Esclusiva scuola/Otto idee per la scuola italiana: intervista al prof. Luigi Imperato

Considerando il clamore suscitato dal dibattito sulla scuola post emergenza Covid, abbiamo intervistato, per una panoramica sulle problematiche della scuola e dell’Università e  per un’analisi delle possibili soluzioni, il prof Luigi Imperato, docente  di filosofia e storia presso il Liceo classico Flacco di Portici (Na). Laureato in Filosofia all’Università Federico II nel 2004, dottore di ricerca presso la medesima università nel 2008, cultore della materia in Storia della Filosofia e Filosofia teoretica presso le Università degli Studi Napoli “Federico II” e di Salerno, autore di circa 25 pubblicazioni scientifiche

 

Non si può certo dire che la scuola e l’università siano state, negli ultimi vent’anni, assenti dal dibattito politico; al contrario, in questo lasso di tempo il legislatore ha dato vita ad una serie di riforme che, a partire dalla riforma “madre” di Luigi Berlinguer, si sono succedute, in una sorta di ipertrofia normativa, a ritmo fin troppo sostenuto. Con l’introduzione della didattica per competenze, dei progetti extracurricolari, della contabilizzazione delle prestazioni scolastiche (attraverso il sistema dei crediti), del sistema del 3+2 all’università, l’Italia si è allineata alle politiche formative della gran parte dei paesi sviluppati; tuttavia, si è ben lungi dal potere affermare che le ataviche criticità del nostro sistema formativo siano state superate ovvero che siano prossime al loro superamento.

Al contrario, il dibattito sulla scuola si è alimentato di posizioni ideologiche, con le quali i sostenitori del “nuovo” accusano di ogni nefandezza i “conservatori”, a loro avviso pervicacemente abbarbicati ad una tradizione pedagogica, quella idealistico-gentiliana, completamente fallimentare, e, parallelamente, i difensori della “tradizione” accusano gli “innovatori” di aver distrutto quel che di buono c’era nella nostra scuola.

