Operava tra le province di Caserta e Benevento l’organizzazione camorristica smantellata oggi dai carabinieri con cinque arresti eseguiti su ordine del gip di Napoli.
La cosca, diretta dal 54enne Michele Lettieri e dalla 68enne Giovannina Sgambato, nota come “‘a sparatora” o la “vecchiarella”, entrambi dimoranti nel comune casertano di San Felice a Cancello, aveva proseguito i business illeciti sul territorio dello storico clan Massaro, legato ai Belforte di Marcianise ma fortemente indebolito dalle indagini antimafia. La Sgambato è infatti la moglie di Francesco Massaro, affiliato detenuto e cugino del capoclan Clemente Massaro, anch’egli in cella da anni. Inoltre il gruppo aveva proseguito i rapporti con l’altro clan attivo nel beneventano, ovvero il clan Pagnozzi.
Dieci in totale gli indagati, che rispondono a vario titolo dei reati di associazione camorristica ed estorsione aggravata.
Carfora Vincenzo, detto “o’cantante”, classe 1969, residente a Forchia (BN); Iannucci Barbato Vincenzo, detto “enzuccio”, classe 1976, residente a Castelvenere (BN); Lettieri Michele, detto “o’napulitano”, classe 1964, residente a Pignataro Maggiore (CE); Ruotolo Enzo, classe 1975, residente in San Felice a Cancello (CE); Sgambato Giovannina, detta “a sparatora” “a vecchiarella” “a signora”, classe 1950, residente a San Felice a Cancello (CE).
L’indagine è stata coordinata dalla Dda di Napoli – sostituto Luigi Landolfi – e realizzata dai carabinieri della Compagnia di Maddaloni. In carcere sono finiti anche il 49enne Vincenzo Carfora, di Forchia (Benevento), Vincenzo Barbato Iannucci, di 42 anni, residente a Castelvenere (Benevento) e il 43enne Enzo Ruotolo, di San Felice a Cancello.
La cosca, è emerso, ha battuto a tappeto l’area di influenza del clan Massaro, ovvero San Felice, Santa Maria a Vico, Arienzo e i centri sanniti di Arpaia, Forchia e Paolisi, chiedendo il pizzo a numerosi commercianti.
Tra le estorsioni di maggior rilievo quella da 2500 euro pagata dall’imprenditore di Casal di Principe Francesco Caprio, noto per essere stato coinvolto in un’indagine sugli appalti truccati commissionati dal ministero della Difesa in relazione agli interventi nelle caserme.
A Caprio fu chiesta una tangente di 40mila euro per i lavori di manutenzione svolti a San Felice a Cancello. Gli indagati si facevano pagare anche in natura, facendosi consegnare smartphone e tablet.
“I cinque – è spiegato in una nota stampa diffusa dai carabinieri – rappresentano oggi il potere camorristico sul territorio dell’agro maddalonese/sanfeliciano, ma in realtà l’inchiesta ha avuto anche altri cinque indagati che, a vario titolo, hanno in qualche modo compartecipato con i primi alla realizzazione delle attività illecite a centro dell’inchiesta.
Il provvedimento restrittivo, scaturisce dall’impianto accusatorio acquisito nel corso dell’attività investigativa avviata, sotto la direzione del Sos. Proc. dr. Luigi Landolfi, nel mese di settembre 2015 dai Carabinieri del Nucleo Operativo di Maddaloni, espletata in particolare attraverso l’esecuzione di un mirato e stringente monitoraggio intercettivo, sia telefonico che ambientale, integrato e implementato da aderenti servizi di osservazione dinamica, ma anche da verifiche, controlli, perquisizioni e/o ispezioni. Siffatte apprensioni probatorie, hanno consentito di individuare un’organizzazione camorristica attiva sul territorio Casertano, nei comuni di San Felice a Cancello e Santa Maria a Vico in particolare, e in alcuni comuni della Valle Caudina, quale Forchia (BN), Arpaia (BN) e Paolisi (BN), costola dello storico “clan Massaro”, scompaginato a seguito di una serie di arresti e conseguente scelta collaborativa maturata dai suoi principali elementi verticistici.
Sono state altresì ricostruite diverse attività estorsive in danno di imprenditori e operatori commerciali, poste in essere dagli indagati avvalendosi della forza intimidatrice e della condizione di assoggettamento e omertà derivante dalla partecipazione, per l’appunto, alla compagine camorristica in trattazione, promossa e diretta da Lettieri Michele e Sgambato Giovannina. In concreto, costoro, grazie all’organica e stabile partecipazione al sodalizio degli altri indagati, hanno rivitalizzato l’egemonia e il controllo camorristico nella Valle di Suessola, oltre ad aver a tal fine intrattenuto legami con il clan “Pagnozzi” attivo nella confinante Valle Caudina, perfettamente in linea a quanto succedeva in passato sotto la reggenza Massaro, con particolare riferimento alla definizione dei rispettivi ambiti territoriali di competenza. Le numerose e univoche fonti di prova raccolte attraverso l’espletamento delle attività tecniche di intercettazione e di osservazione dinamiche, hanno trovato importantissimi elementi di riscontro sia dall’analisi delle dichiarazioni rese dai cc. di gg., sia delle sommarie informazioni rese da alcune delle vittime delle condotte estorsive all’uopo emerse”.