Federico Di Cicilia ci racconta la sua esperienza tra cinema e territorio.

La magia del cinema raccontata dal regista irpino nelle sue attività di produzione e formazione nel settore dell'audiovisivo.

Federico Di Cecilia è un regista, autore, montatore, attore italiano particolarmente legato al territorio dell’Irpinia. Nel corso della sua carriera ha collaborato con grandi maestri del cinema italiano e ha firmato diverse opere tra lungometraggi e documentari. È stato allievo di figure cruciali del cinema italiano, tra cui Giuseppe De Santis, Ettore Scola e Ugo Pirro.

Parlaci un po’ di Federico Di Cicilia?

Tra qualche giorno compio 53 anni. Sono sposato, ho due figli di 9 e 12 anni, e vivo ormai da sempre in un piccolo paesino in provincia di Avellino. Spesso mi occupo di laboratori cinematografici nelle scuole di ogni ordine e grado. Cosa che mi piace fare perché mi mette sempre alla prova con concetti e modi nuovi di raccontare una storia. O se vogliamo la stessa storia. Scrivo. Ultimamente cucino (ho scoperto da poco di avere questa passione nata per necessità familiari). Non vivo fuori dal mondo ma di sicuro sono un po’ fuori dal giro, come si dice. Lontano dai set e dal circuito cinema da un po’ di tempo. Non per scelta personale. Ma questa è un’altra storia…


Come nasce il tuo rapporto con il cinema?

In maniera progressiva ma certamente con lo studio. Ho cominciato ad avvicinarmi attraverso la scrittura creativa. Con i miei primi racconti. Frequentando corsi con famosi sceneggiatori e scrittori come Leo Benvenuti. Poi ho finalmente deciso di mollare l’università e dedicarmi a tempo pieno al cinema. Mi sono iscritto ad una scuola di Cinema a Roma e sono stato allievo del Premio Oscar Ugo Pirro e di maestri del calibro di Giuseppe Ferrara, Florestano Vancini, Giuseppe De Santis e naturalmente Ettore Scola con cui ho avuto un legame di amicizia. Questi uomini, questi artisti e grandi maestri del cinema italiano mi hanno spinto a proseguire un percorso che fin da subito è stato definito impervio e pericoloso. Adesso posso confermare con assoluta certezza che è così. Ho scoperto il set con Mario Martone e per lui andavo in giro per Piazza San Domenico, con un motorino in prestito a cercare comparse per una scena in piano sequenza, macchina a spalla, per un lungo percorso tra piazzetta Nilo e tutti i locali. Grazie a Scola ho assistito alla nascita del film “La cena” che aveva un cast pazzesco: Giancarlo Giannini, Fanny Ardant, Stefania Sandrelli, Vittorio Gassman, e tanti altri… Lì ho conosciuto e apprezzato Nello Mascia e da allora è in quasi tutti i miei lavori. Ma il mio rapporto con il cinema nasce dalla scrittura e grazie alla scrittura sono stato apprezzato da Scola e da molti altri. E sto cercando di ritornare a quello che ero…

Quale è il messaggio che generalmente vuoi comunicare con le produzioni audiovisive?

Non lo so più se ho intenzione di comunicare qualche messaggio. All’inizio pensavo spesso alla denuncia. A film come “Mani sulla città”… ma anche “Divorzio all’italiana”… Sceglievo un tema o un argomento che mi stava a cuore o che mi tormentava e decidevo di trattarlo a modo mio, inserendo gag o scene grottesche e comiche indipendentemente dalla sua tragicità o meno. È un modo di fare che all’inizio mi ha ripagato con la vittoria di diversi premi a Festival nazionali e internazionali. Ma forse perché non ho avuto il tempo e la possibilità di girare un’opera che racchiuda la mia poetica, con i mezzi giusti e con i collaboratori giusti, non sono ancora riuscito a fare emergere il mio messaggio. Mi sono trovato negli ultimi anni a combattere con problematiche estreme di budget inesistenti, collaboratori saltuari (per forza di cose amici), mezzi tecnici e attrezzature minime per poter avere l’ambizione di lanciare un messaggio. Beh… forse uno c’è tra le righe… continuare a combattere! Nonostante tutto e tutti.

Che tipo di location scegli generalmente per realizzare le tue produzioni audiovisive?

Spesso le locations che scelgo sono già il film. Nel senso che non scelgo il luogo dove ambientare una scena. È il luogo stesso che già racconta la storia. Può essere un bar o una piazza. Una discarica o un negozio da barbiere. Non vado alla ricerca di un posto bello dove inserire un attore o un’attrice. Per me i posti sono tutti belli a modo loro. Raccontano la sofferenza e la vita del popolo che li abita. Alla fine è quello che cerco di mettere in scena.


Progetti per il futuro? Quali evoluzioni desideri per la tua operazione artistica?

Adesso sono concentrato sul portare a termine una raccolta di racconti che quella sì mi rappresenta e forse racchiuderà un messaggio. Ma lo deve trovare il futuro lettore. Si chiamerà “Perdenti” forse, ma non ho ancora deciso. I temi trattati mi rappresentano e il modo di trattarli è assolutamente il mio modo. Con la scrittura non ho nessun limite fisico o economico. Posso riempire la pagina bianca con tutte le parole e le frasi che voglio. Stanno per uscire due mie raccolte di poesie dal titolo “Sushi e ménesta”. E penso di presentare a ottobre, al Ministero un mio soggetto cinematografico, anche questo molto personale, sulla vita e le opere della prima regista italiana: Elvira Notari. Ho due sceneggiature nel cassetto che aspettano da un po’ di tempo che qualcuno lo apra e le porti in sala. Per una in particolare “La trionferà” che parla del dopo terremoto in Irpinia e di una famiglia che attraversa la fine del novecento, sarei disposto perfino a rinunciare alla regia. Poi tanti soggetti. Commedie o drammi. Serie tv e testi teatrali. Perfino una fiaba… ma di quest’ultima non posso parlare perché ancora non ne conosco il finale. Vorrei fare un documentario sull’acqua e il mio territorio. Ma a chi devo chiedere i soldi per realizzarlo?



Qual’ è il tuo legame con il tuo territorio?

Amore e odio. Ho cominciato il mio percorso cinematografico e narrativo cercando di raccontare le contraddizioni e le mancanze del mio territorio: l’Irpinia o allargando il concetto, il Sud. L’ho fatto dal mio primo lavoro che si chiamava “La grande occasione”. Un documentario sul dopo terremoto. E ho proseguito mettendo pezzi d’Irpinia in ogni mio lavoro. So di essere anche un po’ scomodo per questo. Non sono certo il tipo di narratore che decanta le bellezze del posto. Questo lo lascio fare ad altri molto più bravi di me. Mi sento un po’ poeta e un po’ antropologo. Cerco di far emergere la verità e spesso lo faccio con la lente d’ingrandimento del grottesco o dell’ironia. Non che io non sia serio nel trattare argomenti crudi e delicati come l’emigrazione, l’immigrazione, la disoccupazione, il suicidio… ma il mio modo di esprimermi mi porta naturalmente in quella direzione. Quella dei miei maestri: Scola, Germi, Monicelli, De Sica ecc… in conclusione… “Parla del tuo villaggio e parlerai del mondo”… sono stato sempre fedele a questo concetto e continuerò ad esserlo per i miei progetti futuri.

Grazie Federico!

Grazie a Voi!

 

Guarda il trailer:
https://openddb.it/film/forever-and-always/