Questo dibattito è decisivo per decidere se la formazione debba essere curvata esclusivamente sulle esigenze del mercato del lavoro oppure se valga la pena di conservare i tratti fondamentali della vecchia paideia, attraverso cui fornire al discente gli strumenti concettuali sufficienti per un autonomo orientamento nel mondo. Proprio per questo, esso pone seri interrogativi a tutti i sistemi di istruzione del mondo occidentale: non sono questi chiamati in causa, per esempio, dal dilagare di fake news, dall’incapacità di persone che abbiano conseguito un titolo di studio anche elevato di discriminare tra un’opinione autorevole ed una palesemente infondata o di applicare i rudimenti del metodo scientifico a temi ambientali e/o sanitari, o, ancora, dalla completa mancanza di orientamento dei cittadini nelle fondamentali questioni economico-sociali, e così discorrendo? Pur inserito in questo contesto, il sistema di istruzione italiano registra però problematiche del tutto peculiari, legate al sistematico disinvestimento dello Stato, alla perdita di prestigio (e spesso di qualità) del corpo docente, all’eccesso di burocrazia e ai bizantinismi che caratterizzano la scuola come tutta la pubblica amministrazione italiana, alla concorrenza al ribasso tra istituti nella corsa all’accaparramento degli alunni, ormai ridotti alla stregua di “utenti” (se non di veri e propri clienti). È in relazione a queste urgenze così specificamente italiane che vorrei qui proporre alcune idee, scandite in otto passaggi. Sono idee perlopiù semplici, la cui applicazione comporterebbe qualche costo e diversi cambiamenti, e forse proprio per questo difficili da attuare in Italia.
1. In primo luogo, ritengo occorra maggiore rigore nei corsi di studio che hanno nell’insegnamento lo sbocco professionale privilegiato e a volte quasi unico (tipicamente, quelli umanistici). Tale perdita di rigore è probabilmente imputabile (con la complicità del sistema dei crediti, che certo penalizza gli studi umanistici) allo scarso numero di iscritti, ai quali talvolta, per dir così, non si vuol rendere la
vita troppo complicata, nella consapevolezza delle scarse opportunità offerte dagli studi in cui sono impegnati.
2. I concorsi a cattedre e le procedure di abilitazione vanno tenute a cadenza regolare, biennale o al massimo triennale, in modo da dare la possibilità a chi sceglie di diventare insegnante di avere ben chiari i tempi e le modalità del cammino da percorrere per svolgere la professione prescelta. Non solo: spesso gli insegnanti italiani hanno una formazione “empirica”, perché chiamati ad esercitare la loro professione in forma precaria e senza alcun tipo di preparazione specifica, salvo poi sperare nella sanatoria di turno (che diventa inevitabile e perfino giusta quando si maturano cinque, sei, sette o più anni di insegnamento); al contrario, concorsi e percorsi di abilitazione svolti con cadenza regolare eviterebbero la formazione di un precariato storico e, al contempo, consentirebbero il reclutamento di docenti con una migliore formazione tanto nel campo disciplinare quanto in quello didattico-pedagogico.
3. È necessario un rigoroso controllo sulle scuole paritarie e sugli enti che dispensano, a pagamento, titoli che consentono l’accumulo di punteggio. Tutte le scuole paritarie devono reclutare personale abilitato (in verità, una legge quanto mai negletta già lo imporrebbe: ma come pretendere la sua applicazione, se le scuole statali per prime sono costrette a ricorrere a personale non abilitato?) e tutte devono pagare gli insegnanti; bisogna poi verificare puntualmente che esse eroghino il servizio per cui esistono e che non siano consentite le illegalità che quotidianamente molte di esse perpetrano (per esempio, far apparire frequentanti alunni che di fatto non lo sono o ammettere alle classi successive tutti gli alunni, a prescindere dal profitto scolastico). Solo a queste condizioni le scuole paritarie possono far parte del sistema di istruzione pubblico e solo a questo condizioni devono poter dare il punteggio poi spendibile anche nella scuola statale.
4. L’investimento in strutture (edifici, laboratori, sussidi didattici, biblioteche, etc.) e nel personale, con un innalzamento significativo dei salari e una maggiore velocità nella progressione di carriera, non è più rinviabile.
5. A fronte dell’innalzamento dei salari, va innalzato il monte ore di servizio, distinguendo l’orario di servizio complessivo dalle ore d’aula (le attuali diciotto sono già più che sufficienti), in modo da rendere effettivamente “misurabili” tutte quelle attività obbligatorie, ma che in genere si svolgono al di fuori dell’orario di servizio effettivamente computato. Con un esempio concreto; sia 18 ore il tempo d’aula e 32 il monte ore complessivo: nelle 14 ore eccedenti il tempo d’aula, si preparano le lezioni, si correggono i compiti, si ricevono i genitori, si svolge il lavoro da coordinatore di classe e quello derivante dalla partecipazione a commissioni varie (alternanza scuola lavoro, piano dell’offerta formativa, etc.), attività da rendere obbligatorie e da contrattualizzare, così da non relegarle, come oggi avviene, alla volontarietà e alla contrattazione d’istituto.
6. Va istituita una forma di rendicontazione annuale del lavoro svolto: se, per esempio, ho previsto di raggiungere degli obiettivi e non li ho raggiunti, perché questo è avvenuto? Gli obiettivi sarebbero così stabiliti in maniera realmente ponderata, tenendo ben presenti la specificità delle classi, dei singoli alunni, degli ambienti e dei contesti. La valutazione, necessaria e obbligatoria, del lavoro, dovrebbe però essere prerogativa non solo dei dirigenti scolastici, ma, possibilmente, di una commissione paritetica, in cui fossero rappresentati dirigenti, uffici scolastici provinciali, lavoratori.
7. La formazione, obbligatoria (e retribuita se svolta fuori dall’orario di servizio), dovrebbe avere ad oggetto non solo didattica, metodologia e pedagogia, ma anche contenuti disciplinari, che darebbero modo di offrire, nell’insegnamento, il frutto del proprio costante lavoro di approfondimento, perché nessun insegnamento può essere efficace e profondo se chi lo impartisce non continua a studiare.
8. Infine, occorre ripensare tutta la struttura dei progetti extracurricolari, che hanno pesanti ricadute sulla didattica ordinaria (dato che ad essa si sovrappongono), ma il cui apporto all’apprendimento finora è rimasto privo di una seria verifica empirica. Questo punto, impossibile approfondire in questa sede, è senz’altro il più dolente e controverso, perché implicherebbe un ripensamento radicale della didattica per competenze, in primo luogo, e, in secondo luogo, renderebbe necessario tanto ridefinire l’attuale struttura della dirigenza e dell’organizzazione scolastica, quanto scalfire interessi ben consolidati.
La strada qui prospettata potrebbe comportare un significativo miglioramento qualitativo del servizio reso dalla classe docente, senza tuttavia indulgere necessariamente alla conclusione che vede nella competizione tra istituti e tra docenti, che tanto male ha fatto e fa alla scuola, l’unico possibile stimolo al miglioramento.
Una via possibile è quella di una responsabilizzazione di tutti gli attori del sistema scolastico, che però vada di pari passo con la loro gratificazione sociale ed economica: solo chi ritiene di svolgere un compito importante può, infatti, portarlo avanti con impegno e determinazione. Perché anche nella scuola vale la legge della reciprocità: non si può chiedere molto, se non si restituisce nella stessa misura.