SAN NICOLA LA STRADA. Nel salone borbonico del Real Convitto Borbonico commemorato il Giorno della Memoria, la Shoah, con gli studenti del liceo “Diaz”

SAN NICOLA LA STRADA (Nunzio De Pinto) – Si è svolto lunedì, 14 gennaio 2019, con inizio alle ore 10.00, presso il salone delle conferenze del “Real Convitto Borbonico”, il primo di una serie di incontri con gli alunni delle scuole di ogni ordine e grado presenti sul territorio cittadino, riguardante “Il giorno della memoria”, al fine di ricordare il 27 gennaio 1945 quando furono abbattuti i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz. Alla manifestazione erano presenti il Sindaco Vito Marotta, l’Assessore alla P.I. e Cultura Maria Natale, Tullio FOÀ, uno degli ultimi superstiti dei campi di concentramento, Tiziana FIZ, moglie del Rabbino capo di Milano e una classe del terzo, quarto e quinto anno della sezione staccata del Liceo Scientifico “Armando Diaz” di Caserta.

La seconda Guerra Mondiale fu la causa della morte di circa 60 milioni di persone e, fra questi, di circa 6 milioni di ebrei che furono prima internati nei campi di concentramento tedeschi e poi “gassificati” per quella che il demonio Hitler aveva classificato come “la soluzione finale”. Nessun aggettivo, neppure quello più offensivo, può descrivere appieno cosa ha veramente significato per l’Umanità quella carneficina. Nel suo intervento il primo cittadino ha ricordato il significato del “Giorno della Memoria”, istituito con legge nr. 211 del 2000, al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, nonché tutti quelli che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, insieme a coloro che si sono opposti al progetto di sterminio ed, a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati ed ha esortato gli studenti del “Diaz” affinché la giornata di oggi possa costituire un arricchimento personale nonché di fare tesoro delle testimonianze di Tullio Foà e della dr.ssa Tiziana Fiz.

Prima della proiezione di un video sulla giornata odierna, l’assessore Maria Natale ha sottolineato come la promulgazione delle leggi razziali del 16 ottobre 1938 hanno fatto sprofondare il nostro Paese nel buio più totale e dal quale ci saremmo lentamente ripresi ed ha messo in guardia gli studenti dai rigurgiti di un ritorno al passato. La figura centrale dell’evento di quest’oggi è senza ombra di dubbio la presenza di Tullio Foà un giovinotto di 85 anni (è nato il 2 novembre 1933), i cui occhi azzurri riflettono uno spirito ironico e grintoso ed una voglia inesauribile di raccontare. Il Sig. Foà è uno degli esponenti di quanto rimane della comunità ebraica di Napoli ed uno degli ultimi testimoni diretti di uno dei periodi più turpi della storia dell’umanità e dello Stato italiano: quello delle LEGGI RAZZIALI, della persecuzione e dello sterminio di ebrei, rom,
omosessuali, avversari politici, ritardati mentali e portatori di handicap fisici.

L’intervento di Foà è stato molto più forte di quanto potessimo immaginare. Foà ha preso la parola raccontando a tutti i presenti che lo hanno ascoltato ammutoliti da quanta cattiveria possa scaturire dall’essere umano. “Mi chiamo Tullio Foà ed appartengo alla comunità ebraica di Napoli. Voglio raccontarvi la storia di un bambino di 5 anni. Era il 1938 e venivano emanate le leggi razziali. A tutti i ragazzi e bambini di religione ebraica fu vietato di andare a scuola, dalle elementari al ginnasio, nonché all’università. Tutti i docenti ebrei furono licenziati in tronco, e così accademici, avvocati, medici, militari… tutti i professionisti persero il proprio lavoro. Dopo un pò di tempo, il governo ebbe un leggero ripensamento riguardo alle scuole elementari: se si fosse riusciti a formare una classe di 10 ragazzi ebrei, questi sarebbero stati autorizzati a frequentare una scuola pubblica. Solo in due città furono realizzate quelle che noi conosciamo come le “classi speciali”. Il direttore della scuola Luigi Vanvitelli, Amedeo Muro, del quartiere Vomero di Napoli, che debbo sempre ringraziare, aveva 9 bambini ebrei che avrebbero dovuto frequentare la prima classe elementare e commise un falso: dichiarò che io avevo compiuto i 6 anni, retrodatando il mio anno di nascita al 1932 anziché il 1933, per cui la classe poteva formarsi. Il primo giorno di scuola ricordo di essere stato molto orgoglioso del mio grembiulino nero, del colletto bianco inamidato, del fiocco rosso; mi sentivo sicuro nella mano di mio fratello maggiore e tra i miei amici, che ero abituato a incontrare regolarmente in sinagoga. Era molto bello. Dopo qualche giorno iniziai a notare qualcosa di strano: noi dieci, e solo noi dieci, entravamo da un cancello secondario, un quarto d’ora prima degli altri, e uscivamo un quarto d’ora dopo gli altri, sempre dallo stesso cancello secondario. Potevamo andare al bagno solo dopo che tutti i ragazzi “normali” erano tornati in classe; in palestra, però, non eravamo ammessi, per cui facevamo ginnastica fra i banchi. Al termine della V elementare eravamo rimasti in quattro.

