CASERTA. “Quei 55 giorni di Aldo Moro vissuti dal Trentino” dello scrittore Luigi Sardi alla Libreria Feltrinelli con Liberalibri in occasione del quarantesimo anniversario della scomparsa

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“Quei 55 giorni di Aldo Moro vissuti dal Trentino” dello scrittore Luigi Sardi alla Libreria Feltrinelli con Liberalibri in occasione del quarantesimo anniversario della scomparsa

CASERTA – Sono trascorsi quarant’anni dalla scomparsa di Aldo Moro, uno dei maggiori statisti italiani, e l’Associazione Liberalibri di Caserta per ricordare l’evento ha invitato presso la Libreria “Feltrinelli” di Caserta per il prossimo venerdì 26 ottobre 2018, alle ore 18.30, lo scrittore e giornalista Luigi Sardi che presenterà il suo ultimo lavoro incentrato proprio sul quarantennale della scomparsa dal titolo: “Quei 55 giorni di Aldo Moro vissuti dal Trentino”, editore Reverdito, data 16 marzo 2018, prefazione Luciano Azzolini già sottosegretario nei Governi Moro. È un lavoro particolare e molto preciso quello di Sardi, nato a Como nel 1939, che è stato giornalista ed inviato speciale nella redazione di Trento per il quotidiano “Alto Adige” dal marzo del 1959 all’agosto del 1998. Infatti, Sardi, come ha raccontato in diverse interviste, ha trascorso quei 55 giorni a Trento dove Moro era davvero di casa, aveva un’ abitazione a Predazzo e trascorreva i periodi di ferie: ferragosto, Pasqua, Natale, Capodanno, anniversari di De Gasperi, momenti della Guerra dei Tralicci in Alto Adige, i giorni dell’alluvione del novembre 1966 e altri avvenimenti. Il libro di Luigi Sardi si incentra sulla sua conoscenza diretta dei fatti (conosceva tutti gli uomini della scorta di Moro uccisi in Via Fani durante il suo rapimento e che lo accompagnavano da anni) ed anche sul fatto che egli aveva libero accesso in alcuni centri investigativi: “…. Dove vidi l’impotenza dello Stato…”. E la morte di Aldo Moro fu proprio la conseguenza di quell’impotenza, fra chi voleva trattare con le Brigate Rosse e chi, invece, non voleva assolutamente scendere a patti con le BR. Il 16 marzo 1978, un commando delle Brigate rosse rapisce l’onorevole Aldo Moro e massacra i cinque uomini della scorta in via Fani, a Roma. Dopo una prigionia di 55 giorni, durante la quale fu chiesto e negato lo scambio di prigionieri con lo Stato, il presidente della Dc fu ucciso. Il 20 aprile le Brigate Rosse diffondono il settimo comunicato che per la prima volta reca un ultimatum: in cambio del rilascio di Moro devono essere rimessi in libertà alcuni brigatisti detenuti: la scadenza è fissata d per due giorni dopo. Papa Paolo VI, il 22 aprile rivolge un appello pubblico pregando “in ginocchio” le Br di rilasciare il presidente della Dc. Senza condizioni, però. Neanche il santo padre, nonostante la sua amicizia personale con Moro, si espone affinché venga intavolata una trattativa. La famiglia Moro avanza pubblicamente la sua “ferma” richiesta affinché il partito accetti le condizioni per il rilascio del suo presidente. Ma gli ex compagni di partito sono su tutt’altra lunghezza d’onda: disconoscono le richieste di Moro, che nelle lettere dalle sue prigioni sottolinea l’esigenza umanitaria di una trattativa. Emilio Taviani, il pioniere della linea dura, che dice: “Il Moro che parla dalla prigione del popolo non è il Moro che abbiamo conosciuto”, sarà destinatario di una tagliente lettera del presidente della DC, che “dalla prigione del popolo” si rammarica di quella posizione, chiedendo all’ex collega di partito: “Vi è forse, nel tener duro contro di me, un’indicazione americana e tedesca?”. Il presidente si riferisce all’ingerenza di governi in cui servizi segreti pure avevano un ruolo nella strategia della tensione di quegli anni. Dopo il suo straziante commiato alla famiglia e alla sua carissima Noretta: Aldo Moro scrive: “Non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente ad una carica, che, se necessaria al Partito, doveva essermi salvata accettando anche lo scambio dei prigionieri. Sono convinto che sarebbe stata la cosa più saggia. Resta, pur in questo momento supremo, la mia profonda amarezza personale. Non si è trovato nessuno che si dissociasse? […] E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro”. Dunque uno Stato sordo ad ogni richiesta, quello stesso Stato che, seppure abbia sempre tenacemente e fermamente negato, ha pagato i riscatti dei tanti italiani rimasti vittime dei sequestri dei talebani e dei vari delinquenti in terra afgana, irachena ed in tutte quei paesi dove il Nostro Paese ha partecipato e partecipa tutt’ora alle cosiddette Operazioni di “Peacekeeping”. Una ipocrisia bella e buona che, a distanza di decenni, gli italiani hanno capito e si sono tolti “l’anello al naso” dimostrando di saper capovolgere, democraticamente e con il solo uso del voto, lo “status quo” di allora, spazzando via la DC prima ed altri partiti oramai “fuori dal tempo e lontani dal popolo”.