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Caserta medievale e la chiesa di S. Rufo Martire a Piedimonte Ventottesima tappa

Alla ricerca della storia medioevale

L’ identità di Caserta costituisce tuttora una questione aperta e dibattuta. Essa è apparsa a diversi studiosi molto problematica e come incompiuta, per la compresenza di aspetti diversi e talvolta contrastanti che hanno caratterizzato l’assetto urbanistico, sociale e politico della civitas casertana nel corso della storia. C’è chi, come lo storico Aurelio Musi, ha scritto di «un’identità spezzata» o, meglio, di diverse identità della città che si sovrappongono l’una all’altra nelle varie epoche. La frattura, la discontinuità maggiore nell’evoluzione della  forma urbis di Caserta è senza dubbio rappresentata dal suo passaggio da feudo a “Villa Reale” e dalla realizzazione del grandioso intervento urbanistico e architettonico vanvitelliano che ne modificò radicalmente l’assetto e la proiezione urbanistica. Come è stato osservato da numerosi studiosi, da Giancarlo Alisio a Lucia Giorgi ad Anna Maria Noto, la nuova città illuminista – non più realizzata – , di cui la reggia costituiva il fulcro, era stata ideata seguendo un asse completamente diverso da quello lungo il quale era cresciuta lentamente, ma significativamente, la città medievale,  Casa Hirta , con i suoi villaggi, e quindi la città di età moderna con gli Acquaviva. Prima della città ottocentesca è possibile già distinguere tre distinte fasi  in cui si configura l’assetto urbano di Caserta: la città medievale, quella della prima età moderna e la città regia, che sono caratterizzate da una ben diversa fortuna storiografica, perché, se esistono diversi e importanti contributi storici su Casertaveccha e moltissimi riguardanti la reggia, il parco e i siti reali, non altrettanto si può dire della Caserta dei secoli XVI e XVII e, soprattutto, della città medievale dei villaggi. Di certo ha nociuto alla conoscenza delle origini di Caserta e alla valorizzazione del suo ricco tessuto insediativo antico lo schema consueto delle due città (o se si vuole delle due Torri ), Casertavecchia sul monte e la Caserta moderna cresciuta nella piana. In questa visione semplificata, erronea nella sostanza, la città medievale viene identificata con il borgo fortificato e quella moderna con il villaggio Torre, visto peraltro senza soluzione di continuità con la città regia. Ne rimane completamente esclusa la straordinaria sedimentazione medievale dei borghi, i quali facevano parte integrante dello “stato” di Caserta, costituendone – così come risulta evidente dalle descrizioni e dai documenti fiscali degli inizi del XVI secolo – una componente assolutamente organica e unitaria, s a per il ricco tessuto insediativo, monumentale e religioso, sia per i traffici e le importanti frequentazioni della sua élite, sia, non da ultimo, per il suo valore economico. Nella ricca presenza di edifici sacri della Caserta medievale spicca il complesso architettonico della  Chiesa di S. Rufo Martire, oggetto della recente pubblicazione di vari autori: La chiesa di S. Rufo Martire.“Nota delli beni della chiesa parrocchiale di S. Rufo Martire formata al tempo del Parroco Nicola Iannelli 1795” (Frammenti, Caserta, 2018). Il libro, che riporta la riproduzione anastatica della
Platea della chiesa, redatta dal parroco Nicola Iannelli alla fine del Settecento, con la trascrizione a fronte e un corredo interpretativo curati da Maria Rosaria Iacono, contiene scritti e contributi della stessa Iacono, di Francesco Canestrini, Luigi Fusco, Nicola Lombardi,Vito Vozza, Mariano Nuzzo e una cospicua appendice di fotografie realizzate da Bruno Cristillo e Francesco M. G. Vozza. Com’è noto, la redazione delle platee, in epoca medievale e moderna, rispondeva all’esigenza di inventariare, attraverso una descrizione accurata, – in mancanza di un catasto delle proprietà immobiliari – le proprietà, i diritti e le pertinenze di beni ecclesiastici o nobiliari. Si tratta