Emanuela Sica ci parla del suo rapporto con la cultura e con l’Irpinia.

Abbiamo chiesto all'eclettica Emanuela Sica di dedicarci un pò del suo tempo per farci raccontare la sue attività di recupero della memoria delle radici e di promozione dell'Irpinia.

Emanuela Sica è un’avvocata cassazionista, scrittrice, poetessa e giornalista pubblicista italiana, originaria dell’Irpinia, è una figura intellettuale di spicco nota per il suo forte impegno sociale, in particolare nella difesa dei diritti delle donne e nel contrasto alla violenza di genere.

Parlaci un po’ di Emanuela Sica.

Da dove comincio? Sono nata ad Avellino e vivo a Guardia Lombardi, un piccolo paesino di montagna e, probabilmente, questa origine potrebbe essere la chiave per comprendere chi sono. Dico probabilmente perché neanche io ho un’idea precisa di me stessa, considerato che la mia vita si è sempre mossa su più piani, anche se tutti costruiti sulla stessa vocazione: dare voce e dignità a ciò che rischia di essere dimenticato. Ma partiamo dal principio: innanzitutto sono mamma di Ginevra e Michele, sposata e, di professione, sono avvocato cassazionista. La mia più grande passione è la scrittura e, diciamo, che la esercito senza vincolo di mandato, che poi è un modo per dire che serve innanzitutto a rigenerare me stessa. Man mano che i miei libri comparivano sugli scaffali delle librerie, sono arrivate altre cose: il giornalismo; la promozione del territorio; l’ideazione della Collana Plenilunio che curo per i tipi di Delta 3 Edizioni (con più di venti titoli all’attivo e altri in arrivo); presiedo l’associazione culturale “Guardiesisinasce&sidiventa – Nino Sica” dedicata alla memoria del mio papà; la direzione artistica del Festival delle Radici Migratorie; la poesia, faccio parte della comunità poetica di Versipelle, fondata da Armando Saveriano, dove mi occupo della veste grafica e del gruppo “Poienauti”. Nel dicembre 2024 ho ricevuto il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, un riconoscimento che ho vissuto come una restituzione: il territorio mi ha dato un’identità, e io ho cercato, nel mio piccolo, di restituirgliela moltiplicata, attraverso la cultura e la memoria condivisa.

Come nasce il tuo rapporto con la scrittura?

Nasce da un’eredità genetica. È stata mia madre a insegnarmi il valore della lettura e della scrittura, a trasmettermi fin da bambina l’idea che le parole fossero uno strumento serio, quasi di cura. Guardia Lombardi, poi, è un paese fatto di storie tramandate oralmente, di memoria contadina, di figure che rischiavano di scomparire senza che nessuno le raccontasse. Ho un legame di famiglia diretto e mai interrotto con questa dimensione: Salvatore Boniello, fratello di mia nonna Marietta, fondò il museo della civiltà contadina del paese, ed è come se in casa mia la cura della memoria fosse già di per sé un mestiere. Devo a lui la mia prima macchina da scrivere, l’incoraggiamento a mettere su carta i pensieri, e da lì è nato il bisogno di trasformare in scrittura ciò che altrimenti sarebbe rimasto affidato solo al ricordo di pochi. Dare corpo alle storie è sempre stato un modo per non lasciare che le voci minori, quelle del Sud, delle donne, dei dimenticati, dei paesi dell’entroterra, si perdessero nel silenzio.

Qual è il messaggio che generalmente vuoi comunicare con le tue opere letterarie?

Il filo che attraversa tutto quello che scrivo è l’etica del pensiero civile, la dignità della memoria, delle radici, soprattutto di quelle che, troppo spesso, vengono raccontate come marginali o arretrate. Mi interessano le figure che la storia ufficiale ha trascurato o distorto: le donne, le guaritrici scambiate per streghe, le vicende giudiziarie che hanno segnato la vita di chi non aveva voce in capitolo. Con “Memorie di una Janara”, per esempio, ho voluto restituire dignità alla “donna” erborista e depositaria di un sapere popolare, non alla strega che ancora oggi viene utilizzata come strumento (in negativo) di marketing. C’è poi un filo che per me non è solo letterario ma civile: da anni mi occupo di violenza di genere, sono responsabile dell’Area VDG del Corpo Internazionale di Soccorso, presieduto dal Marchese Pierluigi San Felice di Bagnoli, che fa del volontariato la sua missione più alta. La memoria delle donne, di quelle che sono state uccise, ridotte al silenzio o cancellate dalle narrazioni ufficiali, è per me un impegno vitale e dal quale non riesco a prescindere. C’è un altro aspetto a cui tengo, e che forse racconta più di ogni altra cosa lo spirito con cui lavoro: ho curato oltre quattordici collettive poetiche, tutte scaricabili gratuitamente, tra cui una dedicata alla memoria di Giulio Regeni. Non le penso mai come operazioni editoriali in senso stretto, e infatti non lo sono: restano gratuite perché al centro c’è sempre e soltanto l’amore per la cultura, mai il ricavo economico. Metto insieme voci diverse attorno a un tema che sento urgente e poi restituisco quel lavoro alla comunità senza chiedere nulla in cambio, perché credo che la poesia, quando diventa memoria collettiva, debba restare accessibile a chiunque voglia avvicinarsi, senza barriere di alcun tipo. Il messaggio, in fondo, è sempre lo stesso: la memoria è responsabilità, lungi dall’essere nostalgia, verso chi verrà dopo di noi, ed è anche uno strumento di giustizia per chi non può più raccontarsi da sé. Fra poco uscirà una collettiva dal titolo: “Di chi sono i nostri giorni” (una citazione presa in prestito dal film “La Grazia” di Paolo Sorrentino) sul tema dell’Eutanasia.