Il giorno di scuola che ricordo con maggior emozione è quello legato alla liberazione di Napoli grazie alle celeberrime “Quattro giornate di Napoli” e ripresero le lezioni e fu in quel momento in cui non sono più entrato dall’ingresso secondario, ma da quello principale, a testa alta. Un’emozione così intensa, da sentirmi frastornato: entrando a scuola avevo capito di avere recuperato la mia libertà e ancor più la mia dignità, che nessuno era riuscito a distruggere. In casa la mamma mi raccontava spesso di avere avuto un cugino, di religione ebraica anche lui, che era nato e vissuto ad Alessandria d’Egitto. Allo scoppio della guerra del ’15-’18 aveva sentito il richiamo della patria ed era tornato in Italia a combattere gli austro-ungarici, arruolandosi negli Arditi. Era morto a 20 anni sul Piave e gli era stata conferita la Medaglia d’Oro e una laurea ad honorem in giurisprudenza. Io le domandavo come fosse possibile avere un eroe in famiglia e venire, al contempo, trattati come nemici dell’Italia! Quando furono emanate le leggi razziali, mio padre – vice-direttore di banca – fu tra quelli che persero immediatamente il lavoro. Emigrò ad Asmara, in Africa orientale, nell’unico paese dove le leggi razziali non erano in vigore. Io ero il minore di 5 fratelli. Il più grande, avendo completato il liceo, avrebbe voluto iscriversi all’università, ma non era consentito; emigrò negli Stati Uniti, dove mia madre aveva una sorella e due fratelli. Rividi entrambi solo nel 1945. Conoscevo a stento mio padre. I napoletani erano solidali con noi, ma non potevano esprimere apertamente il dissenso, poiché le pene erano molto severe. Abbiamo ricevuto molti aiuti, come i nostri correligionari nel resto d’Italia: conventi, chiese, gente umile hanno nascosto molti di noi. La nostra famiglia ebbe la fortuna di conoscere un dirigente del commissariato tollerante e un coraggioso amico di famiglia. Il commissario del Vomero aveva mandato a chiamare mia madre. Poiché le leggi antiebraiche si stavano inasprendo, ci suggerì di trovare qualcuno di religione cattolica che si intestasse affitto e utenze. “Una volta che lei ha cambiato casa, non ha più beni intestati a suo nome, praticamente per me la famiglia Foà non esiste più”. Così facemmo. Un amico di famiglia, Marcello Magrì, per il quale la mia gratitudine sarà perpetua, si assunse questa grave responsabilità. Così non perdemmo la casa. Le persecuzioni dovevano partire da Napoli. Come scrive il Dott. Pietro Gargano in un suo articolo: “Le deportazioni dovevano partire da Napoli sabato 25 settembre 1943. Tutto era pronto. I vagoni ferroviari piombati e ispezionati con cura. Il Comandante Kohl aveva stilato l’elenco degli ebrei da rastrellare. Era stato perfino scelto, pensiero gentile, il disco che avrebbe accompagnato il viaggio degli ebrei. Il brano era” La lacrimosa” dalla messa di requiem in re maggiore di Mozart. L’operazione si chiamava “Samstagsschlag”, ossia “il colpo a sorpresa del sabato”. Gli ebrei andavano catturati nel loro giorno santo, quello di riposo, quando erano radunati in preghiera nel tempio. Perché Napoli era stata scelta per avviare il macello? Perché agli occhi sprezzanti dei tedeschi Napoli era remissiva, abituata a prostrarsi davanti ai dominatori di turno: l’ideale per inaugurare l’annientamento della razza infetta. Fu un errore che nella storia di Napoli si è fatto spesso: quello di sottovalutare la rabbia e l’orgoglio dei napoletani. Così, l’operazione a sorpresa del sabato divenne una sorpresa per i nazisti, disorientati dalla furia popolare e dall’eroismo dei napoletani, con le ”Quattro Giornate”. Chi furono gli eroi delle Quattro Giornate? Uomini, donne, ragazzi, ragazze, scugnizzi…che si dovrebbero ricordare più spesso. Gennarino CAPUOZZO, un ragazzo di 13 anni, imbracciò il fucile sul ponte della Sanità contro i tedeschi e fu finito da una raffica di mitragliatrici. Non solo lui. Ci furono delle scugnizze: Giuseppina MASTROIANNI, 14 anni, Assunta GIORDANO e Rosa SEVERINO, 15 anni, Eva VITTORIO, 16 anni, Speranza TURBONI di Brusciano, 18 anni… Ci sono stati eroi anche tra le donne. Le deportazioni partirono da Roma e furono pesanti. In tutt’Italia furono prelevati 8.625 persone di religione ebraica; solo 1017 sopravvissero. La cosa più grave di Roma fu la deportazione dei bambini: 221 bambini. Nessuno di loro è tornato. Il più piccolo era appena nato; i genitori non avevano fatto in tempo a dargli un nome, per cui ne conosciamo solo il cognome: DI VEROLI. E poi abbiamo Giovanni DI CASSA, di 18 giorni, Fatima DI TIVOLI, 18 giorni. La più grande, Rina DI CONSIGLIO, aveva 10 anni”.

