Pasquale Gallicchio è un noto, giornalista professionista, scrittore e attivista politico italiano, nato a Bisaccia, nell’Alta Irpinia (Avellino). Nel corso degli anni, ha unito un forte impegno civile per la tutela della sua terra d’origine a un’intensa attività letteraria incentrata sul racconto dei borghi e dell’identità locale.

Parlaci un po’ di Pasquale Gallicchio.
Sono un giornalista professionista e scrittore, profondamente legato alla mia terra, l’Alta Irpinia. Da sempre mi impegno concretamente a raccontarla, difenderla e valorizzarla, convinto che la scrittura sia uno degli strumenti più efficaci per custodirne l’identità, promuoverne le eccellenze e contribuire alla sua crescita cultura e civile. Inoltre, cerco di trovare il tempo per dedicarmi a un’altra grande passione, che si intreccia con la scrittura, la politica.
Come nasce il tuo rapporto con la scrittura?
Il mio rapporto con la scrittura è nato dopo quello, altrettanto profondo, con la lettura. Ho sempre amato i libri, anche grazie agli insegnanti che hanno saputo trasmettermi il piacere di leggere e la curiosità di scoprire storie e mondi diversi. Inoltre, sono stato avvantaggiato dalla mia professione. Il giornalista ha uno sguardo privilegiato sulla realtà. Prima ancora di scrivere, però, ho imparato ad ascoltare. Le mie prime storie sono state quelle raccontate dai miei nonni e dai vicini di casa, quando vivevo nel centro storico di Bisaccia. Erano memorie, frammenti di vita, tradizioni e ricordi che mi hanno insegnato il valore della narrazione e della memoria condivisa. A trasformare quell’ascolto in scrittura è stato un evento che ha segnato profondamente la mia vita: la morte di mio padre. In quegli anni il dolore è diventato un percorso da attraversare e la scrittura il modo per dargli una forma e un significato. Ho intrecciato i ricordi raccolti nel tempo, con il desiderio di mettermi alla prova come autore. Da quell’incontro tra memoria personale, racconti collettivi e bisogno di raccontare è nato il mio primo romanzo, Terra.

Qual è il messaggio che generalmente vuoi comunicare con le tue opere letterarie?
Affronto temi delicati e profondamente significativi con uno stile misurato, che privilegia la forza del racconto alla provocazione. Molte delle storie che narro prendono ispirazione dalla realtà, trasformando fatti ed esperienze in occasioni di riflessione. Al centro dei miei romanzi ci sono spesso le donne: figure complesse, autentiche e capaci di raccontare, attraverso le loro vicende, le sfumature dell’animo umano e della società. Un altro elemento imprescindibile della mia scrittura è il richiamo alla memoria storica, che considero uno strumento essenziale per comprendere il presente e costruire il futuro. Negli ultimi anni il mio percorso si è arricchito attraverso il monologo e il reading, forme espressive che mi permettono di instaurare un dialogo diretto con il pubblico.
Che tipo di location scegli generalmente per realizzare le tue presentazioni?
Scelgo quasi sempre luoghi che custodiscono l’anima e la storia di un paese: una piazza, un vicolo, un edificio storico, un museo, una biblioteca o una libreria. Sono spazi che parlano, evocano ricordi e creano un dialogo naturale con le storie che racconto. Le location eccessivamente formali, invece, non mi appartengono. Sono convinto che la presentazione di un libro non sia soltanto un incontro con i lettori, ma un’esperienza da vivere. Per questo ritengo che anche il luogo abbia un ruolo fondamentale. L’atmosfera giusta può ampliare il valore delle parole, rendere il racconto più autentico e trasformare ogni incontro in un momento di condivisione e memoria. 
Progetti per il futuro? Quali evoluzioni desideri per la tua operazione artistica?
Sto già lavorando a nuovi progetti, molto diversi tra loro, ma uniti da un filo conduttore: il desiderio di raccontare storie che lascino una traccia e invitino alla riflessione. In autunno è prevista l’uscita di un nuovo libro, profondamente diverso da quelli che ho pubblicato finora. Sarà una raccolta di riflessioni sull’umanità e sul rapporto, sempre più fragile, tra l’uomo e il creato. Un invito a riscoprire il senso della responsabilità verso il mondo che stiamo consumando, un richiamo alle coscienze affinché non venga meno il rispetto per la vita e per la natura. Ma c’è un progetto al quale sono profondamente legato: completare il ciclo di romanzi storici che ho iniziato a scrivere nel corso degli anni. Sono storie ambientate tra la Campania, la Puglia e la Basilicata durante il periodo del brigantaggio subito dopo l’Unità d’Italia, dove la ricostruzione storica si intreccia con le atmosfere del giallo.
Cosa ti ha ispirato per scrivere la tua ultima opera letteraria?
Ho voluto dare continuità a un personaggio che ha ricevuto molti apprezzamenti con il primo giallo: il giornalista Canio Bajonne. Utilizzare Bajonne oltre come giornalista e investigatore, anche come guida dei luoghi diventati scenario del giallo. Quindi, la scrittura non solo come strumento di narrazione, ma capace di valorizzare il territorio, farlo conoscere anche a chi ci abita, immersi in un’atmosfera di mistero. È la conferma del mio forte legame con il territorio e le sue comunità, che si rinsalda ancora di più quando li visito, anche parecchie volte. L’indagine si trasforma in un viaggio alla scoperta dell’identità di una comunità. Il giallo in uscita dal titolo “Le radici della vendetta” è ambientato a Lacedonia, con tappe a Monteverde e Calitri. Al centro della trama c’è il vino, altra eccellenza irpina. Sarà il filo conduttore che porterà il lettore a tenere il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina. Tra i progetti da realizzare, sicuramente c’è il terzo giallo. Questo lo posso svelare, si svolgerà a Bisaccia, il mio paese, con protagonista ancora Canio Bajonne. Ho riservato a Bisaccia il numero tre, perché è un numero particolare, proprio per questo la storia che si articolerà nel mio bellissimo paese, sarà piena di misteriosi colpi di scena.
Grazie Pasquale.
Grazie a Voi.
