Welfare che arretra in silenzio dietro l’alibi della sicurezza

La sicurezza come alibi: il controllo cresce mentre il welfare arretra
La strategia del governo non è un susseguirsi di errori o improvvisazioni: è un metodo. Ogni retromarcia, ogni caos istituzionale, ogni forzatura normativa serve a testare la tenuta democratica e a normalizzare pratiche di controllo sempre più invasive. Le norme sul riconoscimento facciale senza autorizzazione giudiziaria, la raccolta preventiva di dati biometrici e la sorveglianza “a strascico” non sono incidenti: sono tentativi consapevoli di espandere il perimetro della sicurezza a scapito delle garanzie costituzionali. Anche quando l’Europa interviene, la frenata è solo tattica: la prossima soglia sarà più alta.
Il caos politico generato da vicende giudiziarie che lambiscono ambienti criminali, con chat, cd e immunità brandite come scudi, non è un effetto collaterale: è un modo per alimentare sfiducia, disordine e domanda di ordine. Ogni episodio di cronaca diventa emergenza, ogni tensione diventa pretesto per nuove strette repressive. La spirale è chiara: più paura, più controllo, meno diritti.
Intanto il welfare arretra. Risorse vengono drenate verso il programma SAFE, un prestito europeo solo parzialmente sovvenzionato e destinato a scopi militari, che sottrae fondi ai servizi sociali, alla prevenzione del disagio, alla cura delle fragilità. La sicurezza diventa così un alibi per giustificare la militarizzazione mentre le condizioni materiali peggiorano.
Questa deriva non è inevitabile: è un disegno politico che va riconosciuto e contrastato. Serve un percorso che rimetta al centro il disagio sociale e il welfare, e serve un fronte democratico, costituzionale e antifascista capace di opporsi con lucidità e unità.