Caserta. O mia Reggia “si’ bella e perduta”

La Reggia di Caserta langue. La Direzione del Museo, insieme con la Soprintendenza dei Beni Culturali, non ha operato in sinergia con le Istituzioni Territoriali locali

Caserta. Parlare della Reggia Vanvitelliana è ormai  divenuta “cosa buona e giusta“: il  suggestivo sito Unesco rappresenta un gioiello prezioso di storia e cultura, espressione autentica dei valori della nostra terra.

Dopo l’era Felicori , il Museo attende il nuovo Direttore. Ogni giorno migliaia di turisti, provenienti dalle varie parti d’Italia e del mondo, affluiscono al “Palazzo delle Meraviglie” rapiti e catalizzati dalla sua folgorante bellezza.

Ma, al di là delle apparenze, la Reggia di Caserta langue.

Nessuno lo dice, ma sono in tanti a pensarlo.

Procediamo con ordine.

La Reggia di Caserta è museo autonomo: i proventi derivanti dai turisti che giungono a visitare il Palazzo vanno a rimpinguare le casse dello Stato, o meglio vanno a finanziare lo stesso museo e poi, in subordine, i musei più piccoli.

E da qui che viene fuori il fallimento della gestione Felicori. E da qui che viene fuori l’ennesima deprivazione messa in atto dal governo centrale ai danni  del Sud e della sua cultura.

Nell’era di Felicori tutti a dire che la Reggia aveva aumentato i propri visitatori: così è stato. Il Palazzo vanvitelliano, sotto la guida del manager bolognese, ha raggiunto una fama di dimensione planetarie: eventi, sfilate, matrimoni, come dire” tutti insieme appassionatamente in nome del profitto, o, se si vuole, della ragione di Stato”.

Del resto, Mauro Felicori era ” uomo del governo”, e, in quanto tale, era tenuto ad agire nell’interesse dello Stato. I fatti, poi, hanno dimostrato che il Direttore, nell’adempimento del proprio dovere, ha evitato, in modo evidente, di tenere in considerazione gli interessi di Caserta.

La Direzione del Museo, insieme con la Soprintendenza dei Beni Culturali, infatti, non ha operato in sinergia con le Istituzioni Territoriali locali.

Nessun collegamento tra la Reggia e la città, nessun protocollo di intesa tra la Direzione del Museo e i vari enti, nessun collegamento logistico tra il Palazzo e le arterie cittadine.

Tra i numerosi turisti che arrivano a Caserta per visitare la Reggia pochi si trattengono in città per visitare il suggestivo centro storico oppure anche il Belvedere di San Leucio o Casertavecchia. Felicori ha portato introiti allo Stato ma ha pure impedito ogni collegamento fra Palazzo e città.

Si pensi al divieto del Direttore di realizzare una cooperativa costituita da Casertani e finalizzata alla accoglienza dei turisti con stands espositivi di guide culturali e di prodotti locali tipici, preposti altresì ad indicare ai visitatori alberghi, ristoranti ed atre strutture recettive del territorio.

Al posto di questo progetto, che avrebbe dato lavoro a molti Casertani, è stato realizzato l’Infopoint di Piazza Gramsci: monade isolata e inutile dal momento che risulta essere priva di un collegamento effettivo e sostanziale con le migliaia di turisti che giungono al PalazzoAnzi, molti neanche comprendono  a cosa serva quel gabbiotto dove una o più hostess, ovviamente in divisa, aspettano che qualcuno entri per avere notizie dei posti da visitare a Caserta e in provincia: in tale attesa, nessuno si preoccupa stabilire di offrire una sia pur minima accoglienza e di stabilire una sia pur minima relazione con i turisti fin dal momento in cui essi approdano in Piazza Carlo III.

Ma non è tutto. Le migliaia di turisti e le migliaia di di eventi dell’era Felicori  hanno  danneggiato inesorabilmente  lo stato di manutenzione del sito Unesco.

Entrando nella Reggia è possibile vedere il degrado in cui versa il cortile collocato al  lato sinistro: in quella zona il Palazzo è transennato. Addirittura sono evidenti finestre dove mancano i vetri.

Transennato, è quindi chiuso al pubblico perchè pericolante, lo scalone che porta al  panoramico torrione, così come è vietato l’accesso al pubblico a causa del pericolo di crolli il Giardino di Venere, il più suggestivo angolo del Giardino Inglese.

Chiusa al pubblico anche una parte del Parco adiacente a via Giannone.

E cosa dire del degrado dei Giardini della Flora, dei quali da anni si attende la riqualificazione ed, invece, adibiti, ormai, e non si sa se per casualità o per premeditata  strategia, a parcheggio delle automobili dei dipendenti della Reggia?

Situazioni, queste, che contrastano con i dati di visite pervenute in questi anni, ma delle quali si deve tenere conto per monitorare l’effettivo stato di salute della Reggia di Caserta.

Ma non è tutto.

Alla nostra redazione sono arrivate segnalazioni circa le “cuffiette radiotrasmittenti”, quelle cioè che che i turisti sono obbligati ad affittare, per la durata della visita alle stanze reali al fine di ascoltare la storia del palazzo, da una società erogatrice del servizio, e che stando alle notizie a noi pervenute, in realtà non sempre sarebbero idonee allo scopo perchè guaste.

Nessun controllo nei bagni del sito dove i numerosi studenti, provenienti da scuole di tutta Italia, lasciano il loro crudele segno vandalico, dimostrando anche l’inefficienza dei docenti preposti al loro controllo.

Resta, infine, da segnalare il trasporto nel Parco Reale – a pagamento- affidato a due, solo a due pulmini dell’Atc, azienda erogatrice del servizio.

La domanda sorge spontanea: come si può pensare che migliaia di turisti, soprattutto quando piove, possano spostarsi da una parte all’altra del parco affidandosi soltanto a due navette?

Inevitabili le lunghe file d’attesa e i litigi tra i visitatori per accaparrarsi un posto in pullman nel timore di rimanere a piedi.

Insomma, la Reggia Vanvitelliana chiede aiuto e, soprattutto, chiede di essere legata, o collegata alla città di Caserta, sua figlia naturale.

In questo momento, se proprio vogliamo fare un’analisi, Caserta è divisa in due città, separate e distaccate tra di loro: la Reggia e il centro urbano.

Per il resto, nessuno ci venga a dire che i turisti sono aumentati in città: fino ad ora, la Reggia è stata solo una “colonia del governo” attraverso la quale, ed è questo il paradosso più grave, lo Stato ha continuato ad esautorare Caserta della sua mai decollata capacità turistica.