Il sig. Tullio, pur nella drammaticità delle parole, ha trasmesso coraggio, voglia di riscatto per un’umanità che in quegli anni ha dato il peggio di sé. La conclusione dell’intervento del sig. Tullio ha lasciato tutti i suoi interlocutori silenziosi e pensanti soprattutto sul ruolo che deve avere la scuola; ha, infatti, citato le parole di un preside di un liceo americano, polacco, sopravvissuto ad un campo di sterminio: “(…), sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti, bambini uccisi con veleno da medici ben formati, lattanti uccisi da infermiere provette, donne e bambini uccisi da diplomati di scuole superiori e università. La mia richiesta è la seguente: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati (…). La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani”. Abbiamo su cosa riflettere per … NON DIMENTICARE!”. È stata poi la volta della dr.ssa Tiziana FIZ che, essendo nata negli anni ’60 non ha conosciuto la guerra ma ha ascoltato con attenzione dai suoi genitori cosa era ed è stata la Guerra. Se la sua famiglia non è stata deportate nel lager nazisti lo si deve solo ed esclusivamente ad alcune famiglie italiane che riuscirono a nascondere ai nazisti tutta la sua famiglia ed ora i nomi di queste persone sono in attesa di entrare a far parte dei “Giusti”, nato dall’elaborazione del memoriale di Yad Vashem per ricordare i non ebrei che sono andati in soccorso degli ebrei, diventa così patrimonio di tutta l’umanità. Il termine “Giusto” non è più circoscritto alla Shoah ma diventa un punto di riferimento per ricordare quanti in tutti i genocidi e totalitarismi si sono prodigati per difendere la dignità umana. Infine, Tullio Foà ha risposto alle domande di alcuni studenti del “Diaz” che gli hanno posto delle domande ed ha fatto vedere la foto di quando era nella classe quinta della scuola Vanvitelli (egli è il secondo da sx in alto). L’assessore Natale, prima di concludere la cerimonia ha annunciato che il “Giorno della Memoria” proseguirà anche nei giorni 15,16,17 e 18 con gli studenti dell’Istituto Comprensivo “De Filippo” e l’istituto Capol. D.D. .