Che tipo di location scegli generalmente per realizzare le tue presentazioni?

Innanzitutto il mio paesaggio interiore, che ha molte forme, molte sfumature, molte strutture scenografiche che si formano e si trasformano nel verso del sentire. Poi, all’esterno, scelgo i luoghi che possano dialogare con il contenuto dell’opera, evitando i semplici contenitori neutri. Prediligo location cariche di storia e di stratificazione culturale, come ad esempio l’Abbazia del Goleto, dove ho curato l’edizione speciale del Festival delle Radici Migratorie, e da cui è nata una collettiva sulle Radici (sempre gratuita) o gli spazi legati alla civiltà contadina e alla tradizione religiosa dei nostri paesi. Credo che un libro, ad esempio, che parli di radici, di memoria, di identità meridionale debba essere presentato in luoghi che quella memoria la custodiscono già nelle pietre, nei chiostri, negli archivi. È un modo per far sì che il pubblico viva l’incontro come un’esperienza, non semplicemente come un banale ascolto.

Progetti per il futuro? Quali evoluzioni desideri per la tua operazione artistica?

Mi piacerebbe restare come sono, senza modificarmi poi tanto. Ho appena dato alla luce un libretto dedicato a Maria Macrina Grillo, la nobildonna ottocentesca di Prata di Principato Ultra le cui spoglie mummificate sono state ritrovate durante lavori di restauro, un progetto che intreccia un coro di voci poetiche, note storiche e una voce narrante in prima persona che ho scelto di restituirle io stessa. L’opera può essere scaricata gratuitamente sulla mia pagina di Plenilunio. Inoltre ho appena chiuso la stesura di un romanzo che racconta una storia vera: al centro c’è una donna vissuta negli anni Cinquanta, costretta a fare i conti con una società patriarcale e con le convenzioni non scritte di quell’epoca…ma non posso svelare altro. Inoltre, sta per uscire, un “Alfabeto Poetico” bilingue, che raccoglie vari autori e autrici che stimo tanto poeticamente, sul tema dell’Amore, con traduzione a cura di Giuseppina Manganelli. Un’ultima news? Sto lavorando ad un libro sull’Intelligenza Artificiale con un ingegnere di Milano (ma di origini Irpine e caro amico) Benedetto Di Vito… Parallelamente continuo a far crescere la comunità culturale che ho creato nel 2010 – Plenilunio – che oggi conta oltre quattro milioni di visualizzazioni, a sviluppare il Festival delle Radici Migratorie, un progetto della Glocal Think di Vincenzo Castaldo che vorrei ringraziare. Mi ha scelta come direttrice di Comunicazione della Glocal Com, come direttrice artistica del Festival e come Destination Manager di Montagna d’Amare, in un periodo in cui pensavo di aver perso tante cose, compresa la mia (sempre incerta) salute. Ora, il desiderio di fondo è che il Festival delle Radici Migratorie diventi sempre più un punto di riferimento stabile, capace di mettere in dialogo i paesi dell’entroterra con la diaspora italiana nel mondo, e che il format progettuale continui ad allargarsi, a generare comunicazione, sviluppo, sostenibilità.

Cosa ti ha ispirato per scrivere la tua opera letteraria “Memorie di una Janara”?

Mi ha ispirato il bisogno di correggere un’ingiustizia narrativa antica. La janara, nella tradizione popolare dell’entroterra campano, è sempre stata raccontata come una figura negativa, una strega da temere e da esorcizzare, mentre in realtà dietro quella maschera si nascondeva una donna depositaria di un sapere di cura tramandato oralmente, perseguitata proprio perché sapeva ciò che altri non sapevano: il potere delle erbe. Ho voluto restituirle la sua vera identità, quella di custode di un sapere femminile antico, e farne un simbolo di tutte le donne del Sud che la storia ha condannato al silenzio o alla diffamazione, o al rogo, solo perché portatrici di una conoscenza e di uno stile di vita che sfuggiva al controllo maschile. È un lavoro che sento anche come una responsabilità etica, oltre che letteraria. Mi rendo conto che devo fermarmi, ho parlato troppo…

Grazie Emanuela!

Grazie a Voi!

Macrina

Appena uscito il nuovo lavoro, ideato e curato dalla Sica, che raccoglie anche il “Coro di Voci Poetiche”dal titolo Macrina. Hanno partecipato regalando i propri versi: Alessandro Simeoli; Angela Caputo; Antonella Prudente; Antonio De Feo; Bruno Caravella; Carmela Laratta; Daniele De Luca; Graziella De Cillis; Layla Giglio; Marco Candela; Margherita Calì; Marzia Sirio; Massimo Teti; Miriam Giovanni; Pumper Bit; Rosalia Spolverino; Rosy D’Alessandro; Stefano Acierno.

E’ possibile scaricarlo gratuitamante a questo link.

Giuseppe Cantillo. Alle radici dell’umano. Dialoghi con L. Anzalone e G. Minichiello.

Tra i lavori più recenti c’è la cura di Giuseppe Cantillo. Alle radici dell’umano. Dialoghi con L. Anzalone e G. Minichiello, uscito per Pensa Editore. Il libro è nato su richiesta dell’editore, che ha voluto raccogliere in un unico volume gli scritti dedicati al pensiero di Giuseppe Cantillo, tra i maggiori filosofi morali italiani del secondo Novecento, scomparso nel 2023. “È stato anche un modo per ricordare la figura di Giuliano Minichiello e per rendere omaggio al pensiero di Luigi Anzalone: due grandi pensatori, filosofi e scrittori, a cui mi legano stima profonda e, nel caso di Luigi, anche un rapporto di scrittura e amicizia che dura da tantissimi anni” – dichiara Emanuele Sica.