centri, tendopoli. L’interrogativo che io mi pongo è il seguente: per quale motivo tanta attenzione, tanta sollecitudine, tanta premura per soddisfare le esigenze di preghiera di questi “nuovi italiani”, di questi immigrati, e al contrario una completa disattenzione a quello che è il recupero delle nostre ricchezze, di quello che ci appartiene da vicino? E’ davvero vergognoso!”
In un’era in cui l’integrazione tra culture diverse è portata allo stremo, come si configura la nostra cultura locale?
“Penso che una cultura che non è in grado di tutelare se stessa a partire dai propri vertici, nella promozione della cultura locale, non può permettersi di accogliere nessun’altra cultura, tanto più qualora quest’ultima fosse molto difforme, molto diversa per radici storiche. Fintanto che le nostre Chiese saranno un cumulo di anonimi altari, di anonime tele in stato di decadenza, non potremo permetterci di aprire le “porte di casa nostra” a nessuno, tanto meno di integrare”.
Conosciamo realmente le nostre radici? Il degrado può essere l’effetto di un’ignoranza storica?
“Certamente! Come in tutte le forme di abbandono, di dimenticanza esiste sempre un collegamento diretto con l’ignoranza storica. Noi non ci poniamo alcun tipo di problematica, tanto meno di interrogativi perchè non abbiamo l’abitudine a porceli. Solo quando veniamo sollecitati siamo momentaneamente incuriositi. Non cerchiamo altro che l’appagamento nel nostro “scontato” quotidiano. Se ci fosse una reale coscienza culturale e una consapevolezza cristallina di quella che è la portata del materiale artistico a disposizione, probabilmente qualche attività in più di protezione si avvierebbe”.
Qual è la sua “ricetta” per porre fine all’abbandono degli edifici sacri? Ma soprattutto cosa propone di fare per riqualificare gli edifici architettonici che riversano in uno stato di degrado?
“Impossibile in situazioni del genere arrogarsi una qualunque forma di presunzione in merito a soluzioni possibili. Presumo però che si debba partire dalle scuole e che sia necessario fare una campagna promozionale della qualità, dello studio da una parte e dall’altra lavorare sulla sensibilizzazione del patrimonio culturale di cui disponiamo, e quindi sulla tutela dello stesso. Di fronte ad una palese necessità di preservare, ciò che realmente manca è la voglia di preservare. Dopo il terremoto dell’80 nulla è stato fatto per preservare le bellezze culturali del nostro territorio!”.
Continue ricerche in archivio, frequenti sopralluoghi in situ. Se potesse tornare indietro, rifarebbe tutto daccapo?
“Naturalmente rifarei tutto e ancor meglio!”