di documenti di fondamentale importanza storica per le informazioni che contengono e che possono consentire di ricostruire la rete delle relazioni che si costituivano all’interno di un preciso spazio istituzionale, politico e sociale. In alcuni casi, come per la Platea di Carditello (di recente pubblicata dal MIBAC, Direzione generale degli Archivi, e curata dagli storici Francesco Barra e Antonio Puca), redatta da Antonio Sancio, un eccellente funzionario dell’amministrazione borbonica della prima metà dell’’800, il documento è anche corredato da un Cenno storico che riporta informazioni dettagliate sull’origine del sito e sui suoi proprietari e artefici. Da qui il rilievo che assume la pubblicazione della platea
della chiesa di S. Rufo Martire di Piedimonte, detto di Casolla , che è sicuramente uno dei luoghi più interessanti della Caserta medievale, non solo perché sito di transito di viandanti e pellegrini a causa della presenza dell’abbazia benedettina e della straordinaria chiesa desideriana di S. Pietro adMontes, situata nella fascia pedemontana tra la pianura e la città comitale e vescovile sul colle, ma anche perché sede di residenze nobiliari di tutto rilievo.
Nel libro, all’inizio, si fa riferimento proprio al tema della sfuggente identità di Caserta, una città, che, come osserva don Nicola Lombardi, appare perennemente in fieri
, ma della quale non è conosciuto adeguatamente il patrimonio storico e artistico dei suoi borghi medievali, come appunto Piedimonte, il cui toponimo corrente,
Piedimonte di Casolla, – è sempre Lombardi a precisarlo – è molto tardo, mentre il villaggio, in epoca medievale e moderna, rientrava a pieno titolo nella denominazione del feudo di Caserta. Il libro rappresenta uno strumento importante per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio storico e artistico della chiesa di S. Rufo e del
villaggio di Piedimonte, piuttosto trascurato dalla storiografia e, come e’ stato osservato, quasi del tutto assente – come c’era da aspettarsi – anche nel web. Come giustamente viene sottolineato in alcuni passaggi degli interventi pubblicati nel libro, tale valorizzazione non può che realizzarsi attraverso la partecipazione attiva della popolazione e il coinvolgimento il più largo possibile di enti e cittadini, sia per quanto riguarda il completamento del restauro del complesso monumentale, già realizzato in parte tra il 2014 e il 2018, sia per le iniziative culturali che si intendono avviare per farne conoscere il patrimonio artistico e le  tradizioni. A Piedimonte come si è accennato, risiedeva un importante nucleo dell’élite cittadina, come attestano i palazzi ancora esistenti dei Cocozza, Orfitelli e Alois, che vi possedevano numerose proprietà. E a Piedimonte è legato il nome di Gian Francesco Alois – conosciuto non a caso, negli ambienti dell’aristocrazia della capitale, come “il Caserta” –, amico dei maggiori
umanisti e poeti – e poeta egli stesso – della Napoli del Cinquecento, il quale, com’è noto, fu perseguitato dall’Inquisizione per le sue convinzioni religiose, accusato di eresia dal Sant’Uffizio, e dopo essere stato imprigionato e torturato, fu processato e giustiziato in piazza Mercato a Napoli il 4 marzo 1564, insieme con un altro nobile di Terra di Lavoro, l’aversano Giovan Bernardino Gargano. La vicenda intellettuale e umana di Gian Francesco Alois e dei suoi compagni costituisce una pagina cruciale della storia del Mezzogiorno e delle correnti culturali che attraversarono l’Italia e l’Europa nel XVI secolo. Approfondirne i particolari in riferimento alla storia dei luoghi dove vissero e operarono i protagonisti di queste vicende, tra i quali c ’erano intellettuali di spicco e i maggiori esponenti del pensiero riformato italiano, frequentatori abituali della dimora degli Alois a Piedimonte, può costituire un’altra importante occasione di crescita culturale per la città e di valorizzazione del suo prezioso patrimonio storico.

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